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Intervista
a HAL WILLNER
realizzata il 1 ottobre 1992
pubblicata su 'Fare Musica', aprile 1993
HAL
WILLNER: DISCHI COME FILM
L'album Weird Nightmare, interpretazione "di produttore"
della musica di Charles Mingus, ripropone il ruolo di Hal Willner
tra i più originali protagonisti della intellighenzia discografica.
In quest'intervista esclusiva ci svela metodi, segreti e retroscena
del suo lavoro.
Afferma di produrre dischi "per cercare se stesso",
quale interprete di una generazione le cui menti più illuminate
non hanno accettato nessuna gerarchia di valori tra rock e jazz,
tra pop e musica classica del Novecento. Dice di concepire dischi
come se fossero film, ma è un cinefilo innamorato anche
della radio e della televisione, per la quale ha lavorato alla
programmazione musicale in show importanti quali Saturday Night
Live e più recentemente Night Music che, presentato da
David Sanborn, accostava musicisti assai eterogenei come Sonny
Rollins e Leonard Cohen, Al Grey e Sun Ra, o Bootsy Collins e
Allen Toussaint.
Come produttore discografico si è dedicato ad artisti di
culto e a star "pentite" dello show business, da Gary
Windo a Marianne Faithfull, da John Bigham (cognato di John Scofield)
a Sanborn, ma ha anche concepito vari dischi per poeti come Allen
Ginsberg e William Burroughs, facendogli declamare le proprie
liriche stravolte e visionarie in compagnia di alcuni fra i musicisti
più creativi della scena jazzistica americana. Ma le sue
produzioni più clamorose e più personali sono state
quelle in cui ha elaborato "interpretazioni di produttore"
di alcune tra la musiche più significative per l'immaginario
del Novecento: quelle di jazzisti come Thelonious Monk ("That's
The Way I Feel Now", 1984), compositori contemporanei poi
prestati a Hollywood come Kurt Weill ("Lost In The Stars",
1985), grandi autori di colonne sonore come Nino Rota ("Amarcord
Nino Rota", il primo della serie, pubblicato nel 1981 dalla
Hannibal), e indimenticabili commenti del cinema d'animazione
quali i temi tratti dai film di Walt Disney ("Stay Awake",
1988).
L'ultima sua fatica, di cui in quest'intervista telefonica esclusiva
Willner racconta la lunghissima gestazione, è "Weird
Nightmare", dedicata allamusica ma anche ai versi di Charles
Mingus. Dunque una summa di tutte le inclinazioni produttive di
Willner, inclusa quella cinematografica, perché l'impatto
"visivo" dell'atmosfera dell'album - resa assai unitaria,
diversamente dalle produzioni precedenti, da un'atmosfera cupamente
onirica - è fortissimo. La stampa ha già abbondantemente
ricordato altre particolarità dell'album, quale l'utilizzazione
dei singolarissimi strumenti inventati da Harry Partch, che fu
uno dei più bizzarri outsiders della musica del Novecento,
o le voci recitanti di Robbie Robertson, Leonard Cohen, Dr. John,
o ancora la presenza di Keith Richards e Charlie Watts. Altri
dettagli, finora inediti, li lasciamo alle dichiarazioni dello
stesso Willner.
FARE MUSICA: Nove anni fa, quando ti intervistai per la prima
volta, mi avevi annunciato l'album dedicato a Mingus - quello
che poi sarebbe diventato "Weird Nightmare" - per il
1986. Perché questi sei anni di ritardo?
WILLNER (ridacchiando): Innanzitutto la casa discografica {all'epoca
la A&M - ndr} mi chiese di fare prima "Stay Awake",
l'album dedicato a Disney, ed io accettai perché non avevo
ancora nessuna idea di cosa mettere dentro l'album mingusiano.
E poi ci sono voluti diversi anni per sviluppare delle idee molto
forti su questo disco: ho preferito aspettare la giusta ispirazione.
Non volevo limitarmi a riunire un gruppo di musicisti che eseguissero
le musiche di Mingus. Inoltre, in questo periodo di attesa, ho
cambiato casa discografica {"Weird Nightmare" è
uscito per la Columbia/Sony, ndr}, e questo ha portato via altro
tempo.
FM: Nella nostra precedente intervista avevi anche annunciato
un secondo album di musiche di Nino Rota.
WILLNER: Uscirà nel 1993, la lavorazione è a metà
strada. Intanto ho ceduto il mio intero catalogo alla Rykodisc,
che ristamperà tutta la serie delle mie produzioni assieme
al nuovo Nino Rota.
FM: Ma questo secondo Nino Rota l'avevi già in mente nell'84.
Hai conservato il tuo progetto di quel periodo?
WILLNER: Beh, sai, questo genere di dischi non invecchia mai,
non sono prodotti alla moda.
FM: Ma quanto cambia un tuo progetto attraverso gli anni e i ritardi
della realizzazione?
WILLNER: Ovviamente gli anni portano cambiamenti: e lo puoi vedere
da come sono diversi il mio primo album su Rota e l'ultimo su
Mingus. Sai, i produttori (o gli artisti, qualsiasi cosa noi siamo)
subiscono sempre nuove influenze, acquistano nuove esperienze:
e soprattutto si impara sempre meglio come si dovrebbe fare un
disco! Gli album che ho fatto con William Burroughs e Marianne
Faithfull hanno molto influenzato le cose che ho fatto dopo, e
queste cose le puoi trovare anche nel Mingus.
FM: Il tuo lavoro come produttore è molto particolare,
perché tendi a concepire progetti monografici, con un'ispirazione
fortemente unitaria, ma dove ogni brano è affidato a musicisti
diversi: e dunque tocca a te, in postproduzione, ricostituire
l'unità. Come ti regoli, per mettere assieme il prodotto
finito?
WILLNER: Dipende: i modi cambiano attraverso gli anni e le esperienze
che faccio. Sull'ultimo disco, in realtà, ci sono solo
tre sezioni ritmiche diverse. E poi posso giovarmi dell'esperienza
dello show televisivo per cui ho lavorato, Night Music,
dove il mio lavoro consisteva appunto nel mettere assieme musicisti
sempre diversi.
FM: Ma come hai maturato questo stile di lavoro?
WILLNER: Io sono nato nel '56, e ogni tanti anni mi sono interessato
a nuovi generi musicali. Sono cresciuto col rock'n'roll, coi Beatles,
con Hendrix, con Dylan; poi ho ascoltato Captain Beefheart, più
tardi sono diventato un appassionato di jazz: Sun Ra, Ornette
Coleman, John Coltrane, Sonny Rollins, gli standards. Infine
mi sono molto interessato alla musica da film. Così ho
tutte queste cose da cui attingere. Ricordi il periodo in cui
uscì il "White Album" dei Beatles? Dischi del
genere contenevano diversi tipi di musica in un unico album. E
a New York o a Filadelfia c'erano le prime stazioni radio che
suonavano Dylan di pomeriggio, di notte Hendrix o Captain Beefheart,
poi mandavano lo show radiofonico di Orson Welles, poi Ornette
Coleman... Dunque per me questa molteplcità di gusti è
qualcosa di molto naturale: per me tutte queste musiche provengono
dalle medesime fondamenta, mi viene naturale saltare da un genere
all'altro. E oggi specialmente mi sembra che i vari generi vanno
ad incontrarsi da qualche parte. Nel rock e nel jazz i musicisti
si rubano le idee a vicenda. Io, come produttore, cerco di contribuire
nella maniera che mi è più congeniale, cioè
mettendo varie cose assieme, e provando varie soluzioni; ed è
anche un modo per trovare me stesso. I dischi che ho fatto sono
tutti diversi l'uno dall'altro, sono stati concepiti su basi diverse,
proprio perché questo è il mio modo di cercare me
stesso, facendo incontrare artisti di diverse tendenze e assumendomi
dei rischi. Sono certo che alcuni miei progetti funzionano meglio
di altri, ma so anche che su ogni album ci sono dei momenti sorprendenti,
da far esclamare: non ho mai sentito prima niente del genere!
Vorrei che molti altri seguissero la stessa strada, ma non ce
ne sono molti: io cerco di fare la mia parte, di esprimere la
mia visione.
FM: Dunque tu lavori su dati oggettivi, come le composizioni di
un dato compositore, ma metti in gioco molti fattori soggettivi
quando scegli personalmente i musicisti a cui far reinterpretare
certi brani. Alcuni di questi musicisti, come Bill Frisell, Carla
Bley, Doctor John, tendi a chiamarli più volte da un disco
all'altro, altri ancora sono nuovi ogni volta. Come nascono queste
scelte? E come riflettono quella che tu chiami la ricerca di te
stesso?
WILLNER: E' come il lavoro di un regista o di un produttore cinematografico
su un film, che lavora per anni con certi attori che gli sono
familiari, ma ne sceglie sempre anche di nuovi. Scegliere Bill
Frisell significa scegliere uno che suona magnificamente qualsiasi
cosa, e perciò lui ha partecipato a molti miei progetti,
ma ad esempio non suona sui dischi dedicati a Monk e a Kurt Weill:
così c'è rotazione, c'è alternanza, e ci
sono novità.
FM: Sì, ma come associ un dato brano a un dato musicista?
WILLNER: Il più delle volte si tratta semplicemente di
istinto. Ma ogni disco, e perfino ogni brano, hanno una storia
diversa. Per l'ultimo disco ho scelto tutti i brani di Mingus
che volevo fossero eseguiti; in altri, come quello monkiano, un
cinquanta per cento delle scelte venivano dalle richieste dei
musicisti. Ma ogni progetto - una volta stabilito il repertorio,
la cornice e le idee che voglio dargli - procede secondo la sua
strada. Molto dipende anche dai musicisti con cui scelgo di lavorare.
Alla fine del processo, quel che mi interessa coincide con gli
interessi di qualsiasi produttore tradizionale: tirar fuori dalle
premesse il miglior disco possibile.
FM: Un'altra tua scelta, quella di associare il suono degli strumenti
di Harry Partch alla musica di Mingus, è alquanto soggettiva:
arbitraria, anche se ottimamente integrata alla musica. Anche
in questo caso si è trattato solo di istinto?
WILLNER: L'istinto gioca molto in certi casi. Accadde che andai
ad ascoltare un concerto di musiche di Partch, le cui composizioni
già conoscevo dalle incisioni Folkways, e istintivamente
associai la loro sonorità alla musica di Mingus. Quando
ho ascoltato per la prima volta quegli strumenti mi hanno ricordato
qualcosa, mi hanno fatto scattare delle associazioni.
FM: Dunque il tuo iniziale progetto su Mingus ha cambiato aspetto
quando hai scoperto quegli strumenti.
WILLNER: Un po' sì, perché avevo trovato il sound
che volevo.
FM: Quali altri cambiamenti ci sono stati, nell'elaborazione del
progetto? Ad esempio anni fa mi dicesti che alcuni musicisti,
da te originariamente chiamati per determinati progetti, alla
fine non vi parteciparono: Gil Evans, David Byrne, Dexter Gordon
con Carla Bley sul disco di musiche di Kurt Weill, David Sanborn
convocato per quello di Monk e poi ammalatosi. E' successa la
stessa cosa anche nel disco mingusiano? Prevedevi altre partecipazioni?
WILLNER: Su "Weird Nightmare" erano previsti, in effetti,
altri brani che avrei voluto realizzare ma a cui ho dovuto rinunciare
per il cambiamento della casa discografica: in effetti "Nightmare"
è un disco più breve di quello che avrebbe dovuto
essere, e ciò anche per ragioni di budget. Per esempio
volevo che Carla Bley facesse Goodbye Pork Pie Hat. Dipende
anche dal fatto che aspetti degli anni per fare un certo disco,
ma quando la cosa è partita improvvisamente i tempi diventano
stretti.
FM: Steve Lacy, che aveva partecipato ai tuoi dischi dedicati
a Rota e a Monk, da qualche tempo ha cominciato anche lui ad interessarsi
al repertorio di Mingus, a partire dal suo duo con Gil Evans,
"Paris Blues", dopo tanti anni dedicati al repertorio
di Monk . Avevi pensato anche a lui per "Weird Nightmare"?
WILLNER: Sono sempre in contatto con Steve, l'ho chiamato per
partecipare a un nuovo disco di William Burroughs, un dialogo
per voce recitante e sax soprano.
FM: Torniamo a "Nightmare", che è attraversato
da un'atmosfera piuttosto cupa. Coincide con la tua interpretazione
dello spirito della musica di Mingus, o è venuta fuori
spontaneamente dalle session?
WILLNER: Beh, io sono attratto da quel tipo di atmosfera, e volevo
evocarla di proposito. Ma è anche un'atmosfera molto emotiva:
cupa, sì, ma io la considero in qualche modo guaritrice,
terapeutica. Alla fine è un misto del modo in cui io sento
Mingus e dell'atmosfera che volevo conferire alle sue musiche:
un approccio drammatico a Mingus, esattamente quel che
vuol dire nightmare, un sogno inquieto, un incubo. Il disco
comincia subito affogando nel suono del didjeridoo {suonato dal
trombettista Art Baron nel brano Canon, ndr}, poi nell'arrangiamento
di Henry Threadgill {di Meditations On Integration, ndr},
poi arriva la voce di Robbie {Robertson}, e anche alla fine l'atmosfera
è molto cupa per i richiami di Diamanda {Galas, in Eclipse}
e per il contributo di Dr. John {Freedom}. Emotivamente
il disco è inteso a trasportarti da qualche parte, se tu
glielo consenti. So che è una grossa richiesta da fare
agli ascoltatori, nel 1992... {ridendo - ndr}. Il fatto è
che io ragiono come se facessi un film.
FM: Partecipi mai personalmente alla stesura degli arrangiamenti?
WILLNER: Naturalmente! Un produttore "sente" qualcosa
già prima di registrare, e poi ci lavora coi musicisti.
Se vuoi essere il miglior produttore possibile, devi essere in
grado di ottenere dai musicisti la migliore performance possibile:
questo è quel che un produttore dovrebbe fare. Ho sempre
qualcosa da suggerire sugli arrangiamenti, sul tempo, su qualsiasi
cosa; e se sorge un problema {musicale}, cerco di contribuire
a risolverlo. In questo sono sicuramente un produttore tradizionale:
non cerco di sopraffare i musicisti in modo strano, né
ho bisogno di farlo, perché sono io a creare la cornice,
l'intelaiatura generale, all'interno della quale - come gli attori
rispetto al regista di un film - i musicisti hanno la loro libertà.
FM: Quanto è difficile, per un produttore discografico,
godere della fiducia di un musicista?
WILLNER: Ovviamente questa è una cosa che si sviluppa col
tempo: ma ogni musicista rappresenta un caso diverso.
FM: Ma è difficile?
WILLNER: Con certi musicisti sì, con altri no.
FM: Non pensi che questo sia il problema principale per un produttore
artistico?
WILLNER: Sì. Ma oggi è diverso, i musicisti rispettano
i produttori in maniera diversa dall'epoca in cui ho cominciato.
Molti produttori di oggi erano tecnici del suono, che vengono
chiamati produttori perché si dedicano a un altro ruolo.
Ma ognuno ha il suo approccio.
FM: A proposito di produttori, mi piacerebbe saperne di più
su Joel Dorn, che produsse vari dischi per la Atlantic negli anni
Sessanta, e col quale tu hai cominciato quest'attività,
chiamandolo poi a coprodurre qualche brano del tuo album disneyano
"Stay Awake".
WILLNER: Ero suo assistente nel 1975, quando frequentavo il college.
Col passare degli anni, mi rendo conto che la sua visione era
grande. Nella stessa settimana capitava di lavorare con Roland
Kirk o con Yusef Lateef, gente molto diversa.
FM: Ma non ha prodotto molto?
WILLNER: Si è rifatto negli anni Ottanta, ad esempio producendo
un ottimo disco dei Neville Brothers nel 1980. E adesso ha una
sua etichetta, la Night Records, che pubblica dischi di jazz dal
vivo.
FM: Concludiamo col tuo amore per il cinema. Qualcuno ha scritto
che hai lavorato nello show radiofonico di Orson Welles. E' vero?
WILLNER. No, e nemmeno l'ho mai incontrato. Ma il suo show mi
ha molto influenzato, perché tutta la radio, per me, era
musica: per il modo in cui catturava la mia immaginazione, per
la sonorità delle voci, l'emotività. Programmi come
l'Orson Welles Radio Theater o The Shadow erano
cose bellissime, autentici film sonori.
FM: Paragoni spesso al cinema il tuo modo di produrre dischi.
Ti riferisci soprattutto all'editing, al montaggio?
WILLNER: Certi dischi hanno più attinenza col cinema di
altri: ad esempio laddove si lavora molto di tagli e dissolvenze.
In "Nightmare", ogni istante del disco ha questo approccio.
In alcuni degli altri dischi mi sono dovuto tenere più
vicino agli arrangiamenti dei musicisti. Ma in quest'ultimo album
gli arrangiamenti sono stati davvero il frutto di una collaborazione.
Tutto dipende dall'atmosfera che voglio dare al disco.
Gianfranco
Salvatore
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