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Intervista
a RALPH TOWNER
realizzata il
pubblicata su 'Fare Musica', dicembre 1992
RALPH
TOWNER. IL PROUSTIANO
di Gianfranco Salvatore
La
musica degli Oregon ha condiviso con quella dei Weather Report
l'affascinante definizione di "colonna sonora di film immaginari".
Adesso che il leader del gruppo, Ralph Towner, ha composto realmente
un sountrack per un film italiano, l'abbiamo incontrato per entrare
più in profondità nel suo visionario mondo espressivo.
Trovo interessante che un certo tipo di musica provochi immagini
visive, o "film immaginari", in chi l'ascolta. Come
compositore, però, non cerco di specificare le immagini
che la mia musica può suscitare. Credo che la musica contenga
di per sé tutte le emozioni che un essere umano può
provare. Credo che in se stessa sia un linguaggio, più
veloce e più diretto del linguaggio verbale. E credo che
la musica di valore abbia il potere di manifestare reazioni paragonabili
alle esperienze extramusicali che un ascoltatore può aver
avuto: un po' come quando l'aroma dell'erba o del pane appena
sfornato fanno scattare sensazioni e associazioni profonde. 
Raramente ho avuto occasione di raccogliere dalla voce di un musicista
osservazioni più proustiane. La sua idea di sinestesia
sembra d'altronde risuonare nella sua musica come la fragranza
delle madeleines o delle orchidee cattleya si riverbera
nell'immaginaria "Sonata per Violino e Pianoforte" di
Vinteuil, dentro le pagine della Ricerca del Tempo Perduto.
D'altronde Ralph Towner è uno dei pochi musicisti dell'area
più o meno jazzistica a poter vantare, dalle sue peculiari
esperienze artistiche fino alla varietà della propria strumentazione,
un bagaglio vastissimo di tracce che attraversano ogni territorio
del pensiero e dell'immaginario musicale. Un po' è merito
della sua polimorfa educazione musicale, svoltasi tra Europa e
America; un po' del suo training multiforme, classico ed
etnico e jazzistico; un po' delle risorse timbriche ed espressive
degli strumenti che domina da sommo stilista, dalle chitarre acustiche
al pianoforte, dalla cornetta ai sintetizzatori; e molto, moltissimo
è merito del fatto di aver vissuto le sue prime esperienze
artistiche in quell'affascinante calderone di approcci e di stili,
di sperimentazioni e di collaborazioni che è stata la scena
newyorkese dei primi anni Settanta.
Pur essendo diventato famoso come leader degli Oregon, uno dei
gruppi acustici più originali degli ultimi vent'anni, e
per una parallela produzione discografica in proprio con l'ECM,
Towner ha alle spalle un background giovanile, poco noto ma intensissimo
e a suo modo unico, dalla cui conoscenza non si può prescindere
per inquadrare in profondità il pensiero e l'arte musicale
di questo che è sicuramente uno tra i musicisti più
ispirati e visionari della musica d'oggi. Approfittando di certe
sue recenti frequentazioni italiane, che quest'anno lo hanno visto
collaborare con Carlo Mazzacurati per la magnifica colonna sonora
del film Un'altra vita, ho posto a Towner una serie di
domande col preciso proposito di illuminare il significato storico
del suo background, e certe zone profonde del suo pensiero musicale.
Pochi ricordano, ad esempio, che Towner (nato nel distretto di
Washington il 1° marzo 1940) non iniziò musicalmente
con la chitarra, lo strumento che per primo lo rese famoso, ma
col pianoforte classico e con la tromba. Nel 1958, frequentando
i corsi di teoria musicale e composizione all'Università
dell'Oregon, conobbe Glen Moore, destinato a diventare il suo
contrabbassista di sempre; ma solo nel 1962, quasi per caso, acquistò
una chitarra classica. Se ne innamorò a tal punto da trasferirsi
in Europa, per studiare lo strumento al Conservatorio di Vienna;
parallelamente si dedicava anche al liuto e alla musica antica.
Solo nel 1968 tornò definitivamente negli USA, stabilendosi
a New York: e, pur suonando jazz (soprattutto come pianista),
cominciò a maturare una via di mezzo tra musica improvvisata
e approccio classico che sarebbe diventata una delle basi più
cospicue della sua personalità musicale. I miei studi
classici a Vienna rappresentano le fondamenta della mia sonorità
e della mia tecnica, mi ha confermato il musicista. Il risultato
di questo mio training è udibile negli elementi della produzione
del suono, dell'articolazione e delle dinamiche: sottigliezze,
queste, che normalmente sono applicate più all'interpretazione
dei brani classici che al jazz e alla musica improvvisata.
Questa sua eclettica attitudine dovette essere notata ben presto,
vista la varietà di impieghi musicali che Towner riusciva
a trovare. Partecipò perfino al Festival di Woodstock col
cantautore Tim Hardin, e con lui avrebbe anche registrato, portandosi
dietro il compianto Colin Walcott, fra i primi specialisti americani
di strumenti come il sitar e le tablas. Ma il festival di Woodstock
fu per me soltanto un lavoro come un altro. Molti jazzisti, a
quell'epoca, erano chiamati a suonare dai musicisti folk. Paul
Motian, ad esempio, era a Woodstock con Arlo Guthrie nello stesso
set in cui suonai io, e Tim Hardin chiamava spesso anche Eddie
Gomez e Warren Bernhardt. A quei tempi c'era un grande interesse
per musiche diverse dal bebop; i Weather Report, Mahavishnu, Miles
Davis e tutti i musicisti di New York erano soliti interagire
e sperimentare nuove forme di improvvisazione.
Tra
i 1970 e il '72 Towner fece parte del Paul Winter Consort, un
gruppo che molti considerano tra i capostipiti della cosiddetta
New Age. Della formazione facevano parte anche Walcott, Moore
e Paul McCandless, cioè i futuri Oregon. Ma considerare
se stesso e i propri collaboratori come antesignani della New
Age è un atteggiamento che - per quanto diffuso tra i pretesi
storici di questa fortunata ma indefinibile area musicale - a
Towner ripugna. Molte fra le categorie che il marketing musicale
ha definito a tut'oggi sono, il più delle volte, versioni
limitate e sterilizzate di alcune delle innovazioni che furono
introdotte nei primi anni Settanta. La New Age, in particolare,
sembra essere una categoria che richiede un sound costantemente
privo di urgenza, di senso drammatico, di modulazioni armoniche
e scale melodiche intricate, e che dunque non distragga da un'educata
conversazione. Tutto sembra ridursi ad una sorta di utilitaristico
massaggio sonoro per l'uomo d'affari stanco e annoiato, prodotto
soprattutto da musicisti con scarsa esperienza delle possibilità
emotive e drammatiche della musica in quanto forma artistica.
Uno scetticismo del tutto analogo viene manifestato da Towner
per un'altra inclassificabile area musicale che oggi va per la
maggiore, e che pure gli viene attribuita di frequente. "World
Music" è un'altra etichetta inventata dagli agenti
di marketing per qualsiasi musica che includa strumenti a percussione
invece della batteria, e strumenti a fiato diversi da quelli usati
nel bebop. Effettivamente, quando negli anni Sessanta si manifestarono
i prodromi di quella che oggi si chiama World Music, grazie ad
alcuni fra i musicisti più lungimiranti e cosmopoliti della
storia del jazz (John Coltrane, Don Cherry, Yusef Lateef), il
mercato di massa neppure se ne accorse. Eppure, mi permetto di
obiettare, proprio Towner è stato poi fra gli antesignani
di una musica "totale", aperta all'incontro tra strumenti
e culture musicali differenti, che ha contrassegnato alcune fra
le più luminose sperimentazioni degli anni Settanta: ma
anche questa, a detta del musicista, è l'eredità
collettiva di un'epoca straordinaria, da lui vissuta in prima
persona. Come ho già detto, i primi anni Settanta videro
molti musicisti a New York sperimentare nuove combinazioni di
strumenti e di solisti di varia estrazione, scrivere musica nuova
e provare possibilità stilistiche diverse da quelle del
bebop. In quel periodo io mi trovai a partecipare a sessions e
serate con Elvin Jones, Wayne Shorter, Sonny Rollins, Jimmy Garrison,
Stan Getz, Freddie Hubbard, Carla Bley, Dave Holland... e la lista
potrebbe continuare a lungo. Era un'epoca molto feconda, a New
York, e io la ricordo come un momento aureo.
A quell'epoca (per la precisione al novembre del 1971) risale
anche la sua partecipazione a "I Sing The Body Electric",
il secondo album dei Weather Report, tra i cui solchi Towner lasciò
un'indimenticabile performance alla chitarra a dodici corde, nel
brano The Moors. Effimero ma brillantissimo, l'episodio
costituisce un unicum nella discografia del gruppo, e sembra l'esatta
dimostrazione del clima newyorkese descritto da Towner. Quella
seduta di registrazione dei Weather Report fu un tipico esempio
di quell'epoca musicale. Andammo negli studi della Columbia, e
Wayne Shorter portò un lungo schema di una nuova composizione.
Cercammo per ore di trovare un modo di realizzarla nel miglior
modo possibile. Alla fine io cominciai a improvvisare da solo
sul tema, e tutti uscirono dallo studio. Mi ascoltavo in cuffia,
ma non ero completamente cosciente del fatto che mi stavano registrando.
Continuai a suonare per un po', e a un certo punto decisi di andare
a vedere dove erano finiti gli altri. Stavano tutti in regia,
eccitati da quanto avevo appena finito di suonare. Allora ritornammo
in studio e suonammo quella che poi diventò la seconda
parte del brano.
L'episodio chiama anche in causa quella che per Towner è
l'essenza di un metodo di lavoro e di una filosofia musicale:
il rapporto fra composizione e improvvisazione, autentica araba
fenice di tutto il jazz contemporaneo. E qui viene fuori con chiarezza
anche la predisposizione del musicista per un'ispirazione che
trascenda gli stessi limiti acustici del fare musica. Quando
compongo una song o un lavoro di più vasto respiro, sono
profondamente calato nella pura emozione sonora, che manipolo
quasi come uno scultore, modellando la materia con un tocco qui
e uno lì, nell'attesa che arrivi all'esatta posizione in
cui si trovino realizzate le sensazioni che ho in mente. E la
determinazione degli spazi improvvisati in un brano è una
condizione di lavoro che non può essere lasciata al caso,
ma va programmata in anticipo, andando dunque a incastonarsi già
nel lavoro di composizione. La composizione di un brano destinato
all'improvvisazione deve stabilire l'atmosfera, la collocazione
e le regole di sviluppo che bisognerà poi seguire nell'improvvisazione.
Nella musica classica le sezioni di sviluppo sono scritte, mentre
nella musica improvvisata lo sviluppo è appunto improvvisato
dai musicisti. Essi devono dunque avere confidenza con la teoria
dell'armonia, le scale, le varietà di tempo e di ritmo,
ed essere dei veri e propri compositori a tutti gli effetti. Una
buona composizione dovrebbe stabilire un suo forte mondo musicale,
tale da poter ispirare improvvisazioni che siano estensioni e
sviluppi del feeling e dell'atmosfera presentata dalla sezione
scritta.
Ecco dunque profilarsi a tutto tondo la fisionomia di un musicista
visionario ma con le idee chiarissime sui processi musicali: un
musicista ideale per lavorare ai commenti musicali di un film.
Eppure, a parte una piccola esperienza precedente, questo ventennale
autore di musiche per "film immaginari" non aveva mai
scritto la colonna sonora per un lungometraggio, prima che l'occasione
gli venisse offerta da Carlo Mazzacurati. E' stata un'esperienza
molto soddisfacente. In un certo senso, aver lavorato con un artista
di tale sintonia ed affinità come Carlo potrebbe avermi
viziato. Ha voluto che la musica fosse significativa per il film
alla stessa stregua di un personaggio, ma al tempo stesso non
voleva una sonorità costante, che avrebbe rischiato di
ricalcare pedissequamente l'atmosfera del film, come accade in
molte colonne sonore. Lui stesso ha individuato i personaggi che
dovevano essere rappresentati da un proprio tema musicale; e questi
temi, oltre a presentarli singolarmente, ho anche provato a combinarli.
L'unica limitazione, tipica delle colonne sonore rispetto ai dischi
autonomamente concepiti, è stata la restrizione delle durate
delle musiche per accordarle alle scene. Ma qual è
stato il metodo di lavoro? Sono venuto per la prima volta a
Roma nel dicembre dello scorso anno, per visionare con Carlo le
varie scene non ancora montate. Ho potuto così maturare
progressivamente il significato e il feeling di ogni personaggio,
oltre che del film nel suo complesso, rimanendone emotivamente
coinvolto, e ho cercato di produrre musica che mi desse emozioni
analoghe a quelle suscitatemi dai personaggi. La decisione finale
su cosa usare spettava a Carlo, ma mi sono sempre trovato d'accordo
con lui.
Un precedente incoraggiante per aspettarsi da Towner film sempre
meno immaginari, e madeleines dalla fragranza sempre più
reale.
Gianfranco
Salvatore
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