STEVE LACY
"Outings"

 


 
 


CREDITS

Steve Lacy, soprano sax

Labyrinth is dedicated to Giorgio De Chirico

Island is dedicated to Max Ernst

Produced by Gianfranco Salvatore for ISMEZ
Recorded and digitally mixed by Raffaele Musio, Wonderland
Rome, Italy - April 12-13 and June 20, 1986
Production Assistant: Lana Frkovic
Mastered in RCA Studios, Rome, by Marcello Spiridioni
Art direction: Frank Tiratore
Artwork: Mario Scardala
Liner notes by Gianfranco Salvatore
English translation of original notes by Séverine Hamilton
Cover photos: Paolo Giordano (front) and Massimo Santaniello (back)

CD reissue:
Remastered by Carmela Cadore
Digital editing by Dino D'Ambrosio at Audiologic Studio, Rome, 1990
Coordinators: Patrizio Visco & Maurizio Favot
Executive Producer: Patrizio Visco
Design: Valerio Ciceri - Meroni (Albese - CO)
Photo: Orio Raffo, Milano

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NOTE DI COPERTINA

E’ stato Lévi-Strauss il primo a sostenere l'affinità tra la musica e i miti: entrambi sono linguaggi che trascendono il piano del linguaggio articolato, macchine per sopprimere il tempo, storie da raccontare e da ascoltare senza mai completamente svelarle. Ma c'è anche un'altra zona comune tra la musica e il mito, ed ha sede nell'immaginario collettivo dei popoli appartenenti a culture vicine. Questa zona è il territorio dell'archetipo: modello simbolico primario, che conserva nel tempo la sua galassia di senso, e che ha il potere di dare forma al tessuto della nostra immaginazione.

Tra gli archetipi diffusi nell'immaginario delle civiltà mediterranee, archetipi mitici e musicali insieme, uno tra i più complessi è quello del Labirinto. Curt Sachs ha scritto che l'essenza stessa del labirinto risiede nel movimento, perché il movimento a serpentina è più antico del tracciato a serpentina. Movimento rituale equivale a danza: e un buon numero di autori greci antichi ci descrivono questa danza, che dicevano geranos: file di giovani e giovinette che si tengono per i polsi (o, secondo alcune varianti ancora diffuse in Grecia e nell'italia meridionale, per dei fazzoletti, talvolta per una fune) volteggiando ora in cerchio ora su due file, attorno ad un centro ideale che rappresenta il Minotauro.

Nulla però ci è stato tramandato circa la musica associata a questa danza, se non l'accompagnamento di una cetra (citato da Omero), e qualcos'altro che intuiamo: linee curve che tendono verso un punto centrale della forma, e solo dopo averlo raggiunto possono tornare indietro verso la conclusione, che corrisponde ad un'uscita.

Nel preparare, per conto dell'ISMEZ (l'Istituto per lo Sviluppo Musicale del Mezzogiorno), un progetto di ricerca sugli archetipi musicali del Mediterraneo che prevede anche la creazione di musiche originali, appositamente commissionate a musicisti contemporanei, è stato facile pensare a Steve Lacy come il musicista ideale a cui affidare l'antico archetipo del Labirinto. In tutta l'opera di Lacy, infatti, si può scorgere qualcosa che assomiglia ad una geometria dell'arcano: il suo sax soprano ("Strumento divino, perverso, non ancora del tutto determinato", come mi disse una volta in un'intervista) ha sempre dato voce ad una specie di raziocinante spiritualità, ad una musica che suona nello stesso tempo visionaria come un oracolo e persuasiva come una scienza esatta. Musica realmente archetipica, che sembra richiamarsi ad una radice primaria di tutte le musiche: e non a caso, nel tentativo di definirla, tutte le categorie (jazz? contemporanea? "creativa"? scritta? improvvisata?) cadono in crisi.

Musica che assomiglia ad un rituale di iniziazione, dove si deve guardare in faccia la morte per poter rinascere ad una nuova vita, e ad una nuova saggezza. Musica labirintica: perché proprio all'interno dell'archetipo del labirinto si muovono i segni del perdersi e del ritrovarsi, del morire e del nascere, dello smarrimento di sé e della conoscenza. E questo Outings mi sembra impresa autenticamente "lacyana", nel suo consapevole aggrovigliarsi per potersi poi dedicare alla ricerca di ogni possibile via d'uscita. Così nel brano Labyrinth, che si apre e si chiude con una sorta di danza eseguita a tre voci (dove Lacy si sovrappone a se stesso), a preludio e infine a celebrazione della ricerca: la quale si svolge attorno al centro come puro movimento, con accenti prima interrogativi, poi conflittuali, poi finalmente affermativi. Cosi anche in Island, che si apre e si chiude con un'evocazione del mare e delle sue creature, eseguita da sei sax soprani in sovraincisione (la qual cosa credo costituisca un pezzo unico nella pur ricchissima discografica di Lacy): e al suo interno si procede verso l'isola (dove ognuno può riconoscere a modo suo i panorami e gli incontri) come verso il centro di un altro labirinto, il labirinto del Mare.

Anche se le antiche musiche labirintiche (come la maggior parte delle musiche dell'antichità, o almeno quelle delle nostre civiltà "evolute" che hanno distrutto il proprio patrimonio orale) sono andate completamente perdute, è bello pensare che almeno i loro archetipi sopravvivono, e possono dar luogo a nuova musica. Far rivivere l'antico immaginario musicale del Mediterraneo nella musica contemporanea: è questa l'utopia perseguita da questa collana "Isole Sonanti", che proseguirà con nuove opere musicali "archetipiche" commissionate a musicisti di tutto il mondo. Ma "Isole Sonanti" è anche il settore di ricerca dell'ISMEZ dedicato alle musiche del Mediterraneo, e al loro sviluppo in tutte le forme e attraverso tutti i media che si offrono oggi alla comunicazione: cosicché questa operazione discografica allarga il proprio orizzonte attraverso la collaborazione con Audiobox, lo spazio radiofonico di ricerca sonora della RAI (RadioUno), attraverso il quale queste musiche saranno diffuse nell'etere come colonna sonora di un viaggio archetipico sulle acque del Mediterraneo, alla ricerca delle "Isole Sonanti".

Gianfranco Salvatore

Facile proporre una specularità ISOLE SONANTI/AUDIOBOX, riflessione (letteralmente) che pure non esaurisce le rispettive aree di creazione e di ricerca. Ma assolutamente congruo ed esatto, non solo per la comune ragione acustica e, per così dire, audiologica, ma per una posizione che da una parte rimanda alla magica cassetta, la radio, e alle sue possibilità estatiche, dall'altra orgogliosamente appartiene alle pratiche più che alle teorie di AUDIOBOX, per vocazione "isola sonante" nel mare delle comunicazioni radiodiffuse. Non evidentemente con la volontà di sottrarsi al grande flusso dei messaggi del tempo cablato, ma per definirsi come produttori di realtà artistiche doverosamente "artificiali" e non - come di solito accade - quali riproduttori di una realtà presunta per fini di consenso: necessità già avvertita dal Futuristi, precocemente attratti dalla "radia", mezzo in grado di creare autonomi universi sonori, nati dal nuovo macchinoso universo e dalle nuove organizzazioni dell'intelligenza, oltre che (aggiungo coi senno di poi) dalla frequentazione delle zone del profondo.

E qui si inseriscono altre analogie di metodo, di percorsi e di approdi possibili: la saldatura di teoria e prassi, l'interdisciplina, l'attitudine mentalmeccanica alla produzione di opere, l'intermedialità e multimedialità, la ricerca di nuovi circuiti, audience, presenze; e, infine la scelta di un'area musicale e culturale di potenziale sterminato ma tuttora marginale nei mass-media (esiste però una mediterraneità radiofonica espressa da una riconoscibile scuola napoletana).

E così Radiouno della RAI si collega al progetto ISMEZ-ISOLE SONANTI a partire da questa prima realizzazione discografica che, come le successive, confluirà in una grande struttura di audiodrammaturgia. Se ISOLE SONANTI è disco ricerca editoria concerto teatro radio televisione, AUDIOBOX è disco performance convegno video libro: e AUDIOBOX/ISOLE SONANTI, in un gioco ininterrotto di rimandi, propone non solo arte e forma, ma analisi aggregazione organizzazione culturale destinatario circuito, in direzione dell'audiowork, nel mistero del suono, con qualche certezza.

Pinotto Fava

(P. Fava è dirigente coordinatore di RadioUno, autore di programmi radiofonici, responsabile della programmazione di ricerca e della rassegna internazionale "AUDIOBOX")

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LINER NOTES

Lévi-Strauss was the first to assert the affinity between music and myth: both are language that transcend the level of articulated speech, machines that abolish time, stories to tell, and to listen to, without ever completely unveiling them. But there is also another common territory between music and myths, and it exists in the collective imaginary of the people belonging to neighbouring cultures. This territory is the field of archetypes: primary symbolic models that preserve in time the galaxy of sense, and that have the power to give shape to the texture of our imagination.

Amongst tihe archethypes common to the imaginary of the Mediterranean civilizations, one of the most complex is that of the Labyrinth. Curt Sachs wrote that the essence itself of the labyrinth resides in movement, because the snake-like movement is older than the snake-like pattern. Ritual motion is equivalent to dance, and a great number of ancient Greek authors have described this dance called geranos: rows of young men and young girls that hold each other by the wrists (or if not by the wrists, according to certain variants that still exist in Greece and in Southern Italy, by handkerchieves, and at times by a rope) moving round in two circles around an imaginary center that represent the Minotaur.

Nothing though has been handed down to us where it concerns the music related in this dance, apart from the accompaniment of a lyra (quoted by Homer) and a few other things that can be guessed: curved lines that go towards the center point of the shape, and only after having reached it, can they there go back towards the conclusion, that corresponds to the way out.

In the preparing, for ISMEZ (Institute for the Musical Development of Southern Countries), of a research project on the Mediterranean musical archetypes that also provides for the production of relevant original composition by contemporary musicians, it was easy to think of Steve Lacy as the ideal musician... a musician to whom one could entrust the ancient archetype of the Labyrinth. In all of Lacy's work in fact, one can perceive something that looks like a geometry of the arcanum: his soprano sax ("divine, perverse instrument, not yet quite determinated", as he once said to me in an interview) has always expressed a ‘reasoning spirituality’, a music that appears at the same time visionary like an oracle and convincing just like a science.

Truly ‘archetypical’ music, that seems to recall the primary roots of all music; and not by mere chance, when trying to define it, does any type of categorizing fail (jazz? contemporary? ‘creative’? written? improvised?).

It's music that's similar to an initiatory ritual, where. one has to look at death in the face in order to be born again to a new life, with a new wisdom. ‘Labyrinth music’... because actually moving within the archetype of the Labyrinth are the traces of getting lost and finding one's way, of death and rebirth, of the loss of one's Self and of the acquiring of Knowledge. And this Outings seems to be a truly "lacysh" enterprise, because of its first conscious entanglement before dedicating itself to the search of every possible way out. Such is the piece Labyrinth, that starts and finishes with a sort of three-voiced dance (where Lacy overdubs himself), that preludes and finally celebrates the Search: the Search that revolves around the center as a plain movement, with first interrogative, then conflictual and finally affermative inflections. The same can be found in Island, that start and finishes with an evocation of the sea and its creatures, carried out by six overdubbed saxophones (... and may I add that I believe this piece to be unique in Lacy's yet already extremely complete discography); within it, is the proceeding towards the island (where each can recognize in his own way the panorama as well as the meeting point) as if towards the center of another labyrinth, the labyrinth of the sea.

Even if the ancient labyrinth music (such as with most music of ancient times, whose oral heritage was destroyed by our "advanced" civilization) has completely disappeared, it's good to know that at least their archetypes survive, and that they can give way to new music. The purpose of this record collection SOUNDING ISLAND is in fact to revive the ancient musical imaginary of the Mediterranean area in contemporary music. It will proceed by commissioning other musicians from all over the world to produce new "archetypical" musical works. But SOUNDING ISLAND is also the ISMEZ area of research dedicated to Mediterranean music and its development in all forms and though all the means of communications available nowadays. This is how this series of record becomes more complete thanks to the collaboration with AUDIOBOX (the sound research side of the RAI-Radiouno) in which this music will be transmitted as a soundtrack for an "archetypical" trip on the Mediterranean waters, in search for "sounding islands".

Gianfranco Salvatore

Special thanks to François Rabelais and Alfred Jarry, who were the first to evoke the "sounding islands"; Sergio Pinchera, the first to believe; Jorge Luis Borges (1901-1986), the great "creator" of labyrinths, melancholic Minotaur, whose memory this record is dedicated to.

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RECENSIONI

 "Iles sonnantes, c’est une série de disques où le musicologue romain Gianfranco Salvatore a proposé à des musiciens de réaliser en sons quelques-unes de ces images archétipiques dont est parsemé l’esprit de la Méditerranée. Tel ce ‘Labyrinth’ qui en est l’ouverture si prometteuse. Un des plus beaux disques de Steve Lacy"
Jean-Yves Le Bec — JAZZ MAGAZINE (Francia)

"Disciplina en la planificaciòn, rigor en la ejecuciòn instrumental, maestria en la improvisaciòn jamàs gratuita. Lirismo e intimismo creativos, jamàs autocomplaciente. Un disco extraordinario"
E. Vàzquez — QUARTICA JAZZ (Spagna)

"A musical project that researches Mediterranean archetypes into myth, with something of the bite that Surrealism gave a similar battle-plan. Borges transformed the Library into an infinite maze of unrealised possibilities. Lacy has achieved something similar with music".
Mark Sinker — WIRE (Gran Bretagna)

"Gli autori di questo disco apparentemente solitario sono almeno due: oltre al suo splendido esecutore Steve Lacy, infatti, è necessario citarne il produttore/ideatore Gianfranco Salvatore… Un disco di interesse straordinario".
Claudio Sessa — MUSICA JAZZ

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© Gianfranco Salvatore 2001

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