"MUCCHIO SELVAGGIO", 27 febbraio 2001

 

IL PENSIERO CHE DANZA

UN'INTERVISTA A GIANFRANCO SALVATORE

di Eddy Cilìa

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 


Si è già scritto su queste pagine del libro su Lucio Battisti edito da Gianfranco Salvatore per i tipi della Giunti. Ma, visto quanto vale L'arcobale
merita ribadirlo: la migliore biografia di un musicista mai pubblicata in Italia), era doveroso tornarci su scambiando due chiacchere con l'autore. Personaggio forse ignoto al pubblico che legge questo giornale ma che ha contribuito a dare una dignità culturale alla canzone d'autore e al rock come pochissimi altri nel Bel Paese. Un intellettuale della cui esistenza bisogna essere grati.

Siccome sei una figura professionale unica in Italia, mi piacerebbe innanzitutto che tu raccontassi ai lettori chi è Gianfranco Salvatore e come si guadagna da vivere.

Insegno alla Facoltà dei Beni Culturali dell'Università di Lecce, una delle poche in Italia a includere un indirizzo in Beni Musicali e l'unica adavere un forte gruppo di insegnamenti in area popolare, dall'etnomusicologia italiana a quella dei paesi extraeuropei, dal rock al jazz, fino alla musica da film. In realtà i miei insegnamenti sono due (cioè due diversi corsi regolari per ogni anno accademico). Uno è Civiltà Musicale Afroamericana, che per un quarto di secolo era esistito solo al DAMS bolognese. L'altro è Storia delle Musiche Alternative (questa la definizione accademica in uso in Italia per quello che altrove si intende come "popular music"). In cinque anni ho tenuto corsi su Battisti, su Zappa, sui Pink Floyd, sul bebop e sul jazz-rock, sulla trance nei rituali musicali dell'Africa e dell'America Latina e sulla psichedelia contemporanea. Il prossimo anno mi occuperò probabilmente, del blues di Chicago e dei Beatles.

Curo inoltre due collane librarie: "Jazz People" per Stampa Alternativa, che ha a questo punto messo in fila una ventina di biografie, e "Suonerie" per Castelvecchi, con cui produco libri più tecnici, dai manuali di musiche etniche variamente connesse con il rock o il jazz (dalla celtica al country e al klezmer) a storie di generi musicali di frontiera (dalla techno alle colonne sonore per cartoni animati).

Il mio lavoro copre tutto l'arco delle musiche popolari, sia contemporanee che tradizionali, e sia sul piano della ricerca storica che su quello dell'analisi di forme e stili. Ho diretto la rivista Il potere della musica e attualmente dirigo Melissi, le culture popolari. E infine, last but not least, c'è l'Accademia della Critica Musicale.

Ed è così che mi guadagno da vivere. Come tutti gli studiosi: insegnando all'Università, facendo conferenze e con i diritti d'autore dei miei libri che ormai, contando anche quelli in collaborazione con altri, sono circa una ventina. Per vent'anni, a partire dal 1976, sono stato un critico musicale, e mentre mi davo da fare con il giornalismo continuavo a studiare da musicologo. Fin da giovane mi ha attratto l'idea di sviluppare metodologie tali da offrire alla musicologia del rock e del jazz, che praticamente non esisteva, una dignità pari a quella delle musiche accademiche, pur rispettando le loro differenze. Ma credo di aver fatto tutti i percorsi al contrario. La storia degli intellettuali italiani del '900 è piena di scrittori che facevano critica letteraria o musicale per potersi pagare una libera attività artistica. Invece io, per studiare da musicologo, ho lavorato una dozzina di anni per la Rai come sceneggiatore e regista. Credo di aver fatto più programmi di prosa che musicali. Sono stato anche produttore artistico e discografico, lanciando vari gruppi e realizzando una quindicina di dischi, in Europa e negli Stati Uniti. Sotto uno pseudonimo, che non rivelerò nemmeno sotto tortura, ho composto musica da film e sigle radiofoniche e televisive, vincendo pure qualche premio, e ho scritto alcune canzoni, anche per gli Avion Travel e per Mina.

L'Accademia della Critica di Roma gode ormai di un grosso prestigio. Personalmente, ho sempre guardato con una certa diffidenza alle scuole di giornalismo, essendo persuaso che per imparare tale mestiere la pratica conti novantanove e la teoria uno. Ma ciò di cui ti occupi tu non è semplice giornalismo. Si può insegnare l'arte della critica musicale?

A inizio anni '90 mi sentivo pronto a insegnare le cose che avevo elaborato negli anni. Avevo smesso di lavorare per la Rai e l'ultimo gruppo prodotto, Guitar Madness, che includeva i tre maggiori chitarristi fusion italiani ed era stato votato tra i migliori nuovi talenti nel referendum di un'importante rivista nazionale, era saltato in aria per il fallimento della casa discografica. Con alcuni di loro, e grazie soprattutto al nostro manager Ivano Cassella (un amico che purtroppo non c'è più), fu fondata a Roma una struttura didattica, l'Università della Musica. L'idea era quella di istituire un corso di formazione per giornalisti e critici musicali nella convinzione, banale ma spesso smentita dalla realtà, che per fare il proprio mestiere anche i critici rock o jazz debbano conoscere il linguaggio musicale e saperlo interpretare. Creai un programma, inventai dei docenti, io stesso cominciai ad insegnare Metodologia della Critica Musicale, una disciplina che esisteva solo all'Università e per le musiche colte. Quandi Ivano mi fece capire che l'impresa era economicamente improduttiva, creai l'Accademia della Critica, che sta formando parte delle nuove leve del giornalismo musicale italiano e offre anche corsi per dj, manager, produttori discografici. Quindi la risposta al tuo quesito è: sì, si può.

Quando si innamora della musica Gianfranco Salvatore, quali dischi, quali artisti sono responsabili di tale epifania e quando decide di cominciare a scriverne?

Buona domanda… anche perché non ci avevo mai pensato. Come ascoltatore, fin da ragazzino, ho sempre divorato di tutto: dal blues rurale alla musica medievale e rinascimentale, dalle musiche orientali e africane ai classici del '900 e naturalmente dal pop al jazz. Credo di essere attratto soprattutto dagli estremi: grande semplicità o grande complessità. Penso che nelle forme più lineari, come il blues, si riveli quel carico di espressività che è una delle qualità fondamentali pure del rock: minime sfumature di intonazione, di pronuncia, di condotta timbrica, di tempo, che tutte assieme costituiscono il tesoro dell'individualità di un artista, in una misura diversa e, credo, assai più libera e articolata di quanto non accada nell'opera lirica o nel concerto classico. Nelle forme complesse mi incuriosisce invece, più che il livello di astrazione (di cui all'ascoltatore arriva, strutturalmente, poco), l'incontro di idee, stili, culture anche distanti: sono sempre stato attratto dagli ibridi. E mi ha sempre affascinato il modo in cui nascono le cose e le idee, il momento in cui un artista o un movimento hanno il coraggio di sporcarsi le mani, di sperimentare liberamente, creando qualcosa di nuovo e vitale a partire da approssimazioni ed errori. Negli ultimi anni, che ho dedicato prevalentemente a un impegno storiografico, ho lavorato raccogliendo documenti e ascoltando dischi relativi a questi momenti… caldi, ma in maniera trasversale: le più grandi emozioni arrivano quando si scoprono fonti inaspettate, cortocircuiti di intuizioni epocali, impensabili corrispondenze tra artisti, luoghi e situazioni anche molto distanti. Penso che uno dei maggiori meriti del rock sia stato quello di sapersi appropriare di materiali "esterni" e di mutarne profondamente il senso, trasformandoli in qualcosa di diverso. Uno dei saggi in fase di preparazione si occupa di questo.

Ma mi sa che non ho ancora risposto alla tua domanda… A dieci anni avevo un registratore a cassette e le prime cassette che acquistai furono il doppio bianco dei Beatles e il primo album di Battisti. Canzoni seducenti ma complesse. Dopo vennero Hendrix, la psichedelia, Parker e Coltrane, i virtuosi del progressive e del jazz-rock: roba tosta. Ma evidentemente Battisti e i Beatles si erano sedimentati. Scoprii presto che in America c'erano stati altri grandi artigiani della canzone, con il raro dono di essere degli innovatori però molto popolari: Burt Bacharach, i Beach Boys. A quanto pare, per diventare dei giganti della canzone aiuta avere un nome che comincia per "b".

Mi risulta che già prima de L'arcobaleno tu ti fossi confrontato con l'opera di Mogol/Battisti.

Quando inaugurai i miei corsi di Metodologia della Critica feci una specie di ritorno alle origini, sviluppando un metodo di analisi della forma-canzone e applicandolo ai Beatles e a Battisti. Scoprii che con quel metodo, pur senza utilizzare gli spartiti, riuscivo a far "vedere" ai miei studenti le ragioni della grandezza di certi autori. Secondo me un critico è proprio questo: uno che apre nuove dimensioni a chi ascolta la musica, facendogli visualizzare mentalmente com'è fatta e come funziona. Mi ponevo però il problema di definire in qualche modo anche la potenza incantatoria delle grandi canzoni, che non si esaurisce nella loro struttura. Mi rendevo conto che si tratta di una specie di alchimia, una parte di scienza e una di magia, e quindi con un aspetto imponderabile, impossibile da razionalizzare. Ma sotto c'erano delle precise reazioni chimiche tra verso e melodia, che creavano un amalgama, con caratteri propri sia rispetto alla musica strumentale che alla poesia pura e semplice. In una grande canzone il senso della melodia si intreccia con quello delle parole, in un gioco di rispecchiamenti indissolubile che fa della canzone un'arte peculiare e unica. Contano pure la grana della voce dell'interprete, i colori dell'arrangiamento. Questo aspetto del mio corso è poi diventato un libro di quattrocento pagine, L'alchimia del verso cantato, edito da Castelvecchi, che nella prima metà sviluppa una specie di teoria della canzone e nella seconda la applica a tutto il repertorio di Mogol/Battisti.

Ho conosciuto Mogol dopo aver scritto quel volume. Mi telefonò di prima mattina, gracchiando: "Professore, la chiamo dal mio letto. Ho passato tutta la notte a leggere il suo libro. E’ la prima volta che vedo la canzone trattata con il rispetto che merita! Mi sembra che il suo libro realizzi la mia idea di un'arte popolare". Si era entusiasmato, non tanto perché una studioso aveva analizzato la sua opera quanto perché riteneva che da quel saggio tutto il mondo della canzone ricevesse piena dignità con musiche di norma considerate più "alte". Fu così che ci conoscemmo. Poi visitai il CET, il laboratorio musicale che ha creato in Umbria, e gli proposi un progetto, sicuro che solo lui potesse capirlo: uno studio comparato della forma-canzone, dalla musica antica al repertorio tradizionale delle regioni italiane, fino al pop contemporaneo. Anche Mogol stava pensando da tempo di fare un'operazione sul folk. Chiamammo il progetto "L'arte della canzone popolare" e l'abbiamo poi sviluppato in tre regioni, Lombardia, Veneto e Umbria. Naturalmente, trattandosi del CET, una struttura didattica più che di ricerca, ne sono nati dei corsi di formazione, in cui insegniamo a giovani musicisti pop-rock a lavorare sui repertori tradizionali della propria regione con un linguaggio contemporaneo. Abbiamo scoperto parecchi talenti e ne sono nati anche quattro dischi.

Eddy Cilìa

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