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LIBERAL,
MILES DAVIS (1965-68)
di Gianfranco Salvatore
In
musica c'è qualcosa di più difficile che suonare:
lo chiamano ascoltare. Virtualmente un orchestrale può
disinteressarsi di quanto gli accade intorno, sincronizzarsi sui
gesti del direttore, entrare quando arriva la sua parte, uscire
quando è finita, e nel frattempo perfino dormire (l'Adorno
dell'Introduzione alla sociologia della musica e il Fellini
di Prova d'orchestra ne hanno dato le rappresentazioni
migliori). Nel jazz, un solista può inanellare infiniti
cliché spacciandoli per improvvisazione estemporanea, pur
rimanendo concentrato unicamente sul proprio ego. Su questo malcostume
del suonare mettendosi passivamente in sincrono, o ricorrendo
a repertori mnemonici, John Cage applicò più volte
il suo genio nell'esasperare gli atteggiamenti passivi, inventando
eventi sonori basati unicamente sugli effetti di simultaneità.
Altri, da Stockhausen a Frank Zappa fino agli ordierni alchimisti
della "ambient" e della "techno", hanno radicalizzato
ulteriormente l'idea fino a riutilizzare lacerti di musiche preesistenti,
ricomponendoli a posteriori. Fatto sta che il principio della
non-reciprocità, il sonno del "non ascoltarsi",
provoca sempre risultati musicali abnormi: mostri, mediocri o
geniali secondo i casi.
Nel
1965 Miles Davis aveva alle spalle quasi vent'anni di jazz vissuti
da protagonista, e si guardava attorno con curiosità e
un certo senso di noia. Ormai lo disgustavano sia la routine alla
quale si erano ridotti molti eredi del Bebop, lo stile con cui
egli era nato musicalmente, sia i nuovi alfieri delle avanguardie
nere, che tacciava di pressappochismo e cialtroneria. Gli sembrava
che l'arte dell'improvvisazione, essenza ed anima del jazz, si
fosse ridotta al suo contrario: trucchi mnemonici, o casuali accozzaglie
di suoni. Cominciava perfino a rifiutare il termine "jazz",
ormai troppo limitante. Riteneva che i jazzisti avessero smesso
di ascoltarsi tra di loro, che fosse caduto in crisi l'interplay,
quell'empatia inventata dai musicisti di colore per organizzare
la struttura musicale sul momento, basandosi sul reciproco ascolto,
e stimolandosi a vicenda.
Per reazione verso il proprio ambiente, o per aver colto prima
degli altri certe suggestioni esterne, cominciava invece a interessarsi
a quanto accadeva nella musica nera non jazzistica e perfino nelle
nuove correnti del rock californiano. Pochi sanno che fu proprio
lui, nel '65, a fare una telefonata strategica ai vertici della
CBS per convincere la casa discografica a pubblicare il primo
album del Byrds, la band che avrebbe trasformato il folk-rock
in psichedelia.
D'altronde
erano gli anni in cui Ravi Shankar e la musica indiana, con tutto
il senso estatico e la carica di religiosità che il raga
trascinava con sé, influenzavano profondamente tanto John
Coltrane (uscito dal primo grande quintetto di Davis per diventare
in pochi anni il guru di un jazz "mistico") quanto i
Byrds, i quali trasmisero il messaggio ai Beatles. Miles Davis,
pur materialista ed edonista quale era - sempre a caccia dell'ultima
fuoriserie, dell'ultima moda italiana, dell'ultima fotomodella
di successo, per rivendicare un orgoglio afroamericano aristocratico
e alternativo a quello della "rivolta nera" -, non era
insensibile a tutto quanto gli sapeva di magia, specie se traducibile
in suoni. Così, a un certo punto, capì che poteva
andare perfino oltre quell'interplay che i suoi colleghi
jazzisti stavano perdendo, per inventare una musica basata su
qualcosa di ancor più avanzato dell'ascolto reciproco:
musica generata dalla telepatia.
Alle
soglie di questo mitico 1965 Davis aveva completato la formazione
di quello che sarebbe stato il suo secondo grande quintetto. L'assortimento
delle personalità era effettivamente straordinario. Herbie
Hancock, l'intellettuale, aveva una formazione da concertista
classico e una laurea in ingegneria, e trattava il pianoforte
come un ingranaggio generatore di paradossi; Wayne Shorter, l'asceta,
si esprimeva in un linguaggio sibillino quasi quanto quello di
Miles, e col sassofono si divertiva a disegnare mondi possibili;
Ron Carter, il membro più anziano coi suoi ventisette anni,
era il contrabbassista più richiesto del momento per la
sua stimolante versatilità; mentre Tony Williams, che Miles
aveva scoperto appena diciassettenne, era semplicemente diventato,
a vent'anni, il batterista più innovativo del secolo, un
maestro di cangianti poliritmie. A lui, sfidando ogni logica e
ogni convenzione, il leader affidò la massima libertà
di invenzione; con lui, e con gli altri, cominciò ad elaborare
una musica nuova.
Il
titolo del primo brano, registrato il 20 gennaio di quel '65 e
destinato anche a diventare il titolo del nuovo disco, la diceva
lunga: "E. S. P.", "percezione extra-sensoriale".
Da quel momento, nei suoi tre anni e mezzo di vita, il quintetto
sarebbe diventato una sorta di laboratorio filosofico basato unicamente
sull'empatia musicale. Miles parlava pochissimo, e quando lo faceva
si divertiva ad essere oscuro: "non suonare le note facili",
"suona solo se senti qualcosa". I suoi compagni - l'Intellettuale,
l'Asceta, il Versatile e il Poliritmico - recepivano maieuticamente,
suonando al di là del senso comune e producendo un tessuto
musicale aperto ed entropico. I temi di partenza venivano sempre
più asciugati, e mossi ubiquamente nello spazio melodico;
gli accordi ridotti ad armonia complementare, fino ad essere virtualmente
eliminati; mentre il ritmo, spinto dal motore di Williams, sembrava
ribellarsi ad ogni quadratura: pulsazione pura, in fibrillante
effervescenza. Quanto a Miles, non a caso Hancock e Shorter gli
dedicavano brani intitolati The Sorcerer ("lo Stregone")
o Prince of Darkness ("il Principe delle Tenebre"):
la sua tromba, da sempre alla ricerca dell'ineffabilità,
trovò in quegli anni le sue espressioni più metafisiche
e più demoniache. Ne vennero fuori sei o sette dischi memorabili,
arricchiti negli anni da alcuni inediti pubblicati in ordine sparso.
Adesso
tutto è raccolto cronologicamente, adeguatamente commentato,
e pubblicato dalla Columbia-Sony in un meraviglioso artefatto
che compendia un libro-scrigno, un capolavoro d'arte grafica e
una raccolta di sei Cd colorati: prezioso oggetto di styling
rilegato in tela bordeaux, dal dorso in acciaio inciso, in
un solido astuccio senape con caratteri stampati a marchio. Tra
gli ulteriori (e definitivi) inediti vi compaiono la sublime Thisness
(titolo fino ad oggi sconosciuto), e alcune versioni dei brani
già noti - precedentemente accantonate - che mostrano chiaramente
come le scelte di Miles siano cadute non sulle esecuzioni più
perfette, ma su quelle più gloriosamente "telepatiche".
Cioè basate su una coralità di invenzione che ancora
oggi stupisce, e che forse la musica di questo secolo non ha più
raggiunto.
Gianfranco
Salvatore
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