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Intervista
a CORRADO RUSTICI
realizzata il
pubblicata su 'Studio Report', dicembre 1992/gennaio 1993
CORRADO
RUSTICI. CAMALEONTICO NAPOLETANO
di Gianfranco Salvatore
Dall'underground napoletano alla California, Corrado Rustici ha attraversato
una serie di esperienze che ne hanno fatto, dopo i risultati ottenuti
con Zucchero, il più internazionale fra i produttori italiani.
Me lo ricordo ancora vent'anni fa, poco più d'un ragazzino,
con un elmo medievale in testa e la chitarra appesa al collo,
sul palco del Be-In, il festival organizzato da Elio D'Anna (allora
negli Osanna) ai Camaldoli, sul punto più alto di Napoli,
per lanciare il pop partenopeo nato in seno alla new wave italiana
dei primi anni Settanta. Allora per molti lui era solo il fratello
minore di Danilo Rustici, che degli Osanna era il chitarrista:
ma Corrado già aveva un suo gruppo, Il Cervello, al suo
esordio nazionale in quel festival. In seguito se ne persero le
tracce: si sapeva che era partito per Londra, poi negli Stati
Uniti, dove addirittura pubblicava dischi per un'etichetta prestigiosa
come la Arista. Ritrovammo il suo nome nelle note di copertina
dei dischi di Narada Michael Walden, che era stato il successore
di Billy Cobham nella Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin
e che si era poi lanciato come leader, autore, produttore discografico.
Infine, divenuto produttore in proprio, Corrado ha cominciato
a dividersi tra gli Stati Uniti e l'Italia, dove è diventato
l'eminenza grigia del più clamoroso successo internazionale
della musica italiana di questi ultimi anni: dietro i dischi di
Zucchero c'è lui.
Il team Rustici/Fornaciari costituisce un caso emblematico nella
storia della produzione discografica nazionale: la creazione di
un sound che è una vera e propria sintesi di certe musiche
americane, quelle che costituiscono un punto di riferimento per
tutti noi, e di una filosofia artistica ed umana tutta italiana.
In questa sintesi, le esperienze internazionali di Corrado Rustici
costituiscono un know-how più unico che raro sulla nostra
scena musicale. Ho raggiunto Corrado telefonicamente a Los Angeles
per farmi raccontare le varie tappe della sua avventura musicale.
GS: Racconta: cosa ti è accaduto in vent'anni, tra Napoli
e Zucchero?
C. RUSTICI: Finita l'esperienza col "Cervello", mi unii
a mio fratello Danilo e ad Elio D'Anna in una formazione successiva
agli Osanna che prese il nome di Uno. Credo fosse il '74: cominciai
a suonare con loro, al basso, per un tour. Poi ci spostammo a
Londra formando i Nova. Gli inizi furono un periodo incredibile:
ricordo che riuscimmo a sopravvivere senza una lira per più
di un mese. Mangiavamo le lumache che trovavamo in giardino...
Ma fu molto importante per noi riuscire a capire come funzionava
il giro musicale all'estero, e che potevamo cavarcela anche fuori
dall'Italia. Con i Nova realizzammo quattro dischi per l'etichetta
Arista, fra cui "Vimana", del '76, con Narada Michael
Walden alla batteria, che avevamo conosciuto l'anno prima attraverso
Jeff Beck. Con Narada riuscimmo a fare un grosso salto in avanti.
Finalmente mi trovavo a far parte di un circolo di musicisti in
cui da anni sognavo di entrare: avevo lasciato l'Italia proprio
per questo. Con quel disco entrammo in classifica negli Stati
Uniti, ma ci piazzammo abbastanza bene anche in Inghilterra. Avemmo
così l'occasione di trasferirci negli USA, anche grazie
all'incoraggiamento di John McLaughlin: lui ci disse che ogni
musicista europeo dovrebbe andare in America (e viceversa) per
riuscire a capire come funziona la musica e come vivono gli altri
musicisti. Questo accadeva nel '77. Lì realizzammo altri
due dischi come Nova, senza la partecipazione di Narada, ma lui
coprodusse con me "Wings Of Love", il nostro terzo album.
Il quarto ed ultimo fu prodotto invece da John Ryan: ma a quel
punto non ero più soddisfatto della musica che facevamo.
Nel frattempo avevo conosciuto la persona più importante
della mia vita, Sri Chinmoy. E Narada mi chiamò a suonare
e a collaborare con lui, che nel frattempo si era spostato a San
Francisco, costituendo un gruppo di persone impegnate anche nella
produzione. La mia collaborazione diventò ben presto un
impegno a tempo pieno, un vero e proprio laboratorio creativo,
con gente come Walter Afanasieff e Randy Jackson: assieme abbiamo
prodotto non meno di una quarantina di dischi, sperimentando arrangiamenti,
sonorità, tecnologie. Finché, a un certo punto,
decisi di staccarmi dal gruppo per cominciare a realizzare cose
mie.
GS: Veniamo dunque alla tua esperienza, a quello che hai imparato
come produttore in proprio. Quale rapporto deve stabilire un produttore
artistico con un musicista di cui si occupa?
CR: Ho imparato che il produttore deve essere bravo quanto l'artista,
a patto ovviamente che si tratti di un artista vero. Succede anche
di dover fare quel tipo di produzioni dove bisogna costruire da
zero il personaggio e la musica: ma non mi interessa più
lavorare in quella dimensione. Il compito di un buon produttore
è di mettersi al servizio di un artista per dargli il miglior
album possibile: il disco appartiene a lui, ma trovare il giusto
modo di organizzare e snellire il prodotto spetta al produttore.
Narada è molto bravo in questo. Io me ne differenzio perché
a me piace conservare la mia iniziativa artistica, fare della
sperimentazione, rischiare di più: lui è molto più
"americano". Io sono europeo, ma nello stesso tempo
ho imparato un linguaggio in più, quello americano, che
molti europei non hanno.
GS: Quando hai incontrato Zucchero?
CR: Attorno al 1982 mi trovavo in Italia in vacanza, per la prima
volta dopo cinque anni di assenza, e mi telefonò Elio D'Anna,
che si stava occupando di Zucchero. Io gli misi su la band, chiamando
Randy (Jackson), Walter (Afanasieff), Giorgio Francis. Il disco
("Zucchero & The Randy Jackson Band" - ndr) fu registrato
molto velocemente, credo in una settimana; io mi limitai ad aiutare
Elio negli arrangiamenti ritmici, nelle basi, e poi andai via.
So che dopo di allora Zucchero ha vissuto un'odissea di vari produttori,
non ne ho idea, finché a un certo punto decise di chiedermi
di aiutarlo a organizzare il disco successivo. Venne a San Francisco
e lo presentai a Narada, a cui i pezzi piacquero molto.
GS: Prima di incontrare Zucchero conoscevi la sua primissima produzione,
quella più leggera e "sanremese"?
CR: No, assolutamente. Anche adesso non conosco bene il panorama
della musica italiana, ma con Zucchero mi trovai subito bene.
Lui ha una incredibile volontà di lottare e di andare avanti,
voglia di non ripetersi, di rischiare cose nuove. E voleva una
svolta orientata verso il soul, il blues. Mi piacque molto il
suo atteggiamento.
GS:
Allora è solo un caso che certi suoi modelli rock-blues,
angloamericani anche nel look, siano venuti fuori dopo l'inizio
della collaborazione con te?
CR: Credo che era quello che voleva fare fin dall'inizio. La sua
storia era la storia di uno che ha sempre composto da sé
i suoi brani, ma i discografici gli avevano imposto dei modelli
musicali e di immagine, sai, quelle filosofie sempre sbagliate.
Ma lui da sempre avrebbe voluto fare un discorso più internazionale.
Secondo me il discorso sta in questi termini: ci piace la musica
americana, e allora OK. Ma perché dobbiamo importarla?
Facciamola noi! La musica americana è sempre stata popolare
in tutto il mondo, fin dagli Cinquanta e anche prima, e dunque
appartiene a tutto il mondo da moltissimo tempo. Adesso Zucchero
è riuscito a realizzare i suoi sogni, e li sta vivendo,
come merita.
GS: E come definiresti il tuo contributo a questi sogni?
CR: Credo di avergli dato più coraggio: il coraggio di
muoversi anche in certe direzioni musicali che inizialmente non
riteneva opportune. La sua saggezza e il suo senso del rischio
hanno fatto il resto. Su certe cose ha opposto qualche resistenza,
ma poi quelle cose gli hanno lasciato il marchio: l'approccio
agli arrangiamenti, il fatto di essere più ritmici, in
maniera diversa dalle cose italiane dei primi anni Ottanta, anche
a livello di mixaggio.
GS: Come intervieni negli arrangiamenti? Ti prepari delle basi
al computer?
CR: Sì, lavoro molto col computer, ma poi in sala di registrazione
finisco per stravolgere tutto. Per "Miserere" la preproduzione
è stata fatta a casa di Zucchero, dopodiché, negli
Stati Uniti, ci ho lavorato due settimane al computer. Poi, di
ritorno in Italia, provini per due settimane. Ma anche in sala,
dopo aver registrato tutto, ho rifatto un paio di basi con musicisti
diversi. Sono un fanatico del computer, mi piace usarlo, è
uno strumento incredibile. Ma bisogna farlo muovere in una dimensione
umana. In "Miserere" quasi tutti i pezzi contengono
parti programmate: batterie, bassi doppiati, e anche tastiere
e percussioni. Uso molto il Sound Tools del Mac per cose più
particolari, campionando ritmi mediorientali, facendo loop di
percussioni. In Povero Cristo c'è la base distorta, ricampionata,
e poi la batteria vera di Michael Shrieve che ci suona sopra.
FM: Si sente che, collaborando con Zucchero, ti sei posto l'eterno
problema della costruzione di un sound. Qual è stata la
tua prima preoccupazione?
CR: Non sono partito da zero. Zucchero aveva dei pezzi e aveva
un'idea, sia pur nebbiosa, di dove voleva andare. La cosa più
importante è proprio la scelta dei pezzi. Se un pezzo è
forte, comunque tu lo rivesta rimane forte. Come ho già
detto, lui voleva un certo soul-blues anni Sessanta, e dunque
l'idea già c'era. E' stato più difficile selezionare
i pezzi: io mi sono battuto per fargli usare certi brani anziché
altri, e le cose che ho scelto si sono rivelate forti. Ma non
pensare che sia stato difficile: è stata una cosa molto
naturale. La solidità sta nel fatto che lui ha fin dall'inizio
una precisa idea globale, e scrive i pezzi un anno prima di contattarmi.
L'unica cosa da decidere sono appunto i pezzi più adatti
a fare da veicoli per raggiungere questo tipo di visione complessiva.
Molte cose, ad esempio, sono state riscritte proprio per raggiungere
questa visione. E questo non è facile, in conclusione di
un progetto che dura già da nove mesi. Certi pezzi erano
partiti in una maniera, ma poi durante un weekend ho realizzato
la cosa diversamente, e improvvisamente tutto il quadro della
situazione è cambiato. La cosa più difficile era
l'impegno a non ripetersi.
GS: Scusa se insisto, ma ad esempio, nella produzione degli altri
big nazionali, ci si è sempre preoccupati di trovare sonorità
"italiane", che non si sa bene cosa siano. Tu invece
hai fatto esattamente il contrario, valendoti dell'esperienza
americana, con le ritmiche molto in rilievo e "drammatiche",
e i fiati con la pronuncia e la spinta tipicamente nero-americane.
Non sapevi di andare controcorrente?
CR: Sì, e lo sapeva anche Zucchero. E non è stato
facile convincere i discografici di certe cose. Tutti quelli coinvolti
nel business ci hanno supportato quando hanno capito che il sound
era internazionale ma che la musica rimaneva anche italiana. Per
rendere l'idea, bisogna capire che questo sound di Zucchero, anche
se in Italia suona internazionale, all'estero è considerato
esotico. La musica di Zucchero non è vero e proprio blues:
ci sono influenze rock, blues, funky... E' una grande miscela:
però, se funziona con i dischi americani in Italia, a maggior
ragione funzionerà con un prodotto italiano: a patto che
l'artista sia vero, autentico. E quel che è arrivato a
colpire la gente è proprio la sincerità dell'operazione,
non una cosa creata a tavolino. Fortunatamente quello che voleva
fare Zucchero coincideva con i miei punti di vista. Molti artisti
italiani vorrebbero fare cose diverse dal solito, ma purtroppo
in Italia ci sono solo uno o due canali di promozione, e bisogna
rientrare nei loro schemi. Secondo me questo è un errore.
Il mondo guarda all'Italia, alla Francia, alla Svezia come a fonti
di cose nuove, anche perché musicalmente gli Stati Uniti
e l'Ighilterra sono in forte crisi creativa. Zucchero porterà
l'Italia anche in America, facendola apparire su una carta geografica
che forse prima era sconosciuta, a parte Volare e gli spaghetti.
Sono anni che io mi batto per questo.
GS: Parliamo degli studi di registrazione che hai utilizzato per
gli ultimi dischi di Zucchero. Cosa ti aspetti dagli uni e dagli
altri, dagli studi Umbi di Modena e da quelli inglesi o francesi?
E cosa mi dici dei Capri Digital Studios?
CR: A me piace cambiare ogni volta. Oggi come oggi tutti gli studi
soddisfano certi standard. Non è questione di apparecchiature:
è che bisogna stare in un posto per tre settimane, e si
tratta del momento più creativo nella produzione del disco,
quando si rimane impegnati anche 18-20 ore al giorno e si desidera
un luogo senza traffico e il solito casino urbano. Specialmente
per la realizzazione delle ritmiche serve un posto tranquillo.
Diciamo che per le sovraincisioni mi piace lavorare da Umbi, una
vera e propria istituzione, perché lì è come
stare in famiglia: facciamo le voci molto presto, alle 8 del mattino,
poi si riposa. Mi ha lasciato molto felice e soddisfatto il Capri,
che considero tra i primi dieci studi nel mondo, non solo come
apparecchiature ma anche per le persone che lo animano, come Quinto
Talamone, che conosco da sempre (i miei migliori amici sono di
Capri); e l'assistenza tecnica è incredibile, con persone
come Jon (Monsey), Gaetano Ria. E' semplicemente fantastico, e
penso che non ci sia niente di meglio al mondo per mixare. Altre
cose le abbiamo registrate al Miraval di Le Val, una specie di
villaggio nel sud della Francia, di proprietà di un artista
francese: un altro posto tranquillo, in mezzo ai vigneti. Abbiamo
lavorato anche a Londra (agli Olympic - ndr) perché l'etichetta
voleva essere presente per la realizzazione delle voci in inglese.
Se avessi potuto, però, avrei fatto tutto a Capri.
GS: Dopo i risultati ottenuti con Zucchero, di per sé già
storici, cosa desideri ancora?
CR: Spero di continuare a portare l'Italia fuori dai confini italiani.
E, per quanto mi riguarda personalmente, spero di essere come
un camaleonte che continua a cambiare e a crescere. E spero che
tutti gli artisti italiani imparino ad assumersi dei rischi: molti
di loro possono fare grandi cose per l'internazionalizzazione
della musica italiana. Se hanno bisogno di aiuto, che mi chiamino!
Gianfranco
Salvatore
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