“il manifesto”, 14 novembre 1997

MILES PSICHEDELICO
di Gianfranco Salvatore


Che il Miles Davis a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta sia stato l'inventore del jazz-rock è una bufala pazzesca, uno di quei luoghi comuni che si ripetono a vanvera, senza darsi la pena di controllare. Piuttosto, il Miles "elettrico" è stato l'involontario istigatore di quell'incontro tra il jazz post-coltraniano e alcuni schemi, chitarristici e batteristici, di un "rock" inteso in senso lato, che altri dopo di lui hanno portato avanti, in dosi e miscele assai svariate. Questi "altri", come è noto, sono la maggior parte dei musicisti che collaboravano con lui attorno al 1969: McLaughlin e Tony Williams, Zawinul e Shorter, Chick Corea e Airto Moreira, Billy Cobham e altri minori, in gruppi come il Lifetime, la Mahavishnu Orchestra, i Weather Report, i Return To Forever - con relativi epigoni.


Miles odiava il rock, che considerava un esproprio dei musicisti bianchi a danno dei neri, con l'aggravante di quella che riteneva un'incompetenza musicale di fondo. Da "In A Silent Way" a "Bitches Brew", da "Live Evil" a "On The Corner", i suoi unici, labili punti di contatto con l'immaginario rock sono gli strumenti elettrificati (e via via sempre più effettati), e gli episodi, di lunghezza e peso variabile, dove la batteria suona in ritmo "binario", un 4/4 marcato e non swingato. Ma questi elementi venivano sottoposti a radicali astrazioni, e gli stilemi che Miles escogitava non erano mai veramente rock. La ripetitività delle figure ritmiche e il lavoro di manipolazione del sound nascevano da un'intuizione più antica e più futuribile del rock: quella di frantumare la linearità del tempo e l'identità del suono strumentale per portarsi in una dimensione diversa, tra l'Africa e Stockhausen (riferimenti ben documentati), capace di instaurare nella coscienza di chi ascolta un tempo ciclico, il tempo delle cosmogonie e delle narrazioni mitiche, in una dimensione sonora iridescente, cangiante ed allucinatoria. Quando questa visione estatica divenne sempre più danzante, il riferimento era ormai il funky (e prima ancora il boogie di "Jack Johnson"), senza passare dal rock.

Ma, soprattutto, Miles non amava il rock perché non amava i generi musicali. Amava, però, certi musicisti. Hendrix, e il suo batterista Buddy Miles, erano per lui due fari: eppure, indicandoli come esempi ai propri musicisti, plasmava chitarristi e batteristi assolutamente fuori da ogni schema. E amava i Byrds e David Crosby, Sly & The Family Stone e i Fifth Dimension: gli alfieri della psichedelia bianca e nera. Per capire simili gusti e fonti d'ispirazione di Miles basterebbe porsi nello spirito del 1967. Fu l'anno in cui morì Coltrane, che insegnò a tutti - inclusi i Grateful Dead e compagni psichedelici del rock californiano - come la spiritualità poteva essere infusa nella musica, prolungando all'infinito le improvvisazioni, e inchiodando lo sviluppo armonico a un bordone fisso. E fu anche l'anno in cui l'ispiratore di Coltrane, Ravi Shankar, portò il suo sitar al Festival Pop di Monterey. Il vento del '67 soffiava a tutti, trasversalmente, il medesimo messaggio: che per rinnovarsi la musica doveva tornare alle origini, essere suonata e percepita come esperienza psichica, linguaggio del profondo.

A questo messaggio Davis non era certo insensibile. Il Miles "elettrico" andrebbe dunque ripensato come un Miles "psichedelico". Da qui il suo peso storico, la sua enorme influenza trasversale, la magia che rimane efficace nel tempo, l'intemporale attualità.

Gianfranco Salvatore

 

 


© Gianfranco Salvatore 2001

powered by Cantoberon multimedia