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"SETTE",
1998
ESISTE ANCORA LA CANZONE ITALIANA?
di
Antonio Orlando
Ha cominciato Boncompagni, uno dei giudici che scelgono i brani
per il Festival '98: "Il livello è bassissimo".
Poi il forfait di Baglioni. Ma che fine ha fatto la scuola di
Mina e Battisti? Lo abbiamo chiesto a un maestro.
Via
da Sanremo. Fuggire dalle canzonette, dalle polemiche, dal meccanismo
popolar-televisivo che ha imbrigliato il Festival nel gigantismo
delle strutture e nel minimalismo della qualità. Via dal
rumore dei suoni per immergersi nel silenzio della campagna umbra,
località Toscolano, dove Mogol ha eretto il suo eremo creativo,
il suo laboratorie di idee, la sua "mogolfiera" sulla
quale salgono ragazzi che vogliono volare alto sui campi della
creatività, che vogliono imparare a confrontarsi con l'arte.
E, chissà, magari, scoprirsi artisti veri.
E per essere artisti bisogna essere contro, sempre e comunque.
Questo insegna Mogol: "Non sopporto le omologazioni. In nessun
campo: i partiti, il tifo politico, la moda degli stilisti, le
canzoni fatte in laboratorio per il Festival di Sanremo".
Giulio Rapetti, 61 anni, è il Gran Mogol della canzone
italiana: centinaia di canzoni di successo anche se per il vasto
pubblico il suo nome è noto soprattutto perché legato
ai 14 anni di collaborazione con Lucio Battisti. Insieme i due
hanno scritto, musicato, cantato, animato la più profonda
rivoluzione della musica leggera italiana. E infatti si intitola
Mogol-Battisti.
L'alchimia del verso cantato (Castelvecchi editore) il libro
che il musicologo Gianfranco Salvatore ha dedicato al corpus di
un'esperienza artistica che ora entra anche in università:
il 22 novembre, infatti, nell'aula magna dell'Università
di Lecce inizierà un corso dedicato proprio all'analisi
di titoli come Fiori rosa fiori di pesco, Emozioni,
Un'avventura e I giardini di marzo. Docente sarà
lo stesso Salvatore che oggi è salito fin qui per incontrare
finalmente il maestro: "Ho scritto il libro senza conoscere
i due protagonisti, solo ascoltando e analizzando le loro canzoni.
Poi, una mattina, dopo aver letto le bozze, Mogol mi ha chiamato
ringraziandomi per quello che ho scritto".
In effetti, armato di serissimi strumenti critici, Salvatore dimostra
in più di 300 pagine il valore assoluto dell'opera mogolbattistiana.
"Un'opera che nella cultura pop ha la stessa importanza di
quella dei Beatles o di Burt Bacharach", racconta il musicologo.
Che nell'introduzione scrive: "Ma quant'è grande una
canzone di Mogol-Battisti? Spesso è molto grande, in certi
casi specie se interpretata dallo stesso Battisti
enorme, e qualcuna (credo) infinita".
Mogol annuisce. Sono anni che va in giro a ripetere la grandezza
dei suoi versi cantati (guadagnandosi molti nemici o, almeno,
molte antipatie) e finalmente ha trovato qualcuno che conferma
quelo che almeno due generazioni di musicofili sa perfettamente:
senza quelle canzoni l'Italia sarebbe stata più triste
e più noiosa.
Noiose come ormai sembrano le canzoni di oggi. Almeno a Mogol:
"Il fatto è che ormai tutto il mondo è incatenato
alle esigenze dell'economia. Il mercato è ovunque, domina
tutto e distrugge tutto. Guarda che cosa abbiamo combinato sulle
nostre coste: cemento ovunque. Io distruggerei tutto. Lascerei
la natura libera di respirare. Lo stesso danno ormai è
stato fatto anche nel mondo della canzone, dominato da manager
e marketing. Ma dov'è più la poesia? Come può
un ragazzo crescere, maturare, migliorare se deve subito rendere
conto dei risultati commerciali. Non è mancanza di talenti,
è mancanza di spazio".
Certo che quando ci si chiama Mogol è facile, forse inevitabile,
ascoltare tutto e tutti dall'alto in basso. Non a caso la sua
scuola di creatività l'ha voluta su un poggio isolato.
Pure Paul McCartney si sente chiedere spesso se in circolazione
ci sono talenti interessanti. E lui, ogni volta, pazientemente,
sorride e dribbla la domanda come da anni non riescono più
a fare i calciatori della sua amata Liverpool.
Anche Mogol ama il calcio, ma lui non prova nemmeno più
a dribblare la domanda. A questo gioco proprio non ci vuole più
giocare e solo messo alle strette commenta con fare distratto:
"Ma certo che qualcosa di buono in giro c'è. Francesco
De Gregori ha scritto due belle canzoni, Alice e La
donna cannone. Riccardo Cocciante sa essere bravo quando non
si fa travolgere dal suo pessimismo interpretativo come nelle
occasioni in cui ha lavorato con me. Tra i giovani: Jovanotti
è carino, Gianluca Grignani ha scritto una bella canzone,
La mia storia tra le dita, Samuele Bersani è interessante.
Sì, qualcosa c'è, poco".
Già, poco. Eppure mai come oggi è così facile
arrivare a registrare un disco. Mai come oggi le canzoni fioccano
da tutte le parti. E allora, dov'è il problema? Qual è
il segreto per scrivere una bella canzone? Mogol sorride sornione
mentre il professor Salvatore tenta una risposta: "In una
bella canzone non c'è un segreto ma un mistero. Un segreto
lo si può svelare, un mistero forse lo si può scoprire,
richiede un percorso conoscitivo differente. Certo, si può
dire che una bella canzone deve possedere ingredienti di alta
qualità: un bel testo, una bella musica, un bell'arrangiamento,
una bella interpretazione. Ma a volte questo non basta".
Per questo il titolo del libro di Salvatore parla di alchimia,
per questo è necessario un percorso sapienzale attraverso
punti di riferimento che non sono quelli abituali. Mogol questo
lo sa bene e infatti la sua scuola è una non-scuola: "Io
non so se i nostri diplomati diventeranno musicisti di successo,
certo però apprendono l'arte della critica e dell'autocritica,
imparano a leggere in se stessi, si fanno domande. Cose banali?
Non credo: questo dovrebbe insegnare la scuola ma non è
così. Qui cerchiamo di affrontare il problema".
Un problema che invece lontano dal poggio mogoliano, là
negli uffici delle multinazionali del disco, non sfiora nemmeno
i pensieri dei manager. Contro i quali Mogol non fa fatica a essere
acido: "Sul Festival di Sanremo Gianni Boncompagni ha fatto
bene a lamentarsi, a dire quello che ha detto. E che cosa doveva
fare? Lui e gli altri poveretti avranno ascoltato centinaia di
canzoni mediocri e banali. Una cosa che sanno tutti, i discografici
per primi. Che però non ammettono critiche. Eppure sono
loro i primi a chiedere che qualcosa cambi quando, nelle settimane
successive al Festival, si accorgono di non vendere dischi. Poi,
dopo qualche mese, si dimenticano di tutto e guai a chi tocca
Sanremo".
Fabio Fazio ci ha provato, se non a toccare il Moloch, almeno
a ritoccarlo. Con Claudio Baglioni che però ha mollato
il colpo dopo aver preso atto degli ostacoli. Anche questo non
suona nuovo a Mogol, Ginettaccio della canzonetta per cui tutto
è da rifare: "La televisione, figuriamoci. Anche qui
non ci sono idee, la musica è usata in modo strumentale.
l'unico che tenta di fare qualcosa di diverso con pochi mezzi
è Red Ronnie nel suo Roxy Bar".
Così per Mogol la canzone è ormai solo una delle
sue possibilità per essere creativo: ha appena pubblicato
i dischi realizzati con Mario Lavezzi e Umberto Tozzi, "e
adesso per un paio d'anni sto calmo. Ci sono molte altre cose
da fare". Per esempio la due giorni di sport e solidarietà
organizzata con Raidue per il 25 e 26 dicembre prossimi a favore
dei terremotati di Umbria e Marche. Per esempio il progetto "Anima
forte" per recuperare i detenuti alla società. Per
esempio un teatro polifunzionale ed ecocompatibile per la città
di Terni. E poi il libro che Mogol sta scrivendo con il medico
e filosofo Aldo Stella. Titolo possibile: I dialoghi. Nella
prima riga si legge: "Il corpo è la solidificazione
dell'anima". Che suona quasi come una canzone ma che non
andrà a Sanremo.
Antonio
Orlando
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