"MUCCHIO SELVAGGIO ", 24 aprile 2001

 

IL PENSIERO CHE DANZA

UN'INTERVISTA A GIANFRANCO SALVATORE

di Eddy Cilìa

SECONDA PARTE

 

 

 



Stante l'impossibilità di parlare con Battisti, anche prima che ci lasciasse, l'incontro con Mogol è stato decisivo per la genesi de L'arcobaleno. Quanto è stato difficile persuaderlo ad aprirsi? Il libro dà l'idea di essere frutto di ricerche certosine, che devono avere portato via parecchio tempo. Era già in lavorazione quando l'artista che racconta morì? e cosa pensi delle celebrazioni che hanno seguito la sua scomparsa? quanto amore genuino e quante speculazioni? non è stato poco rispettoso rimettere sotto le luci della ribalta chi aveva fatto di tutto per allontanarsene?

Nel 1996/97 tenni a Lecce un corso su Mogol/Battisti. Qualche tempo dopo intrapresi dei passi per proporre a Battisti e a Mogol due lauree honoriscausa in Beni Culturali per il loro contributo alla canzone italiana. Battisti ricevette il messaggio attraverso un canale privilegiato, ma non rispose. In questo caso, forse, non per il suo solito ritegno: noi non lo sapevamo, ma quelli erano gli ultimi e più sofferti mesi della sua vita. La morte di Battisti rallentò il progetto: poteva sembrare strumentale assegnare a Mogol un riconoscimento proprio allora che il suo alter ego era scomparso. Per un singolare gioco di coincidenze, poco tempo dopo il DAMS conferì una laurea a Lucio Dalla. Cominciarono a essere pubblicate caterve di instant books sul povero Lucio, pieni di luoghi comuni, errori, falsificazioni. Io e Mogol fummo d'accordo sul fatto che bisognava scrivere una biografia semplice e sincera. La scelta fu di raccontare il punto di vista di sei persone, gran parte delle quali, non a caso, si erano sempre rifiutate di partecipare ai dibattiti e alle celebrazioni postume. Erano quelli che più da vicino avevano conosciuto Battisti, i suoi amici, quelli veri. Avevo già scritto altre biografie, ma per una volta ho cercato un approccio meno musicologico e più letterario. L'unico modo di raccontare la vita del Battisti uomo e artista, credo, era raccontarlo "dal di dentro". Ho provato a scrivere la storia di un'anima. Operazione rischiosa, certo, ma rischiare mi è sempre piaciuto. E poi, solo in questo modo potevo cercare di rispondere all'enigma di Lucio Battisti, quel suo modo di essere sempre presente nell'immaginario collettivo senza darsi mai, se non artisticamente.

Tante cose mi hanno colpito in positivo nel tuo libro. La prima è che offri uno splendido ritratto dell'Italia dal principio degli anni '60 alla metà dei '70, la seconda che risulti avvincente anche parlando dell'ultimo Battisti, che artisticamente è un punto interrogativo e su cui c'è un'oggettiva carenza di materiale. Ne aggiungo una terza: hai finalmente spazzato via la leggenda del Lucio Battisti "uomo di destra".

Non era né di destra né di sinistra, ma nemmeno un qualunquista: era un ragazzo beat. Nel libro la mia ricostruzione degli anni '60 – al di là degli aneddoti – sottolinea come una fortissima carica ideale pre-'68, quella del movimento beat, sia stata distrutta non solo dall'establishment ma anche dalla Sinistra, che la sottovalutò e la denigrò. Ma il movimento beat meritava di esistere. Era consapevole delle tattiche dei provos, condivideva molte intuizioni con il coevo movimento hippy americano e anticipava temi e slogan del movimento del '77. Fu stroncato sul nascere, perché la potenza del '68 lo travolse. Tanti dei suoi esponenti più vitali ne rimasero feriti per tutta la vita. Non si considerano qualunquisti, ma la politica li ha delusi. Se fossero stati valorizzati e coinvolti la loro collocazione naturale sarebbe stata a sinistra, perché erano degli innovatori.

Di tuo avevo letto in precedenza la bella antologia di scritti su Frank Zappa di cui figuri come curatore. Tanto ben congegnata da piacere anche a chi, come me, con quell signore ha sempre avuto rapporti difficili. Non conosco le altre tue produzioni. Vuoi spendere due parole al riguardo?

Ho scritto varie biografie di musicisti, nello stile anglosassone della biografia critica o "a tesi", dove l'analisi della vita e delle opere di un artista tende a proporre un nuovo punto di vista. Ho scritto di Charlie Parker e di Miles Davis per Stampa Alternativa e degli Avion Travel per Giunti. Da dieci anni lavoro a una biografia di Frank Zappa, raccontato e analizzato come l'artista che più di ogni altro ha saputo rappresentare nella sua opera il '900 musicale, senza preclusioni di genere e con un'impronta originalissima. Per me lo Zappa rock e quello sinfonico, quello pseudo-jazzistico e quello canzonettaro presentano una notevole unità di segno e di visione artistica. Su questo argomento tenni a Tivoli, nell'ambito di un festival, un convegno da cui deriva il volume cui facevi riferimento, che è un'introduzione a quello che sto ancora preparando. Ho pubblicato molto pure sui rapporti fra musica e trance, che esprimono la mia vena antropologica: me ne sono occupato in relazione alle civiltà musicali del Mediterraneo in Isole sonanti, su ISMEZ, e alla dimensione musicale contemporanea in Techno-trance: una rivoluzione musicale di fine millennio, per Castelvecchi. Ma ho scritto di tutto: dalle voci musicali dei dodici volumi della Treccani a un breviario per procurarsi stati mistici "innocui e laici" che si chiama Allucinazioni, esercizi di vertigine, sempre per Castelvecchi. Attualmente, fra le altre cose, sto curando una scelta degli scritti sul jazz di Boris Vian.

…and the message is…

Aspiro a una consapevolezza musicale diffusa, non condizionata dai media o dal mercato, frutto di una libera educazione alla creatività. Penso che anche l'ascolto sia un'attività creativa, o se preferisci un'attività "critica", il che per me è quasi lo stesso. Vorrei che la musica non fosse subìta, ma vissuta al di fuori dei luoghi comuni. Sono convinto, e lo dico sempre ai miei studenti, che capire la musica aiuta a goderla di più. Insomma: aspiro a un pensiero capace di danzare.

Eddy Cilìa

TOP

 

© Gianfranco Salvatore 2001

powered by Cantoberon multimedia