Intervista realizzata a Roma il 1° ottobre 1996
Parzialmente pubblicata su 'Musica!' 1996



LA GENTE DI ZAWINUL

(versione integrale)

 

Nuovo disco, nuova etichetta, nuovo tour per Joe Zawinul, che illustra a "Musica!" la sua concezione dell'universalità e della fratellanza umana.

A poca distanza dalla pubblicazione della sua sinfonia "Stories of the Danube" (che sarà eseguita l'anno prossimo in Italia all'apertura di Umbria Jazz), e a poche settimane dall'inizio del tour europeo che toccherà anche l'Italia a fine ottobre, Joe Zawinul ci regala un altro album straordinario, "My People", inaugurando con esso un nuovo contratto discografico con una casa tedesca, la Escapade. Tra i molti musicisti che vi compaiono c'è anche il penultimo nucleo dello Zawinul Syndicate (Paco Sery e Arto Tuncboyaciyan a batteria e percussioni, e Gary Poulson e Matthew Garrison alla chitarra e al basso, assieme ai loro successori Amit Chatterjee e Richard Bona che li sostituiranno in tournée), ma anche una quantità di ospiti da tutto il mondo, fra cui spicca Salif Keita, non nuovo alla collaborazione col tastierista austriaco, che gli aveva arrangiato "Amen".

"My People" è come sempre un album pulsante di voci, suoni e ritmi, ma con una lucidità, una coerenza e una freschezza di ispirazione superiore a quella di tutti i suoi dischi col Syndicate. L'album corona infatti quel percorso creativo, visionario e festoso iniziato venticinque anni fa con i Weather Report, la cui musica all'epoca veniva presentata come un'arte capace di creare paesaggi sonori e film immaginari. Oggi Zawinul riempie questi paesaggi e questi film di gente, della "sua" gente, secondo il messaggio chiaramente scolpito nel titolo del disco, e diffusamente illustrato nell'intervista che ci ha concesso (con la collaborazione di "Italia Radio"):

JOE ZAWINUL: Fin da quando ero un giovane musicista il mio progetto principale era di riuscire a suonare una musica in grado di comunicare con chiunque e dovunque: con i bambini, ad esempio, coi bianchi e i neri d'America, con africani, italiani, cinesi. E ciò a prescindere dagli strumenti impiegati: usare uno Stradivari o un sintetizzatore non fa nessuna differenza, perché sono solo degli utensili. Ed è così anche la voce umana, perché Pavarotti suona diverso da Frank Sinatra, da Salif Keita o da Mick Jagger. Io creo la musica a partire dal suono, e sul suono improvviso; e poi provo a immaginare chi potrebbe cantare la tale cosa, e comincio a cercare le persone, gli interpreti giusti. A volte ciò richiede molto tempo, perché ho bisogno di un suono particolare per fissare l'immagine di un brano. Cerco queste persone in tutto il mondo. Sono contrario a categorizzare la gente per il colore, la nazionalità o la religione: sono stato educato nella religione cattolica, ma alcuni dei miei migliori amici sono musulmani, ebrei, buddisti. La mia gente è quella che mi invita a casa in tutte le parti del mondo per mangiare assieme, per essere amici; è semplicemente gente che sa che la vita è breve, e che anche se sei povero puoi essere felice. Io sono stato molto povero, ma ero sempre felice, e tutti possono esserlo: l'essenziale è lavorare duramente, qualunque lavoro uno faccia, e riuscire nello stesso tempo a star bene, mangiando con la propria famiglia, trattando bene i propri amici, e rispettando le persone.

GS: Nel disco ci sono anche due brani di Salif Keita. Come si inseriscono in questo discorso?

JZ: Waraya, che io canto nella lingua bambara, vuol dire "nel segno del leone", ed esprime il mio rispetto e il mio amore per la gente del Mali. Di Bimoya, che vuol dire "essere un uomo", io ho scritto la musica e Salif il testo, che enuncia così l'ideale di democrazia e di independenza del Mali: quando riusciremo a produrre abbastanza cibo, e pescare abbastanza pesci, saremo capaci di nutrire anche i bambini dei bianchi. Solo allora sentiremo di essere benedetti da Dio, e finalmente la democrazia e l'indipendenza funzioneranno.

Gianfranco Salvatore

ADDENDA:

JZ: Vedo questo secolo che sta finendo come un grande secolo, forse il più grande, anche uno dei più cattivi: e le due cose sono in relazione. Molti grandi uomini sono nati fin dai primi tempi: grandi filosofi, grandi artisti, grand architetti. Ma questo secolo ha portato le cose più grandi, di cui abbiamo veramente bisogno: le grandi macchine, gli aerei, i computer. Però sono accadute anche molte cose cattive: la gente che era schiava aveva poco da mangiare e lavorava duramente senza sapere cosa accadeva veramente nel mondo. Il vero problema oggi è che la gente sappia, il grande conflitto sta nel cosa fare con tutta la gente che c'è nel mondo mentre la popolazione cresce, e il pianeta diventa piccolo.

GS: Cosa pensi della diffusione del sapere attraverso le tecnologie e i mass media?

JZ: Penso che sia un bene e che debba crescere sempre di più, aprendo la mente su tutti, perché c'è ancora spazio. Bisogna assicurarsi che la gente abbia la possibilità e la speranza di vivere. Questa è la filosofia del mio nuovo album.

GS: Non pensi che i poveri, gli emarginati siano esclusi da questo processo di informazione globale?

JZ: Sì, perché la rivoluzione scientifica crea, tra la gente che sa e quella che non sa, una tale differenza che moltissima gente non può trovare lavoro. Questo è un grande pericolo. Però la mia gente non sono solo i poveri, i senza casa, ma anche quelli che sono nati poveri ma che sono riusciti a fare qualcosa nella vita, diventando medici, scienziati... Anche se non puoi avere un lavoro, a New York, se sei disposto a prendere una scopa e a spazzare le strade, chiunque ti darà lavoro.

 

 


© Gianfranco Salvatore 2001

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