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Intervista
ai GRANDMOTHERS
realizzata il
pubblicata su 'Fare Musica', settembre 1993
GRANDMOTHERS. LE NONNE ALLA RISCOSSA
Visti a Roma, al festival Jazzmania, il 25 giugno, l'ultima edizione dei
Grandmothers è per tre quinti una ricostituzione dei Mothers of
Invention, la rivoluzionaria band diretta da Frank Zappa tra il 1964 e
il 1969.
Ottobre
'69: Frank Zappa dirama, attraverso la sua compagnia discografica Bizarre/Straight,
un lungo comunicato stampa intitolato "What Ever Happened to the
Mothers of Invention", annunciando la fine del gruppo: "I Mothers
of Invention, infame e repellente gruppo rock giovanile, non sta più
dando concerti. E' possibile che fra qualche tempo, quando il pubblico
avrà meglio assimilato i suoi dischi, il gruppo si riformi".
Ma ciò non sarebbe mai accaduto, almeno non con la formazione originale:
da allora sono passati ventiquattro anni e Zappa è andato avanti
per le sue molteplici strade che ben conosciamo.
Finirono così i Mothers Of Invention, "quelli veri",
bandiera del movimento freak americano della seconda metà degli
anni Sessanta, un gruppo unico per molte ragioni: il primo ad usare un
light-show, il primo a coinvolgere il pubblico in performance neo-dadaiste
e provocatorie, il primo ad alternare dal vivo un rock già di per
sé avanzatissimo con esecuzioni cameristiche e con free forms totalmente
improvvisate. Nel corso degli anni Ottanta, per iniziativa del batterista
originale, Jimmy Carl Black, ci sono state varie ricostituzioni parziali
del gruppo, ovviamente senza Zappa, e alcuni dischi usciti per varie etichette
indipendenti, tra cui quello recentissimo della tedesca Muffin Record,
"Dreams On Long Play", con musicisti americani ed europei. Ma
il tour estivo dei Grandmothers ci restituisce una formazione interamente
americana con ben tre dei membri originali: il multifiatista Bunk Gardner
e il tastierista e mago dell'elettronica Don Preston, oltre al chitarrista
e tastierista neworleansiano Roland St. Germaine, enciclopedico esperto
della musica zappiana e compositore in proprio, e a Enar Bladezipper,
versatile bassista olandese residente negli Stati Uniti. A Roma, grazie
al nostro "prosecutore zappiano" Sandro Oliva, il gruppo ha
potuto anche dedicarsi per parecchi giorni alle prove, in vista di una
vera e propria rinascita del repertorio originale dei Mothers e di nuove
composizioni e improvvisazioni collettive che proseguano lo spirito di
quei tempi, riprendendo il discorso da dove era stato interrotto: un po'
come il V.S.O.P di Herbie Hancock e poi i gruppi di Wynton Marsalis hanno
portato avanti il discorso dello storico quintetto di Miles Davis, la
cui evoluzione pure si interruppe precocemente, più o meno contemporaneamente
a quella dei Mothers originali. Abbiamo lungamente parlato con loro per
farci rivelare episodi inediti dei periodi più misteriosi della
storia dei Mothers: l'inizio e la fine. Nessuno sapeva, ad esempio, che
Don Preston, classe 1932, pianista jazz e sperimentatore elettronico,
e Bunk Gardner, di un anno più giovane, incredibile polistrumentista
(sassofoni, flauti, clarinetti, fagotto), avevano già collaborato
con Zappa vari anni prima del loro ingresso nei Mothers alla fine dell'estate
del 1966.
GS: Bunk, so che tu sei di origini italiane.
GARDNER: Sì. Mio padre proveniva da qualche parte della Sicilia;
i miei vennero a New York e poi si trasferirono a Cleveland. Il nostro
cognome originario era Guarnera.
GS: Cosa suonavate nella prima metà degli anni Sessanta?
PRESTON: Molta musica sperimentale, e Frank Zappa ci veniva ad ascoltare.
Improvvisavamo su documentari della vita microscopica, e anche su altri
film sperimentali. In effetti anche Frank aveva dei suoi film, in 8 mm,
su cui improvvisavamo. Altri film li avevo girati io. Era circa il 1962.
GS: C'era anche Buzz Gardner, che entrò nei Mothers come trombettista
nel gennaio del '69?
GARDNER: Sì. Mio fratello Buzz e Don erano assieme nell'esercito
a Trieste, nel 1951-52. Poi, finiti gli studi musicali, io e Buzz venimmo
in California nel 1960 e cominciammo a suonare con Don nel suo garage,
facendo soprattutto improvvisazione spontanea. Amici di Don avevano un
proiettore cinematografico, che usavano per mandare sullo schermo dei
collage, colori, e altre cose, e noi ci improvvisavamo. Era come un sing-around-talking,
un dialogo. A una di questa session venne Frank, portò le sue musiche
e ne suonammo alcune. Dopo alcune di queste sedute decidemmo anche di
fare un provino con una stazione TV locale, vestiti in maniera molto bizzarra.
Naturalmente non ci accettarono...
GS: Prima di entrare nei Mothers, nel '66, Zappa vi sottopose ad un'audizione?
PRESTON: Sì, ma mi aveva già fatto un provino nel 1965.
Vennero tutti nella coffee-house e galleria d'arte che gestivo, e alla
fine dell'audizione Zappa esclamò: "Non sai niente del rock'n'roll!".
In effetti non avevo mai suonato un pezzo rock. Mi disse di imparare qualcosa
al riguardo e poi di riprovarci. Per qualche strana ragione, dopo di allora,
cominciarono a chiamarmi per delle serate rock con varie band, a Los Angeles.
Un anno dopo chiesi una seconda audizione al manager di Zappa, Herb Cohen,
e fui accettato.
GS: Tu eri un jazzista sperimentale. Perché ti interessava suonare
coi Mothers?
PRESTON: Perché sapevo che a Zappa piaceva il meglio della nuova
musica: Stockhausen, Penderecky, Varèse, anche Ives. Sapevo che
saremmo andati in direzioni differenti da quelle di una normale rock band,
e poiché avevo fatto tanta musica sperimentale sapevo che questo
avrebbe aiutato Zappa ad andare in una direzione diversa.
Jimmy Carl Black, classe 1938, texano di origini pellirosse, è
sempre stato l'animatore di ogni ricostituzione dei Grandmothers,
inclusa quest'ultima. A lui il delicato compito di rievocare il
polemico scioglimento del gruppo originale.
GS:
Zappa non ha mai spiegato chiaramente le ragioni della fine dei Mothers:
in occasioni diverse dichiarò che era "stanco di suonare davanti
a gente che applaude per il motivo sbagliato", oppure che il gruppo
era in deficit: "Abbiamo fatto due tournée negli Stati Uniti
e alla fine ci abbiamo rimesso del denaro", disse. Qual è
la verità, e quale fu la reazione del gruppo?
BLACK: Il gruppo fu molto ferito, e questa è la ragione di certe
dichiarazioni molto amare rilasciate da vari membri, turbati dal modo
in cui lui sciolse il gruppo, non dal fatto di averlo sciolto. Fummo esclusi
da un tour molto importante, e Frank improvvisamente disse che il gruppo
era finito, e che il nostro ultimo salario risaliva alla settimana precedente:
non ci fu nessun preavviso, fummo tagliati fuori da un momento all'altro.
Anch'io ne fui amareggiato, perché ero stato con Frank fin dall'inizio,
ma ho superato il malumore, non è durato a lungo. Mi sono detto
che lui doveva avere una ragione per fare quel che aveva fatto. Non l'ho
mai odiato per questo, ma mi sentii profondamente ferito: non capivo il
perché della sua decisione.
GS: Non dipendeva dalla qualità della musica?
BLACK: Non
penso, ma Frank disse che era per questo, e lui era il leader del gruppo.
Penso che Frank volesse andare in una diversa direzione musicale.
GS: E il deficit di cui parlava?
BLACK:
Potrebbe anche essere, ma perse molto più denaro in seguito:
ad esempio al tempo del tour di "Broadway The Hard Way",
quando aveva un gruppo di undici persone e pagava molto ciascun
membro, ben più dei dei 250 dollari a testa che dava a
noi ogni settimana. Noi non gli costavamo poi così tanto.
Ma se lui ha una diversa opinione, va bene: io mi tengo la mia.
Penso che lui musicalmente volesse qualcosa che non credeva che
noi potessimo fare. E penso che in questo avesse torto, perché
credo che noi potessimo fare qualsiasi cosa lui volesse. Se solo
non ci avesse liquidato in quel modo, se ci avesse detto di fermarci
per un certo periodo, sarebbe stato meglio, e ognuno sarebbe stato
pronto a tornare assieme. Ma il modo in cui sciolse il gruppo
fu un insulto per tutti. Sai, non ci ha mai definito un grande
gruppo. Soltanto cinque volte venne da noi a dirci: "Ragazzi,
avete fatto una grande esibizione". Cinque volte in sei anni!
Tuttavia amo veramente Frank Zappa. E' un fratello per me, e lo
sarà sempre. Sono molto orgoglioso di aver suonato con
lui, nel miglior gruppo di tutta la mia vita. E questo gruppo
oggi esiste di nuovo!
Gianfranco Salvatore
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