Intervista
a JOE HENDERSON
realizzata il
pubblicata su 'Blue Jazz', giugno 1993
JOE
HENDERSON.
GLI ANNI SESSANTA E I GIOVANI D'OGGI
di Gianfranco Salvatore
Una pioggia di premi (miglior disco, miglior sassofonista, miglior jazzista
in assoluto) gli è caduta addosso l'anno scorso. Niente male
per un musicista che, pur essendo da sempre riconosciuto come uno dei
più grandi stilisti del jazz moderno, era stato ingiustamente
ignorato per oltre dieci anni dalla grande discografia americana. Ecco
gli sfoghi presenti, le nostalgie del passato e i progetti futuri del
grande Joe Henderson.
Come
tutti i lettori anglofoni ben sanno, il mensile americano Down
Beat indice, ormai da svariati decenni, due grandi consultazioni
annuali sullo stato del jazz e la statura dei jazzisti: una
è rivolta ai critici internazionali, l'altra ai lettori
(soprattutto americani) della rivista. I risultati del primo
referendum vengono pubblicati nel numero di agosto, e l'anno
scorso hanno costituito la grande sorpresa estiva del mondo
del jazz: Joe Henderson aveva infatti non solo scalzato Sonny
Rollins da un ininterrotto regno di nove anni in testa alla
categoria di Miglior Sassofonista, ma era risultato primo anche
nella classifica dei migliori jazzisti dell'anno; per giunta
il suo ultimo disco, "Lush Life", aveva vinto come
Migliore Album di Jazz del '92, pur distaccando di un solo punto
il testamento discografico di Stan Getz con Kenny Barron, "People
Time". Vittoria su tutti i fronti, insomma. Ma, come se
non bastasse, anche il referendum dei lettori, pubblicato a
fine anno, ha dato clamorosamente i medesimi risultati, confermando
la triplice palma al più dimenticato fra i grandi del
jazz degli anni Sessanta.
Dimenticato non dai critici né dagli ascoltatori, ma
dalla grande industria discografica americana. Dimenticato,
in particolare e non a caso, proprio nel famigerato decennio
- gli anni Ottanta - che non solo nel jazz ha spazzato via molti
grandi esponenti della tradizione per portare alla ribalta il
rampantismo delle giovani generazioni, favorite da un'industria
che ha cercato disperatamente di superare la propria crisi dando
spazio all'aggressività dell'immagine più che
alla profondità dei contenuti. A rimetterci più
degli altri è stato inevitabilmente chi, pur dall'alto
della propria figura olimpicamente distaccata e tutt'altro che
presenzialista, aveva investito il proprio talento e le proprie
energie con grande ed onesta prudenza: esponendosi soltanto
quando aveva qualcosa da dire, coltivando i propri desideri
del momento (come la big band silenziosamente diretta per sei
anni in un periodo di grande difficoltà di impiego per
le orchestre) a dispetto del disinteresse discografico. E finendo
per essere virtualmente imbavagliato nell'epoca dei jazz
youngsters, i giovani rampanti appropriatisi, nel passato
decennio, di un messaggio di restaurazione jazzistica scientificamente
programmato per creare consenso, dietro lo sguardo serio ed
efficiente e gli abiti di taglio italiano, presso la generazione
degli yuppies.
La carriera di Henderson ha dovuto attendere il parziale fallimento
di questa manovra discografica (che lui non esita a definire
come una specie di complotto) perché una potente casa
discografica, la PolyGram americana, decidesse di rilanciare
la resuscitata etichetta Verve attraverso una serie di dischi
monografici affidati al talento dell'autorevole e indimenticabile
sassofonista. Il primo frutto fu appunto "Lush Life",
interamente dedicato alla musica di Billy Strayhorn, dove Henderson
fu affiancato dal capostipite (forse incolpevole) del decennale
rampantismo, Wynton Marsalis. E' stato quest'album, col favore
giustamente raccolto, a festeggiare il ritorno del sassofonista
sulla grande ribalta discografica, col consenso di pubblica
e critica sancito dai referendum del Down Beat. Il suo successo
artistico e di vendite sembra destinato ad essere bissato dal
recente "So Near So Far", stavolta basato su un'originale
selezione dal songbook di Miles Davis: un album forse ancora
più brillante del precedente.
Al telefono con Henderson - mi risponde dagli uffici milanesi
della PolyGram, che ringrazio per avermi permesso di realizzare
quest'illuminante conversazione -, lo sento stanco per le fatiche
del tour europeo ma anche motivato ed agguerrito. Dietro il
tono rilassato e garbato della sua voce, l'olimpico distacco
sembra cristallizzarsi in un desiderio di sfogo che, nel corso
dell'intervista, si trasforma in un vero e proprio atto d'accusa.
Questo protagonista degli anni Sessanta, che di quel decennio
di estroverso Hard Bop e pensose avanguardie seppe cogliere
il meglio, assumendo nel proprio linguaggio (pur sempre tonale
ed euritmico) il meglio di ambedue le epocali tendenze, ha colto
infatti l'occasione per esprimere il suo disinteresse verso
l'involuzione successiva a quella stagione, e per lanciare una
critica durissima verso il "sistema" del jazz, e non
solo del jazz, degli anni Ottanta. La bomba è innescata
da una mia precisa domanda: ma, ogni volta che cerco di fargli
riprendere a parlare del grande passato di cui è stato
protagonista e testimone, Henderson trova l'occasione per tornare
ad articolare le sue critiche. Tra mille perifrasi e tortuosi
giri di parole causati probabilmente dalla tensione fra la voglia
di esprimersi e un onesto sforzo di obiettività (perifrasi
e tortuosità che ho dovuto in parte semplificare nella
traduzione), il gigante buono esprime in maniera nuda e cruda
la sua opinione, le sue riserve, il suo giustificato risentimento.
*
* *
GS:
Dopo il successo dei suoi due dischi per la Verve, entrambi
per piccolo gruppo e concepiti come omaggi ad altri musicisti,
si parla di un nuovo progetto discografico che segnerà
la ripresa della sua attività come leader di una big
band. A che punto è il lavoro?
HENDERSON: Abbiamo già registrato quattro brani {il 16
maggio dell'anno scorso, due giorni dopo un trionfale concerto
dell'orchestra al Lincol Center - ndr} e ne abbiamo altri sei
da fare. Il disco non è ancora finito perché,
dopo aver inciso i primi quattro brani, cominciammo a interessarci
al progetto su Miles Davis. Torneremo a registrare con la big
band tra ottobre e novembre prossimi, e dunque il disco non
sarà pubblicato prima del 1994, credo. Ma, sa, queste
decisioni vengono sempre prese da qualcun altro...
GS: Il disco conterrà sue composizioni?
HENDERSON: Sì, saranno tutti brani miei che avevo già
inciso con gruppi più piccoli per i dischi della Blue
Note: in altri termini ci saranno pezzi come Inner Urge,
Isotope, A Shade Of Jade, ma abbiamo incluso anche Home
Stretch, Without A Song e Chelsea Bridge di Billy Strayhorn.
GS: E gli arrangiamenti?
HENDERSON: Tutti miei. Sono partiture che esistono già
da molto tempo: le misi su per la prima volta quando io e Kenny
Dorham formammo la nostra big band, nel 1966-67, ma ne ho scritti
anche durante i quattro o cinque anni successivi. Kenny rimase
con noi soltanto un anno, ma io tenni assieme la formazione
perché ero sempre più interessato alla scrittura,
all'arrangiamento e all'organizzazione di un grosso organico.
Ricordo di aver scritto musica ogni settimana, per molto tempo.
Ma dopo sei o sette anni cominciai ad interessarmi ad altre
cose, e quella musica è rimasta su uno scaffale fino
a quando la ripresi per il concerto al Lincoln Center. Nel frattempo
c'è stata gente che ha insistito per farmi tornare a
New York e ricostituire l'orchestra, e ho avuto le stesse richieste
anche in California. Adesso, finalmente, tornerò a dedicarmici.
GS: Tutto il mondo del jazz si rallegra per questo suo ritorno.
Nel corso degli anni Settanta, scaduto il suo contratto con
la Milestone, ha registrato molto poco come leader, e mai per
una major company. Le sue cose più rilevanti, a parte
il bel "The State of Tenor" registrato nel 1985 per
la Blue Note, sono state pubblicate da etichette europee, come
la Enja o la nostra Red Record.
HENDERSON: E' vero, non ho registrato nulla per undici o dodici
anni. E il disco della Red Records {si riferisce alla registrazione
di "An Evening With" del giugno 1987 - ndr} fu inciso
dal vivo, senza preavviso. L'autorizzazione a registrare mi
fu chiesta poco prima del concerto; io accettai, chiesi il consenso
al mio gruppo, e poi Sergio Veschi l'ha pubblicato.
GS: Non è stato l'unico, tra i grandi jazzisti degli
anni Sessanta, ad essere stato trascurato dalla grande discografia
americana degli anni Ottanta, ma il suo silenzio è stato
più lungo di altri. Come mai?
HENDERSON: Per quanto mi riguarda, inizialmente non ero molto
interessato a registrare perché non pensavo di avere
niente di nuovo o di fresco da dire. Amo talmente i miei fans
che vorrei avere sempre qualcosa di nuovo per loro: andare in
uno studio tanto per registrare un disco, senza un vero scopo,
non mi ha mai attratto. Ma, in generale, penso che negli anni
Ottanta ci sia stata una specie di cospirazione per enfatizzare
i musicisti più giovani. Se sei tra i ventidue e i cinquant'anni
le major companies non vogliono saperne nulla di te. Ma la cosa
non ha funzionato bene per i discografici, anzi è stato
addirittura imbarazzante, perché le persone che abitualmente
compravano dischi {di jazz} smisero di farlo per il calo di
qualità che si era avuto. E intanto c'erano a spasso
tutti questi musicisti di grande gusto e grande esperienza,
del tutto ignorati a favore di giovani senza esercizio e senza
esperienza, favoriti solo perché erano giovani. Ma, se
la gente spende del denaro per un disco, vuole godersi qualcosa
che abbia un qualche contenuto. Come insegnante io ho rapporto
con dei giovani jazzisti, che cerco di incoraggiare a crescere
e a coltivare il proprio interesse verso i propri obiettivi:
ma molti giovani musicisti non erano affatto pronti a lasciare
le loro città di origine, quando vennero a New York.
Avrebbero dovuto rimanere lì dov'erano per studiare,
imparare, crescere, ma vollero venire a New York troppo, troppo
presto. E' arduo avere successo a New York, che è una
città molto fredda e difficile, se non hai qualcosa di
veramente speciale da offrire. Le case discografiche, con questa
loro grande idea di rendere piacevole la confezione, si illusero
che questa fosse sufficiente a mandare i dischi nei negozi,
a farli comprare dalla gente e a recuperare il denaro investito.
Ma non avevano pensato che qualcuno avrebbe comprato questa
roba, l'avrebbe messa su un giradischi e l'avrebbe ascoltata...
{ride}. Di questo non s'erano preoccupati. Così tutti
questi dischi tornarono indietro, e fu un vero e proprio insulto.
GS: Una domanda sul suo passato. Dopo numerosissime collaborazioni,
specie discografiche, il periodo più lungo che passò
sotto un leader fu nel quintetto di Horace Silver, verso la
metà degli anni Sessanta, prima di lanciarsi come leader
in proprio. Dunque lei è uno dei più navigati
testimoni di quello che, per il mare magnum dell'Hard Bop, fu
un importante momento di transizione. Cosa ricorda di quel periodo?
HENDERSON: Per me gli anni Sessanta furono un'epoca veramente
incantata. Grandi musicisti e compositori venivano a New York,
e registravano grande musica: e io ho avuto la fortuna di registrare
con molti di questi musicisti. A quel tempo anche l'avanguardia
era incredibile, sa, quei dischi della ESP con gente come Albert
Ayler, Sunny Murray, i musicisti di Ornette Coleman: un periodo
di grande magia, davvero. I musicisti di quell'epoca - improvvisatori,
solisti, autori, creatori - erano gente di grande qualità.
Era un'epoca molto migliore di questa: la musica che si scriveva
allora aveva una vita molto più lunga. Se andavi in un
club, le melodie che sentivi avrebbero continuato a risuonarti
nella testa per due o tre giorni, come dice una certa canzone:
"The song is ended, but the melody still lingers on...".
Mi sembra una vera sfortuna che quei tempi siano finiti. E se
io sono in grado di apprezzarne la qualità, non è
a causa della mia età. Trovo che ci sia un interesse
meno serio da parte dei giovani musicisti di oggi. Sembra che
la loro immaginazione sia fatta di cose diverse, anche se per
essere ascoltati pensano che sia giusto rimanere vicini a quanto
è stato creato dalla generazione precedente. Io non ero
preparato a sentire e vedere cose come queste, che a me sembrano
radiografie. Per noi tutto consisteva nel cercare di migliorare,
di andare sempre più in profondità, in larghezza,
in altezza!
GS: Il jazz degli anni Sessanta era particolare perché
trovava ragioni di impegno anche nelle sue espressioni più
immediate, quelle del cosiddetto soul jazz. Uno dei dischi meglio
riusciti e più fortunati di quel genere fu "The
Sidewinder" di Lee Morgan, dove suonava anche lei.
HENDERSON: Ho sentito suonare il brano The Sidewinder
da tre o quattro musicisti diversi negli ultimi tre o quattro
anni. Improvvisamente sembra che queste cose stiano tornando
a nuova vita. Ma penso che molti di quei brani costituiscano
una sfida troppo ardua per alcuni dei giovani musicisti che
ci sono in giro oggi. Sono brani forse troppo profondi per loro.
Forse possono suonarne le note, ma quanto ad improvvisarci,
trovo che non siano all'altezza di farlo in maniera profonda.
Non vorrei dare l'impressione di esprimere un giudizio troppo
personale su quanto sta avvenendo sulla scena jazzistica, ma
purtroppo sento dire la stessa cosa da moltissima gente, non
solo in America, ma anche qui, e in Giappone, e in Inghilterra.
Chi non è musicista o non è avvezzo alle cose
tecniche formula magari la questione in maniera diversa, chiedendosi:
"Che sta mai accadendo alla musica?!", ma io lo traduco
per me stesso come qualcosa che non sta accadendo, a
causa di gente {i discografici, ndr} che sta concedendo di passare
il bastone, il "testimone" della tradizione a qualcuno
che lo prende per poi muoversi senza di esso, senza il suo ausilio.
Non so se dipende dal fatto che è entrato in gioco il
denaro, distraendo persone che avevano il senso delle proprie
intenzioni. Sa, tutti hanno bisogno di denaro: ma ci devono
essere delle priorità nel proprio schema delle cose.
Per gli youngsters sembra che questa sia la cosa che viene per
prima, nella loro considerazione: poi, in secondo luogo, l'essere
visti, l'esser messi in bella vista; e solo al terzo e ultimo
posto l'imparare il proprio strumento. Io penso che la professione
nel suo insieme, l'intera concezione globale, soffra di questo
atteggiamento.
GS: Mi permetta di tornare al paragone con quanto accadeva verso
la metà degli anni Sessanta, quando il fatto che nella
comunità nera ci si chiamasse l'un l'altro brother
creava un diverso e più nobile momento di identificazione
collettiva, sia per una comunanza di idee sociali che per certe
scelte musicali, dentro e attorno al jazz. Come è andato
perso tutto questo patrimonio, secondo lei?
HENDERSON: Gli Stati Uniti degli anni Sessanta era molto diversi
da oggi. Erano tempi di grande tensione. Stavamo cercando di
ricostruire quella società, affinché le cose cominciassero
ad andare nel modo giusto. Riuscivamo finalmente a vedere da
dove venivamo e dove potevamo arrivare, cercando di correggere
alcune delle imperfezioni della nostra società. Un periodo
teso, ma di grande ispirazione. Siamo sopravvissuti a questa
situazione, e a un certo punto arrivarono gli anni Settanta:
ma io non conservo nessun ricordo degli anni Settanta. Assolutamente
niente! Potete chiedermi qualsiasi cosa, mettermi contro un
muro, minacciarmi di morte, ma nella mia testa non c'è
niente. Gli anni Settanta arrivarono e se ne andarono: per me
non accadde nulla, non hanno lasciato nulla. Non potevano competere
con gli anni Sessanta, che erano pieni di ogni genere di energia.
Grandi cose stavano accadendo su tutto il pianeta, questo nostro
pianeta che si andava deteriorando: e noi cominciammo a preoccuparci
di cose come la terra e l'acqua. Cercavamo di uscire fuori da
noi stessi per avere una visuale più vasta, una maggiore
considerazione verso le cose. Poi arrivarono gli anni Ottanta,
e a metà del decennio cominciò una specie di nostalgia
per gli anni Sessanta: molti brani di allora furono ricreati
vent'anni più tardi, ma io non vedevo niente di nuovo
all'orizzonte. E adesso gli anni Novanta sembrano più
o meno uguali: una clonazione di quello che accadeva nel decennio
precedente. OK, non c'è niente di nuovo sotto il sole;
ma le diverse permutazioni delle cose possono creare altre cose
forse non totalmente nuove, ma neanche esattamente uguali. Oggi
non vedo le energie muoversi in una direzione intesa a sviluppare
cose veramente nuove e valide per il mondo di oggi. Io non ero
preparato a questo: sono abituato a vedere le cose muoversi
verso un miglioramento, diventare più interessanti, anziché
andare nella direzione opposta, come accade oggi. E spero che
in un futuro non troppo lontano avremo la fortuna di assistere
a una svolta.
GS: Quando ho la fortuna di parlare con un grande jazzista mi
piace concludere la conversazione ponendo una questione molto
più generale, ma importantissima: il problema dell'improvvisazione.
C'è chi pensa che non esista, chi ritiene si riduca ad
una collezione di patterns, chi la considera come una specie
di algebra, con la sua logica e le sue operazioni matematiche;
e c'è chi, come lei, la insegna. Cos'è l'improvvisazione
per Joe Henderson?
HENDERSON: E' qualcosa che forse ha una base. E' come una specie
di espressione che a un tratto vien fuori, e che ha ragione
di esistere: qualcosa che non esisteva prima di accadere. Questa
è l'improvvisazione per me. Quando io la insegno, quel
che faccio è cercare di ottenere un flusso creativo che
vada ad alimentare l'impulso all'improvvisazione in quelle persone
che mostrano di avere una predisposizione interiore verso quella
direzione. Ed è qualcosa di molto difficile da insegnare.
Se chi viene da me ce l'ha già dentro, esistono modi
per aiutarlo a portare fuori questi impulsi in maniera più
intellegibile e più musicale. Ma se uno non ce l'ha,
il massimo che si può fare è rigurgitare cose
che una volta sono state improvvisate {da qualcun altro}, attingendo
a registrazioni e copiandole in modo che assomiglino ad un'improvvisazione.
Ma l'improvvisazione vera è solo quello che si suona
per la prima volta: se improvvisi, non puoi suonare la stessa
cosa più e più volte. Dopo averla suonata la prima
volta la puoi variare, ma poi devi portarla immediatamente verso
le tue prossime idee. E' come lo sviluppo dei rami di un albero:
si va in una certa direzione, lungo un ramo che a sua volta
ha altri rami, che a loro volta hanno ancora altri rami, e così
via. E si cerca di spostarsi verso quei rami che hanno un effetto
piacevole sulla propria sensibilità. Una volta che ci
si è esercitati a dovere sulle cose di base, come le
scale e tutto l'ABC, si cerca di realizzare questi impulsi in
maniera tale che siano apprezzati dagli ascoltatori interessati.
Penso che gli youngsters non si siano veramente costruiti
un serbatoio a cui attingere le idee; non hanno ancora il talento
per riempire questo serbatoio che viene dalle esperienze di
vita, dall'interesse verso quello che si cerca di fare, dal
sopravvivere agli eventi sconosciuti che ti vengono incontro
oggi, e dall'istinto di sopravvivenza vero e proprio. A che
vale cercare di essere perfetti, se si ignora che ci sono degli
errori che suonano bene e altri che non suonano bene? Il mondo
non può venire a sapere che hai fatto un errore fin quando
non gli dici che hai sbagliato! {ride}.
GS: E cosa mi dice invece dell'interpretazione? Cos'è
che fa di un jazzista un grande interprete musicale, un grande
stilista?
HENDERSON: Questa domanda mi riporta esattamente al problema
degli youngsters. La gente chiede ai giovani cosa vogliano fare
da grandi, e magari, cinque anni dopo, vanno a vedere se l'hai
fatto. Quando ho iniziato a suonare a un certo punto ho capito
che non si può migliorare veramente fino a che non si
inizia a godere di quel che si fa col proprio strumento. Ed
io volevo diventare il miglior interprete che si fosse mai visto
al mondo. Penso che l'immaginazione {musicale} debba procedere
come quella di un architetto che ha a che fare con i suoni:
e io mi sono sempre considerato come un architetto di tipo particolare,
che ha la possibilità di utilizzare direttamente le gru,
ma che deve avvicinarsi immediatamente al risultato che ha in
testa, perché non ci sarà una seconda possibilità.
Ho cercato di fare molte letture e molte esperienze, di avere
a che fare con molte persone ed intrecciare amicizie in tutto
il pianeta, di avvicinarmi alle culture che possiedono il senso
di quel che è la vita. Tutti questi fattori dovrebbero
aiutare a portar fuori la musica, dandole un senso che magari
non era evidente nemmeno a chi ha composto originariamente questa
musica; a interpretarla meglio di chi l'ha scritta, leggendo
dentro le note qualcosa che sfuggiva allo stesso autore. Non
si tratta di cambiare la musica, ma di muoversi agevolmente
entro i confini di quello che stava in origine nella testa del
compositore. E penso che qualche volta ci sono riuscito, lungo
la strada. Creare e interpretare sono due facce della stessa
medaglia.
Gianfranco Salvatore