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LIBERAL,
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PAOLO
CONTE
L'EROS, IL NASO E IL NOVECENTO
di Gianfranco Salvatore
Il
figlio del notaio Conte suonava ad Asti nella Barrelhouse Jazz
Band e nella Lazy River Band Society. Poi dovette mettere a frutto
la sua laurea in giurisprudenza, nell'ufficio del padre, e si
sfogò componendo canzoni. Ne scrisse per Celentano (Azzurro
e La coppia più bella del mondo) e l'Equipe 84 (Una
giornata al mare), per Patty Pravo (Tripoli 1969) e
Caterina Caselli (Insieme a te non ci sto più),
per Jannacci (Messico e nuvole) e Lauzi (Genova per
noi e Onda su onda); perfino per la Pavone e la Zanicchi,
spesso con testi altrui.
Nel '71 si stufa, deluso da un Sanremo osservato, da dietro le
quinte, nella sua dimensione più cruda. Si rassegna a fare
l'avvocato, poi dopo due o tre anni mette assieme in un nastrino
un po' di canzoni disperse, che nel '74 diventano un disco. Da
allora ne ha fatti quattordici, senza contare antologie ed edizioni
straniere. Tre li ha intitolati uguali, "Paolo Conte"
(quello d'esordio, il secondo l'anno dopo, il terzo nell'84),
come a dire: queste canzoni sono io. Altri tre sono dal vivo ("Concerti",
1985; "Paolo Conte Live", 1988; "Tournée",
1993), e ci restituiscono il repertorio e l'interprete sempre
più sicuro e più aguzzo. Uno e un po' ("Paolo
Conte Al Cinema", 1990, e due pezzi di "Aguaplano",
1987) raccolgono frammenti di colonne sonore e musiche per il
teatro, naturali sfoghi della sua espressività così
icastica. Immagini e storie, d'altronde, nei suoi dischi tracimano
anche fuori dai solchi. Le copertine portano o il ritratto fotografico
della sua faccia (che sembra un disegno) o i suoi disegni (che
sembrano sogni). Mentre i libretti dei Cd diventano sempre più
ingombranti, dovendo contenere, oltre ai suoi testi in italiano,
dapprima le traduzioni in francese, perché in Francia esplose
fin dall'85, e poi in tre, quattro, cinque lingue europee, man
mano che il Continente lo scopriva e lo capiva all'impronta, come
già aveva capito altri artisti italianissimi e universali,
Fellini, Fo.
Come Fellini e Fo meriterebbe un monumento, o almeno il nome sulla
targa di una piazza. L'avrà. Finora ha avuto un bel libro,
abbastanza monumentale, curato da Enrico De Angelis per Muzzio
(Conte. 60 anni da poeta), pubblicato nell'85 e rinnovato
nell'89, pieno di dati e interviste, di disegni suoi e sue caricature
(omaggi di disegnatori illustri: Pratt, Altan, Manara...), e di
una quantità di saggi critici, sul suo mondo poetico, il
suo lessico, le sue musiche dalle armonie così dense eppure
così fluide. E sulla sua idea di Francia, d'America negra
e latina, di Padania e d'Italia, di provincia e di mondo. E' vero,
Conte ha amato Aznavour, ha suonato un jazzino insoddisfatto sul
piano e sul vibrafono, ha avuto un nonno imbarcatosi ragazzino
per Buenos Aires, e lui stesso, da giovane, ha suonato e sognato
su navi da crociera. Ma sono note a margine, chiavi di lettura.
Conte, lo dice sempre, le sue storie se le inventa, e altrettanto
s'inventa il suo jazz, i suoi viaggi e paesaggi, e milonghe e
baiadere. Meglio ancora: reinventa vecchie invenzioni, immaginario
d'antan, e le rende più vere del vero, vivendole in voce.
Perché il mistero di Conte sta tutto in quella voce. All'inizio,
consapevolmente non-cantante (come altri grandi cantanti italiani,
Battisti in primis), e paroliere in ritardo, Conte leggeva
tutto attraverso le sue musiche preferite, attraverso ambienti
e costumi che attorno a quelle musiche vorticosamente girano.
Si avverte, nei primi dischi, lo sforzo innaturale d'impostarsi
una voce, un'intonazione, ma quel che ne viene fuori, tremolante,
è soprattutto il naso. Negli ultimi, riduce molti testi
a nonsense, allitterazioni, fonemi, privilegiando, una
volta di più, la musica, che si fa più articolata
e quasi sfugge alla forma-canzone. In mezzo, negli anni Ottanta,
finalmente s'abbandona alla sua voce naturale, lasciando libera
quella sua intonazione distratta, che assomiglia alla vita. Non
canta più le parole ma le mastica, impastandole, respirandole
col naso. Un naso di cui anche l'amato kazoo - l'umile
strumentino (una trombetta che funziona come il vecchio trucco
del pettine e carta velina) venuto fuori dal blues più
ridanciano, dall'avanspettacolo negro - è diretta emanazione
sonora, gonfiata ad orchestra dai suoi armonici nasalizzati ed
assurdi.
In fondo, solo del naso di Conte e della sua evidenza - così
prepotente nella sua voce e nella sua maschera - si può
parlare con cognizione di causa. Perché, come cerchi d'inquadrarlo
a tutto tondo, Paolo Conte sfugge e sguscia da tutte le parti.
La chiave di lettura panamericana, tra jazz e Caraibi ed Argentina,
ne ha in qualche modo ritardato la piena comprensione, anche ai
suoi primi collaboratori discografici: bravi arrangiatori - Claudio
Fabi, Tommaso Vittorini - che però ne prendevano alla lettera
il background. E nemmeno chiarissima o esaustiva è
l'immagine di un Conte esotista, anche se effettivamente le sue
americhe e afriche e quant'altro prendono forma - anzi, esistono
- solo in funzione di una conoscenza tanto più vivace in
quanto di terza mano, filtrata attraverso le esperienze e le falsificazioni
musicali che in Italia hanno fatto grande lo spettacolo di varietà,
dal caffè-concerto al tabarin, dall'avanspettacolo al dancing.
E' il mondo annusato e ascoltato in chiave ritmica, con tutti
i balli arrivati in Europa e in casa nostra fin dai primissimi
decenni del secolo: tanghi e foxtrot, rumbe e swing, milonghe
e bajòn, fino al rullo compressore del rock'n'roll (ma
qui Conte si ferma, perplesso). Ed è un mondo invischiato
in tutte le idiosincrasie melodiche che questi ritmi portano frementi
su di sé, come amanti grassocce e un po' invadenti. Sono
ritmi e melodie ed immagini sempre spinte verso un margine di
feconda inautenticità, nelle illusioni ottiche ed acustiche--
della provincia italiana, dove ogni eco di terre lontane, salgarianamente,
arrivava ridotta ai suoi tratti meno sottili e più plastici
e poi iperbolicamente gonfiata nel maraviglioso e nel pittoresco.
Con indolenzito desiderio, erotizzata frustrazione, risoluti e
pudichi arrapamenti (e sull'Eros di Conte ciascuno decida per
sé: chi lo sente sublimato ed assente, chi lo vuole frusciante
e rotondo, e tanto più carnale quanto più allusivo).
Ecco perché "900", il suo album più perfetto,
si annuncia con squilli di tromba travestiti da melodia vocale,
mascherati dal languido tre-quarti, da una prosodia masticata
e dalle fusa di una fisarmonica. L'incipit dell'eponima
canzone d'apertura è una carica di cavalleria, quasi a
sfogare l'attesa del Nuovo Secolo nell'euforia della vigilia.
Il Nuovo Secolo, il Nuovo tout court. Di questa integrale
novità, il tramonto dell'Ottocento aveva moltiplicato i
segnali e gli annunci: le Esposizioni Universali ci portavano
oggetti e musiche di terre lontane, la Belle Epoque sollevava
gli animi e le sottane, la civiltà delle macchine alludeva
ad un progresso che ci avrebbe donato - non stiamo qui a far tanti
discorsi difficili - soprattutto una vista più lunga e
una vita più divertente, appagando ogni curiosità
e ogni desiderio. Così i nostri bisnonni, e Conte appresso
a loro, nel Novecento ci si sono buttati a pesce, avidi di esperienze
e sentimenti audaci: di quello "stile Novecento" che
poi, non a caso, parecchie canzoni - fino agli anni Quaranta -
avrebbero cantato.
In tutta l'opera di Conte trascorre questo secolo nuovo: ma dimidiato,
perché l'interesse del nostro autore si ferma a metà
corsa, agli anni Cinquanta. Non è questione di antiquariato.
La seconda metà del Novecento gli resta estranea, perché
di lui non ha bisogno. Dagli anni Sessanta in poi la società
e la musica si trasformano radicalmente per diventare quelle che
sono oggi, quando la musica leggera, in particolare, si è
evoluta fino a diventare qualcosa di più di un'arte minore
o d'occasione, agguerrita a far grandi anche i discorsi più
minuti, e soprattutto trasformata in una faccenda tutta giovanile.
E' la prima metà del Novecento, invece, ad aver bisogno
di Conte per farsi riscrivere cinque o sei decenni di danze, musiche
e canzoni. Sommamente imperfetta, provinciale e derivativa, eppure
tortuosamente vitale, la canzone italiana del primo mezzo secolo
porta in sé tutte le ignavie di chi sa di doversi liberare
di immani ingombri - il melodramma, la lirica ottocentesca, il
salotto, una borghesia ancora molto contadina e poco, pochissimo
europea - ma sonnecchia nella cuccia confortante della divina
provvidenza, del genio italico e dello stellone, che prima o poi
ci penseranno loro. Conte riprende tutto, entusiasmi e pigrizie,
provincialismi ed esotismi, arroganze e modestie, e li trasforma
in letteratura musicale, con gran ghigno d'autore. E con incredibile
fiuto: scavando in cassapanche piene di costumi un po' antiquati
ma imbevuti di situazioni sentimenti persone, o scovando tartufi
sotto la crosta polverosa della nostra storia. Minutaglia preziosa,
da indagare attraverso il monocolo, per grattar via la ruggine
da decorazioni e sfumature che il tempo ha caricato di significati.
Perché nel mondo di Paolo Conte ogni cosa - un ritmo, un
motivetto, un verso sdrucciolo, un preziosismo, un gergo - è
segno, o quanto meno segnale e sintomo, di una vita vissuta col
senso del dettaglio e di quanto dai dettagli, comunicando, promana.
Qualcuno ha detto che l'immaginario di Conte potrebbe essere,
ancor più che musicale, cinematografico. Lui stesso vi
ha alluso nei primi album («E' tutto cinema, cinema, cinema...
E piano piano si srotola di questo film la pellicola», Lo
zio), per poi ammettere (in "Una faccia in prestito",
1995), che al cinema è bello perdersi il film, contorcendosi
per riuscire a guardare una donna in terza fila (Un fachiro
al cinema). Ma cosa conta di più, vedere o intravedere?
Conte è Conte perché la sua qualità evocativa
va al di là anche dell'udito e della vista: dei suoni-segni,
delle fantasticherie paraletterarie, dei film girati e guardati
attraverso il filtro magico di quel bianco e nero che non esiste
più. Tutto questo ci sta. Ma, nella sua quintessenza, Conte
mi sembra, piuttosto, compositore e cantante e poeta di naso.
L'ispirazione, per lui, è come una vecchia tabacchiera:
qualcosa che odora e pizzica fino a farci starnutire una piccola
esplosione di vitalità, capace di trasformare l'irritazione
in euforia. Si esplode in uno starnuto, in una risata, in un orgasmo.
Stimolati cioè - mi si perdoni l'immagine corriva - da
un prurito. Conte si gratta molto, letterariamente e musicalmente,
ma ha avuto il genio di nettarsi le unghie dentro le sue canzoni,
lasciandovi tracce di tutte queste esplosioni: fenomenologie che
i detriti ci restituiscono sommesse e distanti, ma ancora paurosamente
cariche del loro potenziale d'emozione.
Perché l'olfatto è il senso preposto ai sottintesi,
la vita è un campionario di fragranze deliziose, di aromi
intensi come esperienze reali, di afrori e tanfi indimenticabili.
Dove il profumo è musica, e la musica profumo. Così,
almeno, per Paolo Conte. O stavamo parlando di Marcel Proust?
Gianfranco
Salvatore
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