| |
"BOLLETTINO
DELL'ASSOCIAZIONE MUSICISTI DI JAZZ", n° 2, gennaio-aprile
'92
CANTO
E CONTROCANTO TRA MUSICISTI E CRITICI
Le domande:
-
Qual
è, potrebbe o dovrebbe essere il ruolo del musicista
di Jazz oggi?
-
Qual
è, potrebbe o dovrebbe essere il ruolo del critico
musicale di Jazz oggi?
-
Quali
obiettivi comuni a critici e musicisti indica per elevare
la qualità artistica, etica e professionale del mondo
del Jazz Italiano alle soglie dell'Unità Europea?
1.
Non capisco la domanda, che mi sembra formulata male, o forse
è solo anacronistica. Si parla di "ruolo" sociale, politico?
Non credo che un sax possa essere usato come un kalashnikov o
come una bandiera: da noi, anzi (e intendo da Fausto Papetti ai
simulacri pubblicitari contemporanei), la sua immagine corrisponde
ad un erotismo blando, consolatorio, perfino bigotto. La "presenza"
del jazz non è (o non è più) nemmeno scomoda:
nelle sue forme più correnti, ovvero più e meglio
promosse, rimane semplicemente minoritaria, e in quanto tale può
perfino far moda. Quello che mi sembra effettivamente scaduto,
rispetto ad anni fa, è il ruolo "simbolico" del jazz, il
quale pare aver perso tutte le valenze del suo passato: razziali,
protestatarie, religiose, utopistiche. Quanto ad un "ruolo musicale",
e a quello che "potrebbe" o "dovrebbe" essere, rimane un ruolo
"diverso" rispetto al panorama musicale globale: una diversità
che va difesa, perché si oppone all'omologazione totale
verso cui sembra andare la musica, tutta la musica, oggi. Ma guai
ad eroicizzare tale diversità: finirebbe in piagnisteo.
Al
di là di questo, il ruolo del jazzista, in quanto artista
e musicista, dovrebbe essere quello di giustificare sempre e comunque,
se non altro a se stesso, la propria esistenza nel mondo dei suoni,
la propria voce e il proprio eloquio. Chiunque faccia "musica"
dovrebbe avere qualcosa da dire. Affermazione tautologica, forse,
ma guardiamoci attorno... non necessariamente ovvia.
2.
Innanzitutto bisognerebbe distinguere il critico dal giornalista
tout court: non è detto che chi è più
ferrato musicologicalmente sia anche in grado di fare buona informazione,
e viceversa. La critica europea è nata e si è sviluppata
per decenni come attività "amatoriale" nel senso migliore
del termine, ma oggi questa sua natura non corrisponde più
alle esigenze culturali richieste dal suo stesso oggetto. Vorrei
vedere in giro più "bravi giornalisti" e meno critici improvvisati
che utilizzano strumenti approssimativi se non casuali, e che
il più delle volte non possiedono alcuna base di teoria
musicale, tirando avanti pretestuosamente con qualche nozioncina
sociologica (o psicoanalitica, o quello che è) avanzata
dai banchi di scuola.
Anche
nel caso della critica andrebbe soppesato e valorizzato il valore
della "differenza" del jazz: un valore che va gestito.
Ma
differenza non vuol dire isolamento, o miopia, o ignoranza giuliva.
Oggi come oggi la cosa più perniciosa è rinchiudere
la critica jazz in un ghetto: riviste specializzate esclusivamente
in jazz sono anacronistiche, fanno del jazz "un mondo a parte",
non tengono conto delle ormai decennali influenze che il jazz
e altre musiche reciprocamente si trasmettono, trasformandosi
di conseguenza; non tengono nemmeno conto del fatto che le ultime
generazioni di jazzisti sono state allevate, da piccoli, a rock
e derivati: musiche sul cui conto (e sulla cui dignità)
il jazzista contemporaneo la sa lunga, contrariamente a molti
critici.
Il
critico di jazz "dovrebbe" conoscere le altre musiche (storia,
tecnica, estetica) almeno quanto conosce il jazz, per affinare
(e comparativamente differenziare) i propri strumenti critici,
e per non cadere in delirio quando il jazz, lungo la sua strada,
incontra altre musiche e ne rimane segnato. Il jazz è nato
da sincretismi culturali e musicali: non è mai stato "puro".
Le chiacchere sulla purezza lasciamole alle monache e ai razzisti.
3.
Ma davvero vogliamo parlare di qualità? La qualità
è un concetto severo. Farò qualche esempio. Io rispetto
il malumore dei jazzisti verso i critici incompetenti. Ma difendo
il diritto a criticare: i grandi, quandi si ritiene (in buona
fede e con tutto il rispetto) che stiano sbagliando; i giovani,
quando si è convinti che le illusioni non vadano incoraggiate,
specie in un mestiere ingrato quale è quello del jazzista,
dove perdere inutilmente degli anni non porta solo frustazione
personale, ma disagio sociale e disastri economici che solo una
reale motivazione artistica può giustificare. Purtroppo
una critica onesta e ben articolata, positiva o negativa che sia,
è compresa da pochissimi musicisti, e non solo nel jazz.
Ma un musicista che non accetta critiche è patetico, ed
è ingiusto: ammette l'esistenza dei critici solo a proprio
vantaggio. Per la maggior parte dei jazzisti (dimostratemi il
contrario!) una recensione è solo uno strumento promozionale.
E Dio solo sa quanti musicisti sollecitano le recensioni. Sei
tollerato solo quando hai compreso e sancito l'indiscutibile valore
e l'indubitabile significato. Da questo punto di vista, uno strumento
perfezionabile ma mai perfezionato come il referendum Top Jazz
provoca reazioni a catena, che sfociano in un vero e proprio malcostume.
Molti musicisti si ricordano dell'esistenza dei "critici" (grandi,
piccoli e minimi) in autunno, quando fioccano, come le foglie,
i dischi inviati assieme a biglietti da collezione: "sottopongo
al suo autorevole giudizio...", "ogni critica sarà ben
accetta in quanto tale...", e simili circonlocuzioni, precedute
o chisate dall'inevitabile "in occasione del Top Jazz". Ovviamente
anche i critici hanno le loro ambizioni sbagliate: figurare nell'elenco
dei giudici sancisce, in qualche modo, la propria esistenza professionale
(basta crederci...).
Un
lavoro comune, paritetico, reciprocamente formativo, di musicisti
e critici sarebbe una buona occasione per elevare la qualità
etica e professionale (forse anche artistica, ma non ci giurerei)
del mondo jazzistico nel quale gli uni e gli altri vivono. Quanto
all'Unità Europea (con relative, inevitabili, big bands),
ben venga: ma sarebbe meglio eliminare prima certe "leghe" jazzistiche
settentrionali e meridionali, malattia cronica di molto jazz italiano,
e perfino di qualche rivista. Ma per favore non ditelo a Bossi.
TOP
|
|