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Intervista
a JON FADDIS
realizzata il 10 dicembre 1992
pubblicata su 'Blu Jazz', febbraio 1993
JON
FADDIS
IL CUCCIOLO DI DIZZY
di Gianfranco Salvatore
L'erede spirituale dello stile e della filosofia jazzistica di
Dizzy Gillespie è passato dall'Italia, dando vari concerti,
un seminario in Sardegna e un'apparizione ad una puntata di RadioUno
Jazz 92, dove ha offerto un'autentica lezione sulla tromba
jazz.
Il prossimo
24 luglio Jon Faddis compirà quarant'anni: un'età coronata
da vari punti d'arrivo. Finalmente scritturato da una major company come
la Epic/Sony, ci ha dato l'anno scorso, con "Hornucopia", un
concentrato di rigore ma anche di eclettismo, che dimostra come la sua
devozione ormai venticinquennale per Dizzy Gillespie abbia generato un
musicista oggi completamente maturo. La sua personalità si è
formata arricchendo via via il proprio modello attraverso un'erudizione
trombettistica che dal bebop si spinge indietro, fino al jazz tradizionale,
in avanti fino al neo-hard bop modale e poliritmico, e anche oltre. Musicista
di straordinaria cultura jazzistica, Faddis è forse l'unico musicista
della sua generazione a conoscere perfettamente anche gli stili di tromba
del jazz classico. Lui stesso ricorda ad esempio che, quando partecipò
alla registrazione della colonna sonora del film Bird di Clint Eastwood,
gli venne chiesto di imitare non solo lo stile gillespiano, di cui è
l'erede riconosciuto, ma anche il suono sordinato di Miles Davis e lo
stile morbido e flessuoso di Harry Sweets Edison, o quello più
nervoso di Howard McGhee. E con la tromba tra le mani correda i suoi ricordi
e i suoi studi di dimostrazioni pratiche che sono autentiche lezioni storico-stilistiche.
E' la sera del 10 dicembre. Dagli studi della RAI di Torino parte
un nastro scelto da Mingo Chiodo, la registrazione di una grande
live performance di Roy Eldridge, dal vivo con l'orchestra di
Chick Webb, su After You've Gone: e dagli studi RAI di
Roma gli fa eco, dal vivo, la tromba di Jon Faddis, che riconoscendo
il brano all'istante lo duplica nota per nota: attacchi, pronuncia,
articolazione e tutto il ben di Dio dispensato dal vecchio maestro.
Subito dopo racconterà di aver discusso di quell'assolo
da manuale con lo stesso Eldridge, che gli consigliò di
non avventurarsi mai in simili tours de force alla fine
di un concerto, perché gli sarebbe mancata la resistenza
fisica. Creatività ed atletica di un jazz d'altri tempi,
gran bella tradizione che purtroppo, dal jazz moderno in poi (o
meglio dall'hard bop, perché i grandi del bebop conoscevano
bene i loro predecessori), ha smarrito uno ad uno suoi continuatori.
Con una eccezione, almeno, in Faddis: nei cui assoli, pur modernissimi,
ogni tanto fa capolino la memoria stilistica dei grandi trombettisti
del passato.
Nel corso della trasmissione e anche dopo, in compagnia di Adriano
Mazzoletti ed Isio Saba che intervengono più volte nel
discorso, ci rivolgiamo a Faddis chiedendogli appunto dimostrazioni
pratiche ed esercizi di stile, memorie ed esperienze di un solista
che ha frequentato il meglio delle big band dell'ultimo quarto
di secolo, e stralci delle continue lezioni (di jazz e di vita)
che Dizzy Gillespie gli ha impartito fin da piccolo. Ne approfitto
anche per indagare sul suo passato di enfant prodige che
iniziò a studiare tromba ad otto anni, che a tredici si
esibiva già dal vivo, e che a quindici partecipò
come ospite ad un concerto del suo idolo, Dizzy Gillespie.
JON FADDIS: Mia madre mi accompagnò al festival di Monterey
per ascoltare Dizzy, e io mi portai dietro tutta la mia collezione
dei suoi dischi, nella speranza di poterlo incontrare per farmeli
autografare: e accadde proprio quello che speravo. Era il 1968.
Penso che lui fosse molto sorpreso di vedere un giovanissimo trombettista
che possedeva così tanti dischi suoi. E ciò non
solo perché i dischi erano tanti. L'influenza di Dizzy
era stata fortissima sui trombettisti degli anni Quaranta: Red
Rodney, Howard McGhee, e anche molti altri musicisti di quell'epoca
cercavano di suonare come lui. Ma ormai era passata una ventina
d'anni, e io mi presentavo a lui carico dei suoi dischi, chiedendogli
notizie di certe incisioni di cui lui neppure si ricordava. Allora
gli cantai i suoi assoli a memoria, e finalmente gli tornarono
in mente. Così Dizzy si sedette per autografarmi i dischi,
e chiacchierammo un po' sulle mie prime esperienze trombettistiche.
La settimana successiva mia madre mi accompagnò in un club,
il Jazz Workshop, e portai la mia tromba con me. Dizzy stava suonando
Night In Tunisia, e c'era Jymie Merritt impegnato in un
lungo assolo di contrabbasso. Dizzy scese dal palco e mi invitò
a suonare con loro nel finale: "You got your horn, you do
it!". Così scesi al guardaroba per prendere la mia
tromba, tornai sopra e suonai... ero così nervoso che tutta
la stanza mi girava attorno, mi sentivo svenire.
GS: Max Roach ha detto in una conferenza stampa, a Umbria Jazz
l'anno scorso, che il rap è il bebop degli anni Novanta.
Anche Quincy Jones ha affermato la stessa cosa. Cosa ne pensi?
(N.B.: nell'album "Hornucopia" c'è un brano,
Rapartee, dove Faddis si esibisce in un rap che racconta
la storia del bebop e quella di Gillespie - ndr).
FADDIS: In un certo senso è vero, specie per i giovani
neri. Non è facile essere neri, in America. La tendenza
è quella di tenersi dentro le cose, finché queste
esplodono: perciò i maschi di colore non vivono a lungo,
hanno la pressione alta e problemi di cuore; e per la stessa ragione
avvengono rivolte come quella di Los Angeles. Il bebop aiutò
i musicisti neri ad esprimere idee, emozioni, sentimenti, a tirar
fuori le cose che avevano dentro: e questo negli anni Quaranta,
quando rischiavi sempre di essere ucciso. Oggi il rap rappresenta
la continuazione di questa tradizione, una possibilità
di sfogarsi. Personalmente non penso che sia sullo stesso livello
artistico di Parker, di Dizzy o di Monk, ma certo il rap è
una musica valida per quello che riesce a tirar fuori emotivamente.
Oggi non si studia la musica, come Charlie Parker faceva studiando
Stravinskij, Varèse, Ravel, Ellington. I giovani neri oggi
studiano come programmare le batterie elettroniche.
Continuiamo ad ascoltare il brano Rapartee, dove il rap
va a confluire in un veloce arrangiamento di KoKo mentre le trombe
di Faddis e di Gillespie duettano vivacemente, un quarto di secolo
dopo il loro primo incontro. E' l'occasione per chiedere a Jon
una definizione dello stile di Gillespie in relazione ai suoi
predecessori e ai suoi contemporanei: la risposta sarà
una vera e propria lezione, con tanto di esemplificazioni pratiche.
FADDIS: Dizzy dice che uno stile si basa sul modo in cui vai da
una nota all'altra. Lo stile di Dizzy è meno articolato
di altri. Farò degli esempi: Roy Eldridge suonava questa
idea in After You've Gone (e a questo punto Jon porta la
tromba alle labbra e tira fuori un fraseggio cromatico, in semicrome
molto strette); Dizzy Gillespie lo riprese in Manteca (e
mostra alla tromba, filologicamente, lo sviluppo gillespiano della
medesima frase, suonata ancor più velocemente, più
legata e con ulteriori fioriture, anche se con un profilo meno
scolpito di quello di Eldridge). E ancora: Fats Navarro usò
la medesima idea, ma articolata con la lingua (ecco una scansione
più lenta, dove i passaggi cromatici trovano una pronuncia
morbidissima e una sonorità più calda); e da Fats
Navarro proviene Clifford Brown: esiste una registrazione di Clifford
che si esercita a casa su Cherokee, dove lui suona sempre
questa stessa idea, sviluppandovi ogni tipo di variazione, ma
ogni nota è molto più precisa che nello stile di
Gillespie. Clifford aveva una lingua velocissima.
Trasferitici in un ristorante, chiedo a Jon di raccontarci come
fu che, ancora bambino, s'infatuò dello stile di Gillespie,
preferendolo a tutti i grandi trombettisti degli anni Cinquanta
e Sessanta.
FADDIS: Perché qualcosa, nel suono di Dizzy, mi parlò, mi
toccò nel cuore. E anche perché, quando avevo undici anni,
il mio insegnante di tromba, Bill Catalano, che tra l'altro era di origini
italiane e spagnole­ (e che collaborò con Stan Kenton -
ndr), mi disse che Dizzy era il più grande trombettista del mondo.
Io uscii e andai a comprarmi i suoi dischi. Solo molti anni più
tardi cominciai ad ascoltare Clifford Brown, Freddie Hubbard e tutti gli
altri: in realtà li avevo anche già sentiti, ma non sapevo
chi fossero.
GS: Ma per te esisteva solo Gillespie, o ascoltavi almeno i suoi contemporanei:
Navarro, McGhee, Rodney, Dorham?
FADDIS: Non li ascoltavo molto. Da giovane ero interessato solo
a Dizzy. Avevo anche altri dischi, e ascoltavo i programmi di
jazz da una stazione radiofonica, la Kay Jazz di San Francisco,
che trasmetteva 24 ore al giorno. Non è che non amassi
gli altri, ma Dizzy era speciale per me. Solo crescendo, e parlando
molto con Dizzy, ho capito che non esiste il migliore: tutti hanno
qualcosa da dire, e oggi ascolto tutti.
GS: Qual è stato il momento in cui ti sei detto che finalmente
avevi assimilato tutto da Gillespie e che potevi cominciare a costruirvi
sopra un tuo stile personale?
FADDIS: Questo è accaduto molto di recente! Quando avevo diciannove
anni Lester Bowie mi disse che facevo bene ad ascoltare Dizzy, ma che
avrei dovuto suonare in uno stile mio. Io mi arrabbiai, non riuscivo a
capire. Rividi Lester un anno dopo, e mi scusai con lui per non aver capito.
GS: A Umbria Jazz, nel luglio del '91, Lester Bowie ha detto qualcosa
del genere anche a Roy Hargrove, invitandolo a non essere sempre canonico,
e a suonare qualche nota fuori armonia. La generazione a cui appartiene
Hargrove, assieme a Marlon Jordan e ad altri giovanissimi trombettisti
emersi sulla scia del successo di Wynton Marsalis, viene criticata e invidiata
per il fatto di aver ottenuto favolosi contratti discografici e promozione
internazionale prima ancora di aver raggiunto una sufficiente esperienza.
Cosa ne pensi?
FADDIS:
A me Roy piace molto, penso che sia un giovane molto dotato. Marlon
non l'ho ascoltato abbastanza: soltanto quando suonava assieme
a Roy nel '91, nella tournée dei Jazz Futures. Ma mi piace
parecchio anche Nicholas Peyton, che ha un'ottima sonorità,
e ha da poco firmato un ottimo contratto discografico (con la
GRP, con cui aveva esordito come sideman nel primo disco di Amani
A.W. Murray - ndr). Sono d'accordo, però, che i giovani
trombettisti di successo arrivano a incidere dischi prima di aver
fatto abbastanza esperienza, quando stanno ancora imparando. Nei
vecchi tempi si cominciava a registrare sotto proprio nome solo
dopo aver suonato molto nei gruppi dei leader più anziani.
Oggi le compagnie discografiche hanno ribaltato questo principio.
GS: Non pensi che ciò costituisca un pericolo per l'evoluzione
di questi giovani?
FADDIS: Solo se non sono emotivamente preparati a sostenere la
situazione. Il pericolo c'è, se non sono abbastanza forti
da sopportare tutta questa pressione in così giovane età.
GS: Veniamo a quando eri giovanissimo anche tu. Hai cominciato
a suonare a diciott'anni nell'orchestra di Lionel Hampton. Come
fosti scelto?
FADDIS: Feci il provino con Hampton lo stesso giorno in cui morì
Louis Armstrong (6 luglio '71 - ndr). I miei genitori mi accompagnarono
in macchina a Lake Tahoe, tra la California e il confine, e superai
l'audizione. All'epoca l'orchestra aveva un repertorio scritto
per due trombe e tre sax, se non sbaglio: mi diedero gli spartiti,
e io cominciai a suonare le mie parti un'ottava sopra. Lionel
urlava dall'entusiasmo! Alcune settimane dopo mi fecero sapere
che dovevo suonare con loro a Dallas, e così cominciai.
Restai sei mesi in quell'orchestra. All'epoca ero solo una terza
tromba.
GS: Quando hai cominciato a suonare da prima tromba? Forse con
la Thad Jones/Mel Lewis Orchestra?
FADDIS: Sì, e accadde in maniera curiosa. Era il 1972.
Dovevamo fare un tour di sette settimane che arrivava fino in
Russia, e Thad disse che i membri che si fossero rifiutati di
partecipare non sarebbero più rientrati nell'orchestra.
Naturalmente io ci andai, e suonai da prima tromba in tutto il
tour, al posto di Marvin Stamm. Al ritorno, Marvin venne a suonare
al Vanguard e si sedette sulla prima sedia: io non dissi niente
(avevo solo diciott'anni), ma mi sentivo fuori di me. Nell'intervallo
chiesi a Thad Jones di mantenere le sue promesse, e dopo quella
sera continuai a suonare da prima tromba.
GS: Ricordo quell'orchestra nel '74 a Umbria Jazz: la sezione
di trombe era particolarmente giocosa.
FADDIS:
Sì, ero molto immaturo, all'epoca, ma mi divertivo molto.
E nessuno mi criticava, perché conoscevo la musica a memoria,
ed ero sempre pronto al momento di suonare. Ma, sai, fin da quando
avevo tredici anni io ero sempre il più giovane nei gruppi
in cui suonavo. Thad Jones e Mel Lewis cominciarono a trattarmi
come un figlio: e così Joe Newman, Ernie Royal, Milt Hinton
e sua moglie Mona, che mi chiama ancora "figliolo".
Ma, pur essendo il più giovane, in ogni gruppo ero sempre
quello stilisticamente più legato al passato. Pensa che,
quando mi trasferii a New York, il primo grande jazzista che volli
andare a sentire in concerto fu Snooky Young, il musicista che
mi ha influenzato di più dopo Dizzy.
GS: Raccontaci della tua partecipazione al film Bird. Come
facevi a conoscere tutti gli stili che ti hanno chiesto di imitare?
FADDIS: Con alcuni di quei musicisti ho avuto la fortuna di suonare:
ad esempio con Harry Sweets Edison, nel Sammy Davis Jr. Show:
da lui ho appreso la capacità di suonare dietro il beat,
e con un particolare vibrato. Ma quando mi chiesero di suonare
come Howard McGhee, che come ti ho detto prima conoscevo meno
bene di altri, tenni presente il fatto che lui aveva la concezione
armonica di Dizzy ma lo stile ritmico di Roy Eldridge: e quando
finii di registrare Red Rodney mi si avvicinò esclamando:
"Era perfetto!". Non è facile suonare in molti
stili diversi, e penso che molti giovani trombettisti di oggi
non vadano abbastanza indietro nel tempo, a prendere ispirazione.
Dizzy dice che ai suoi tempi i giovani trombettisti come Fats
Navarro cercavano sempre di sfidarlo, ma che Fats non poteva sopraffarlo,
perché lui conosceva molto meglio il jazz del passato.
Così anch'io cominciai a studiare Louis Armstrong, Roy
Eldridge, Charlie Shavers, un po' anche Jabbo Smith (ne canticchia
un fraseggio - ndr). Molti dei trombettisti di oggi sembra che
non suonino musica, ma solo esercizi, semplici patterns
ripetuti in tonalità diverse. Anche gente come Freddie
Hubbard o Woody Shaw ha cominciato suonando sui patterns,
ma poi li sviluppavano a modo loro. Molti giovani, oggi, non sanno
creare melodie.
GS: Oggi viviamo un momento in cui la tua cultura nel jazz classico
e moderno può essere apprezzata più che negli anni
Settanta ed Ottanta, che privilegiavano ora il jazz-rock, ora
l'avanguardia.
FADDIS: Una volta, in Germania, vidi un concerto che aveva in
programma prima l'orchestra di Duke Ellington e poi Anthony Braxton.
Ellington suonò i suoi più bei classici, e il pubblico
lo fischiò. E quando Braxton venne fuori a suonare i suoi...
(imita un fraseggio convulso e confuso - ndr), la gente urlava
di entusiasmo. Penso che a quei tempi il pubblico non riuscisse
a pensare al jazz come a musica classica, dove ogni epoca ha da
offrire qualcosa di nuovo.
GS: In ogni epoca il pubblico si affeziona alla musica in cui
riesce a trovare un modello di identificazione. E Braxton, per
molti, era un simbolo. Per avere una visione storica globale,
non legata solo all'attualità, il pubblico deve raggiungere
un livello ulteriore di consapevolezza musicale.
FADDIS: Sono d'accordo con te, e penso che quel pubblico che fischiò
Ellington stava perdendo qualcosa. Io sono cresciuto in California,
ed ero adolescente alla fine degli anni Sessanta, quando era duro
essere un giovane nero di sesso maschile. A Oakland, dove sono
cresciuto, c'era il Black Panther Party: Huey Newton, Rap Brown...
IL BPP era dipinto dai media come una violenta organizzazione
rivoluzionaria che voleva dominare il paese. Ma di fatto stavano
facendo un sacco di bene alla comunità nera, come nutrire
i ragazzi che non avevano da mangiare, organizzare programmi educativi.
In California, a quell'epoca, la polizia mi fermava ogni volta
che guidavo, solo perché ero nero: e io non fumo, non bevo,
non prendo droghe e non porto armi. Quando andai a New York, tutto
era diverso: non mi hanno mai fermato. Musicalmente parlando,
Duke Ellington e Count Basie, Anthony Braxton e Ornette Coleman
sono un riflesso di quel che accade in America: e la gente risponde
comunque a questo, sia che lo faccia storicizzando, sia che voglia
semplicemente identificare qualcosa di se stessi in questa musica.
Per me non fa differenza. Ma fischiare qualcuno che sta suonando
è solo maleducazione. Martin Luther King e Malcolm X, così
come Louis Armstrong e Cab Calloway, aprirono un sacco di porte,
specialmente nel Sud, dove la gente nera non aveva le facilitazioni
dei bianchi, dai bagni pubblici ai bar ai ristoranti agli hotel,
fino al comprare una casa. E nessuno va a fischiare Bach solo
perché è musica scritta due o tre secoli fa.
GS: Come fanno i grandi musicisti di colore - trombettisti come
Henry Red Allen, Roy Eldridge, Clifford Brown - ad avere una sonorità
così grande e potente, rispetto alla media dei trombettisti
bianchi?
FADDIS: La sonorità viene dal cuore...
GS: Sicuro che non venga anche dalla costituzione fisica?
FADDIS: No, perché molti musicisti di piccola statura avevano
un grande suono: pensa a Ray Nance, Shorty Baker, Charlie Shavers...
Nel jazz la prima cosa che si fa, anche se ci vogliono molti anni,
è sviluppare il proprio suono personale. Anch'io, a un
certo punto, mi son detto che dovevo avere il mio suono e non
quello di Dizzy. Miles Davis non aveva un suono potente, ma gli
veniva dal cuore. Charlie Parker diceva che se non hai vissuto
qualcosa non potrai suonarlo. E Armstrong, King Oliver, Eldridge,
o anche Dizzy, ai loro tempi stavano veramente imparando il modo
in cui far suonare il proprio strumento. Non avevano molti precedenti:
ma sentirono qualcosa nella loro testa, e qualsiasi cosa fosse
provarono a suonarlo.
GS: Ma perché la maggior parte dei musicisti europei non
ha queste sonorità?
FADDIS: Io credo che avere un grande suono non significhi necessariamente
suonare a forte volume. Ma nella musica classica, ad esempio,
Maurice André ha un suono potente. Dipende. Quando Terence
Blanchard suonava con Art Blakey teneva il microfono dentro la
campana della tromba. Una sera suonai io, che tengo la tromba
al di sopra del microfono, e Blanchard si stupì del mio
volume sonoro. Mi chiese come facevo, e gli spiegai che dipende
dalla respirazione e dalla capacità di proiettare il suono.
I musicisti europei sono abituati ad usare i microfoni fin da
quando sono nati come jazzisti. Forse è un fenomeno culturale,
forse no, perché neppure molti musicisti americani hanno
un suono potente. Non l'aveva ad esempio Bobby Hackett, che in
origine suonava la cornetta: poi passò alla tromba, ma
un giorno mise un annuncio nel giornale del sindacato che diceva:
"Vendesi tromba. Registro superiore mai usato". Giorni
fa ho tenuto un seminario in Sardegna (una master class associata
al festival Jazz In Sardegna, dal 13 al 16 dicembre - ndr), e
ho ripetuto agli studenti una frase che una volta Dizzy disse
a me: si suona per se stessi, per i musicisti del gruppo e per
il pubblico. E il pubblico deve essere in grado di sentirvi. Il
fatto è che quando si suona meno forte c'è più
flessibilità, e tecnicamente tutto è più
facile. Ma, anche se suonate nell'ultima fila di un'orchestra,
dovreste essere in grado di farvi sentire ugualmente.
GS: Oltre che con Hampton e con Jones/Lewis tu hai suonato, e
spesso da prima tromba, in una quantità di orchestre: con
Charles Mingus, con Jaco Pastorius... Cosa cambia per un trombettista,
da un'orchestra ad un piccolo gruppo?
FADDIS: Ho suonato anche con le big band di Count Basie, di Anthony
Braxton, di Gil Evans; e anche con Ornette Coleman, in un'orchestra
molto grande che suonava musica molto difficile. E adesso mi occupo
della big band della Carnegie Hall (dove Faddis è stato
nominato direttore artistico della programmazione jazzistica -
ndr). Quel che cambia, è relativo. Ad esempio, suonare
jazz con Mingus in quintetto era altrettanto difficile che suonare
in big band: lui aveva sempre partiture per tromba che richiedevano
l'intera estensione, dal grave all'acutissimo. Ovviamente le strutture
sono diverse, e in generale suonare in orchestra richiede molta
precisione e molta disciplina.
GS: Avrai quarant'anni tra qualche mese. Cosa ti aspetti da questa
maturità, e in generale dagli anni Novanta?
FADDIS: Di riuscire a sconfiggere la paura. Qualche esempio? Quando
ho diretto per la prima volta la Carnegie Hall Big Band avevo
paura, perché pur avendo suonato in tante orchestre non
avevo mai proposto miei arrangiamenti. E' andata bene, e così
ho superato una paura. Un'altra paura è sempre quella di
perdere ciò che si ama: io ho la musica, ma avevo anche
una moglie con cui sono stato sposato dodici anni, e oggi sono
divorziato. E una paura grandissima è ovviamente quella
della morte: non la mia, ma della mia famiglia e di tutti quelli
che mi sono cari. Dizzy è molto malato, e ciò mi
spaventa. Ho paura di quando non ci sarà più lui:
io gli auguro ancora molti anni di vita, ma sarà durissimo
perdere una persona così brillante e così "dizzy"
come lui, che mi ha sempre dato un gran supporto. Per me è
come un secondo padre, anzi di più: un fratello, un maestro
di tromba, un mio pari, un amico.
Gianfranco
Salvatore
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