“LIBERAL”, ………….

MINA
di Gianfranco Salvatore

Basterebbe la voce per consegnare Mina alla storia della musica del tardo Novecento. Voce che ha rotto, in tempi non sospetti, barriere e pregiudizi solidissimi. Quando interpretò la Fuga a due voci in do minore di Bach in televisione con Severino Gazzelloni, il principe del flauto le si inchinò. Illustri musicologi classici l'hanno paragonata a Maria Callas e Cathy Berberian, gelosi amanti del jazz e della musica americana a Barbra Streisand ed Ella Fitzgerald. Ma dal suo apparire, alla fine degli anni Cinquanta, discutevano di lei anche i maggiori scrittori e sociologi italiani.

Perché?

Forse perché, per l'immaginario italiano degli anni Sessanta e Settanta, Mina ha preceduto quello che è stato il fenomeno internazionale di Madonna nel pop degli anni Ottanta e Novanta, o di Ute Lemper in un contesto più ristretto e più "cólto". Icona e leggenda vivente, immagine cangiante e ogni volta spiazzante, un volto e un corpo da mutante, nella sua sensualità ora metafisica, ora autoironica, ora sfacciata, volteggiante al di sopra di qualsiasi stereotipo, anzi, matrice di mode e di scandali, di desideri proibiti o rischiose identificazioni. L'alieno della porta accanto, quel margine di impossibilità che - benché impraticabile dai comuni mortali - ci è familiare e ci ossessiona per anni.

Aveva il carattere giusto per riuscirci. Viene descritta come una persona a cui non piace fare troppe discussioni, che preferisce seguire l'istinto. Per la propria indipendenza ha rifiutato offerte clamorose, si è ritirata dalle scene, è diventata un'azienda discografica in proprio. Chi l'ha conosciuta da vicino ne ricorda il candore e la testardaggine. Grande figura femminile dell'individualismo dei nostri tempi, anche nelle scelte di vita, col privilegio di non essere mossa da nessuna ideologia, se non quella della propria indipendenza. Rendiamoci conto: Mina è una che ha rifiutato Sinatra e l'Ed Sullivan Show, Fellini e "Il Padrino" di Coppola, il sogno americano e i miliardi offerti da Berlusconi. E che sa correre il rischio di sbagliare: nel '64 si ostinava a non accettare di cantare "E se domani" (che registrò solo grazie a un sotterfugio dell'autore), e poi fece lo stesso con "L'appuntamento", che divenne uno dei massimi successi della Vanoni.

Sul più bello, dopo aver fatto vibrare della sua immagine e della sua voce i maggiori successi della discografia italiana e le trasmissioni televisive più indimenticabili, è sparita. Quasi a dirci: sono la vostra allucinazione collettiva, sono i sogni che sognate ogni notte. Io sono irraggiungibile, e vi tocco. Certi vertiginosi portamenti della sua voce, certi vibrati quasi metallici scagliati come scosse elettriche, sonoramente spiegano - più di tanti altri simboli - quanto possa essere ammaliante e determinata questa donna, che pure ama sopra ogni cosa la semplicità.

Con semplicità, Mina ha realizzato il paradosso di imporre a noi tutti la sua presenza così ineffabile e così concreta, che da fenomeno di costume si è trasformata, lentamente, in pura e semplice mitologia. C'è l'effetto di decine di milioni di dischi (chi dice cinquanta, chi settanta, chi di più) venduti in quarant'anni e passa. C'è stato l'effetto della televisione, quella di una volta, che la elesse mattatrice, vedette, show-girl per tutti gli anni Sessanta e oltre. Questa presenza si è poi trasferita più fantasmaticamente alla radio, infine la sua firma sui giornali. Da un anno all'altro, da un decennio all'altro, un continuo giocare con propria immagine, a esasperarla, a diluirla, a stravolgerla. Dalla calzamaglia nera e il grande fiocco in testa nella prima esibizione a diciott'anni, all'imbarazzante abito a campana bianco stampato in "mille bolle blu" con cui le imposero presentare l'omonima canzone a Sanremo del '61, e che seppe portare con autoironia, fino alle vertiginose minigonne (le prime nell'ancora pudibonda televisione italiana del '67), i nude-look, la sparizione delle sopracciglia; infine la sua stessa sparizione, il ritiro dalla televisione nel '74 e dalle scene nel '78, la sua faccia e la sua figura rielaborate sulle copertine dei dischi in forme sempre più aliene, accompagnate dalla colonna sonora delle sue canzoni, almeno un disco all'anno, magari doppio. Come la ninfa Eco, Mina si è dileguata per trasformarsi in voce, smaterializzandosi, ma può farsi sentire in qualsiasi momento, rispondendo a domande sempre diverse.

Per alcuni eletti, che Mina sceglie fra la gente comune, quella voce può posarsi direttamente su un prodotto della propria intimità. E da qui si vede anche meglio la miscela di eccentricità e di semplicità che caratterizza il personaggio, la vera chiave della sua personalità artistica. Da anni, infatti, una buona parte dei dischi di Mina si basa su canzoni di autori esordienti, sconosciuti, casuali, dilettanti, hobbisti, talenti qualche volta destinati a futuri riconoscimenti, altre volte persone qualsiasi che avevano nel cassetto quella sola canzone. Le arrivano, per lo più, dei modesti provini domestici - suonati alla meglio con una chitarra, cantati con voce un po' stonata - che chiunque può spedire all'indirizzo della sua casa discografica. Lei ascolta personalmente tutte le cassette, provenienti da tutta l'Italia, e sceglie in maniera imprevedibile. Basta poco. Qualcosa le fa vibrare una corda, e quella canzone viene registrata e finisce su un disco: Mina canta il sig. Rossi.

Gli eletti più eletti di tutti sono i musicisti che registrano i suoi dischi, gli ultimi esseri umani a detenere il privilegio di sentirla cantare dal vivo. Gli appassionati li pressano con richieste di informazioni e di aneddoti, com'è, come sta, come appare, come lavora? Nessuno li obbliga a tacere, ma per rispetto si attengono alla consegna del silenzio. Qualcosa però, fra gli addetti ai lavori, trapela. Io stesso, tempo fa, ho espresso le solite curiosità a un musicista che collabora con lei da quindici anni. Cose che chi l'ha ascoltata ai tempi, in televisione o dal vivo, già sa: il senso del tempo pazzesco, la formidabile padronanza del ritmo, l'intonazione perfetta. Da cui vengono fuori dischi senza trucco e senza inganno, come oggi non si fanno più. Mina canta ogni pezzo una sola volta, senza nemmeno provarlo sulla base, buona la prima, e spesso non li riascolta neppure. Emozionante.

Ma, non a caso, accanto a questi aspetti musicali mi viene riferita un'emozione anche visiva, e ancora una volta quasi metafisica: "Quando entra in sala di incisione è come una fatina, con tutte le stelline intorno, come nei film di Walt Disney". Puro carisma. E un episodio quasi intimo: al mio amico musicista, durante il lavoro, venne una congestione per aver mangiato qualcosa di freddo. La Fatina in persona lo coprì con uno scialle e lo massaggiò affettuosamente per tre quarti d'ora, come una buona amica.

Una volta Steve Khan, chitarrista jazz americano figlio di un grande autore di canzoni da musical, mi raccontò che da bambino la sua vicina di villa a Beverly Hills, tal Marilyn Monroe, lo prendeva in braccio e lo teneva sulle gambe. Capirete: in tanti anni ho ascoltato i racconti di tanti musicisti, ma solo allora ho provato la stessa invidia.


Gianfranco Salvatore

 

 


© Gianfranco Salvatore 2001

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