""BOLLETTINO DELL'ASSOCIAZIONE MUSICISTI DI JAZZ", inverno 1997

 

 

TEMA E VARIAZIONI: INTERVISTA A GIANFRANCO SALVATORE

di Aldo Bagnoni

 

 

 

 

 

Nel mondo del jazz, ciascuno lo sa, bisogna saper fare fronte a diverse situazioni. Sicché, di fronte ad un collega musicista, o un altro operatore del settore, non potremmo escludere che costui non sia attrezzato ad operare anche in ambiti collaterali. Una delle figure più esemplificative in merito è il casertano (ma ormai pienamente romano) Gianfranco Salvatore: musicologo (tra i fondatori della SISMA), critico (per anni sulle riviste Musica Jazz, Blu Jazz e Fare Musica), docente (all'Università della Musica di Roma e poi all'Università di Lecce), produttore discografico e arrangiatore (con Guitar Madness, Lello Panico, etc.), insomma un personaggio tra i più "trasversali" di tutto il mondo del jazz in Italia. Ed altrettanto "trasversale", nelle sue stesse parole, il suo approccio alla classica intervista sullo schema "domanda-risposta" (un po' come il solito modello "tema-improvvisazione"). La condizione posta per essere intervistato è che si riportassero prima tutte le nostre domande, e poi le sue risposte. Gianfranco si è voluto così divertire a scombinarci il meccanismo, improvvisando sì sul tema, ma anche costringendoci ad inseguirlo nel suo gioco di accorpamenti ed allusioni, e ad apprezzarne la capacità di "raccontare una storia". Un parallelo con Sonny Rollins, celebre macinatore di melodie e somma autorità in citazioni, a questo punto s'impone.

DOMANDE:

1. Circa dieci anni fa fosti seriamente coinvolto, assieme a Luciano Linzi e su un'idea condivisa con Lorenzo Pallini, nel dar vita ad un doppio album dedicato all'interpretazione in chiave più o meno jazzistica di brani firmati Mogol — Battisti [Ci ritorni in mente Gala Records — n. d. r.]: un'opera che radunava una sorta di "summa teologica" del nostro jazz dell'epoca, episodicamente affiancato anche a nomi del pop italico. Quel lavoro, in qualche modo, fece epoca, nel nostro ambiente di allora, forse un po' ristretto e un po' serioso. A partire da quest'anno accademico '97-'98, ti ritroviamo in cattedra (nel vero senso del termine), presso la Facoltà di Beni Culturali dell'Università di Lecce, a tenere un corso interamente dedicato al lavoro di Mogol. Ma perché il binomio Mogol-Battisti appassiona tanto te, che sei uno dei migliori e più noti critici e musicologi dedicatisi in Italia al jazz? E con quale attenzione, più in generale, un jazzista secondo te dovrebbe guardare — o meglio, continuare a guardare — alla cosiddetta "musica leggera' italiana?

2. Cosa "ti ritorna in mente" di quelle sedute di incisione? Qual era l'atteggiamento prevalente dei musicisti su quel progetto, all'epoca?

3. Ed oggi, come vedi questo proliferare, divenuto oramai moneta corrente, di progetti jazzistici dedicati alla canzone nostrana, da Tenco a Fossati, da Paoli a Carlo Alberto Rossi, o persino agli 883? Te ne senti in qualche modo istigatore, o responsabile? E vi sono limiti che non vanno oltrepassati, secondo te?

4. Tu sei anche musicista, ed hai svolto anche attività di produttore discografico. Se tu dovessi o potessi produrre in totale libertà di mezzi economici e di scelte artistiche un lavoro di matrice jazzistica sulla canzone italiana, con quali musicisti (magari non solo italiani) ti piacerebbe lavorare? E come interverresti in sede di pre- o post-produzione?

5. Pensi che potrebbe o dovrebbe esistere, nel jazz prodotto in Italia, anche il ruolo di "paroliere dedicato"?

6. Parliamo anche della tua esperienza di docente universitario a Lecce: qual è la tipologia dei tuoi allievi? Vi sono, tra di essi, giovani musicisti di jazz, o comunque ragazzi interessati al jazz? E come il jazz entra (se vi entra) nel tuo corso di studi?

7. Tralasciando ora l'aspetto così particolare del rapporto tra il jazz suonato in Italia e la musica leggera, o la canzone di autore, ti va di esprimere qualche considerazione sull'attuale situazione jazzistica nel nostro paese nell'anno di grazia 1998, magari riferendoci anche a ciò che sembra potersi muovere in futuro per il jazz italiano attorno alla nuova legge sulla musica?

8. Ma esiste, infine, un "jazz italiano"? O meglio, ha senso usare questa espressione?

RISPOSTE:

1-6. Dall'anno accademico 1996-97 insegno a Lecce, "Civiltà Musicale Afroamericana", seconda cattedra in Italia di ques'insegnamento che prima, com'è noto, esisteva solo al DAMS di Bologna, dov'è tenuto dal collega Giampiero Cane. Dall'a.a. 1997-98 mi hanno affidato anche l'insegnamento di "Storia delle Musiche Alternative", di nuova istituzione. Si tratta, in sostanza, di una cattedra di Popular Music, disciplina presente da anni in varie Università europee: ma il caso di Lecce è il primo in Italia. Il mio programma di quest'anno è dedicato al rinnovamento della canzone italiana fra gli anni Sessanta e Settanta, con particolare riguardo alla produzione di Mogol e Lucio Battisti. Libro di testo del corso monografico è il mio L'alchimia del verso cantato. Arte e linguaggio della canzone moderna (Castelvecchi, Roma 1997). Tra gli studenti di entrambe i miei corsi vi sono musicisti classici, jazz e rock.

1-3. L'ambizione di un progetto del genere non è dimostrare che il jazz offra un approccio buono ad ogni evenienza, quanto di stimolare le "latenze"di un particolare repertorio, indagare le sue risorse meno evidenti, i suoi segreti. Ora, questa capacità di esaltare sfumature nascoste di un certo tipo di brano ha sempre fatto parte del "genio" jazzistico, a prescindere dal tipo di repertorio adottato. Le canzoni battistiane (o di altri importanti autori italiani) possono essere stimolanti non solo per il loro valore melodico intrinseco, ma perché — come ogni repertorio per sua natura refrattario ai soliti vecchi trucchetti da anni Trenta (applicare swing) o Quaranta (intervenire sulle armonie con criteri oramai stracodificati, per non dire ritriti) — pongono una sfida. Anche per questa ragione la rilettura battistiana, per il mio modo di vedere, era interessante. La realizzazione di un disco come Ci ritorni in mente ci impose di escogitare chiavi di lettura diverse per ogni singolo brano. A quel punto, il filtro jazzistico era libero di agire più come sensibilità che come "metodo". Quanto più un repertorio si mostra lontano dal jazz, tanto più l'idea di rileggerlo assieme a dei jazzisti diventa una faccenda creativa, una sfida interessante.

2-3. Giuro: in quel caso non ho dovuto forzare la mano a nessuno. È evidente che, chi più chi meno, a Battisti (magari inconsapevolmente) erano affezionati tutti. E poi, Aldo, diciamocelo tra me e te (i jazzisti dell'AMJ non ne hanno bisogno): l'idea che esistano "limiti" invalicabili alligna, ahinoi, molto più nella testa dei critici che in quella dei musicisti. Quanto ai produttori discografici, dipende. La cosa che ricordiamo con un certo rimpianto è la prima versione di Non è Francesca, il cui arrangiamento fu affidato a Mario Raja con la sua Big Bang (l'impianto orchestrale era implicito, "latente", nella celebre coda ad libitum della versione originale). La mia idea era di farla cantare a Nicola Arigliano: riuscivo perfettamente a immaginare l'idea di disincanto, di dignità dolente, di virile distacco, che la sua voce fumée ed il suo stile interpretativo nelle ballads avrebbero saputo conferire alla canzone. Arigliano accettò, e in due o tre takes sovrincidemmo la sua voce. Il risultato, per me, era bellissimo, ma il supervisore del disco volle che invece il brano fosse affidato a Mango, con cui registrammo in uno studio a Milano. Anche Mango, nonostante le mie perplessità iniziali, fu bravissimo, e quella versione particolarmente fortunata, visto che anni dopo la WEA la ripubblicò in un'altra raccolta di interpretazioni battistiane (Innocenti Evasioni). Ma conservo il rimpianto della versione Arigliano (che purtroppo non è sopravvissuta, essendo andato smarrito l'unico "pronto-ascolto" che ne esisteva), anche perché la cosa mi imbarazzò talmente che non fui capace di spiegarla a Nicola. Colgo quest'occasione per rinnovargli i miei complimenti e la mia stima. Colgo anche l'occasione per rivelare un fatto ignorato ai più. L'idea di fare un disco intitolato New Standards, e poi realizzato tempo fa da Herbie Hancock, era un mio progetto più volte avviato tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta. Posso dire con orgoglio che i brani che avevo individuato nella produzione pop e rock erano molto più efficaci e sorprendenti di quelli scelti da Hancock e i suoi produttori: provate a immaginare un brano dei Beatles che, opportunemente rifraseggiato (ma senza cambiare una sola nota), suoni monkiano, o uno dei Led Zeppelin gillespiano... (non rivelerò di quali brani si tratti neppure sotto tortura). Il progetto fu prima avviato con un famoso jazzista italiano, che poi si ritirò. Fu in seguito riavviato con una famosa cantante, che ne era entusiasta, ma nessuna etichetta discografica, pur tenendoci in ballo per un paio di anni, volle pubblicarlo. Il che la dice lunga sul senso del rischio che abbiamo in Italia: eppure la storia dimostra che potevamo arrivare prima degli americani, e fare meglio.

4. Miles Davis, Gil Evans, Duke Ellington, Gorni Kramer (con relative orchestre): nel senso che, quando l'aspirazione è puramente ideale e i sogni oggettivamente irrealizzabili, non c'è differenza tra un disco di jazz-jazz e uno di jazz "applicato". Quanto al lavoro di produzione, se è ben fatto, la post-produzione si limiterà a qualche editing e soprattutto ad almanaccare la sequenza dei brani sul disco (attività maliziosamente creativa). Per quanto riguarda invece gli aspetti creativi della pre-produzione (che per me consiste quasi esclusivamente nell'ideazione del progetto), seguo Hal Willner nell'individuare un accostamento paradossale tra repertorio e possibili interpreti: cioè un sound che stia in relazione non logica ma piuttosto maieutica con ciascun brano e con le sue "latenze"; Joel Dorn nel cercare di tirar fuori ulteriori "latenze" dai musicisti; Teo Macero nel configurare eventuali "trucchi' risolutivi (più in caso di necessità che per mero narcisismo); me stesso nel "metter becco" su strumentazioni e arrangiamenti, e in altre due cose che non vi dico.

7. Quando i momenti di delusione si alternano così di frequente a quelli di ottimismo, non è possibile dare una risposta che non sia ciclotimica.

3-5-8. Perché no?

Aldo Bagnoni

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© Gianfranco Salvatore 2001

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