Dicono
che cera un cielo più azzurro e che la televisione si vedeva
in bianco e nero. Che la musica usciva da una lunga spirale scolpita
nel vinile, e i dischi avevano un buco in mezzo. E che le mele sapevano
di mela intensamente, ma così intensamente che per non ubriacarsi
di mela bisognava mangiarle con la buccia.
Dicono ancora che, al tempo in cui dentro i flipper correva una biglia
dacciaio, qui si viveva peggio ma si cantava meglio, o forse solo
di più. Si partiva dal sud per cercare lavoro nel nord, dal nord
per le prime vacanze nel sud, e prima o poi ci si incontrava a metà
strada. O no, forse è solo che il ricordo si confonde col sogno.
Ma ogni tanto coi sogni bisogna farci i conti. Il tuo passato è
fatto anche di sogni, e così il passato degli altri. Raccontandoci
lun laltro i nostri giorni ci scambiamo anche pezzi delle
nostre notti. E se questa non è storia, lo diventa.
Noi non sappiamo niente del Presidente del Consiglio, anche se lo vediamo
tutti i giorni sul giornale e in tv. Che uomo è? E nemmeno del
vicino di casa che incrociamo la mattina e la sera sul portone. Di loro
ci giungono solo rumori. Altri crediamo di conoscerli perché
sono silenziosi ma in qualche modo presenti. Sembra facile sapere tutto
di Garibaldi, raccontare per filo e per segno Giulio Cesare, o parlare
di Napoleone come se fosse qui, in questa stanza. Ma queste non sono
storie: sono solo descrizioni.
Solo le fantasie, quando diventano storie, si fanno molto, molto precise.
E difficile dire che Renzo e Lucia, mettiamo, o Marinella che
scivolò nel fiume a primavera, non erano delle persone reali.
Di loro sappiamo tutto perché li conosciamo interiormente. Renzo,
Lucia e Marinella, anche se non li abbiamo mai visti, li abbiamo incontrati,
e poi un po ricordati e un po sognati.
Quelli che cantano sono unaltra storia. La loro voce te la porti
a casa, ed è un po come fare il radiologo o il chirurgo,
che la gente la guardano dentro. Visioni brevi ma intense, come il sapore
delle mele. Eppure nessuna forma di conoscenza è paragonabile
a quella melodica. Prova a leggere un libro o un articolo su uno che
canta, e vedrai. Impari vita morte e miracoli, vieni a sapere perfino
quello che non vorresti, ma a quel punto non li conosci più,
diventano come il vicino di casa, di cui sai troppe cose per esserne
amico.
Lincontro diretto con una voce che canta è diverso: più
lascolti e più la capisci. Ci fai quasi lamore.
E dicono, dicono. Dicono che cerano solo tre italie: quella delle
città che diventavano metropoli, quella delle campagne che diventavano
periferie urbane, e quella di mille storici villaggi senza più
storie da raccontare. E dicono che in ogni città e periferia
e villaggio cera almeno un ragazzo che, come me e tutti gli altri,
amava i Beatles e i Rolling Stones. Anche questo non è del tutto
vero, ma tutti labbiamo sognato.
HO AVUTO UNINFANZIA E UNADOLESCENZA TRISTI
Prima
o poi bisogna nascere tutti. Lui nacque il 5 marzo 1943 a Poggio Bustone,
un piccolissimo comune di duemila abitanti, su una collina, in Ciociaria,
provincia di Rieti.
Del resto, tutti nasciamo in qualche luogo. Ma Poggio Bustone è
un paese in cui è difficile distinguersi: un quinto degli abitanti
(inclusa mamma Dea) fa di cognome Battisti. Molti altri si chiamano
Cerroni, Mostarda, Rinaldi: sono un po tutti parenti. Ma in mezzo
a tanta familiare compagnia lui è un solitario, con pochissimi
amici, pieno di insicurezze e di complessi. Nel 1970, allinizio
del suo grande successo, dirà che di quei vecchi complessi ancora
non si è liberato completamente.
E tutti cominciamo a crescere, per lungo e talvolta per largo. Da piccolo
lui era un bambino obeso. Cè una sua foto di quando aveva
dieci o dodici anni, che vide una volta Pietruccio a casa dei suoi genitori.
Aveva avuto molti problemi con i coetanei, come qualche volta confidò
agli amici più cari.
Poi si cresce sul serio, o almeno ci si prova. Lui cominciò a
guadagnare sicurezza, attraverso la sofferenza, quando trovò
una ragione di vita. La musica fu una specie di rivalsa. Il mezzo per
venir fuori dalla massa, per raggiungere una certa agiatezza, ma soprattutto
per conquistare una sicurezza più solida, interiore.Così
scoprì la sua forza di volontà, e capì che con
quella avrebbe vinto su tutto. Perché tutti dobbiamo diventare
qualcosa, o qualcuno.
Ma a lui non piaceva essere famoso. I primi tempi forse si divertiva:
"Ahò, mi riconoscono!". Quando si accorse che ad essere
famoso si paga un prezzo, si tirò indietro. I suoi traguardi
li aveva raggiunti, le cose che amava le aveva realizzate. Basta.
Perché Lucio non voleva diventare un mito.
Parli
con tutti, e tutti ti dicono la stessa cosa. Lucio era simpaticissimo,
allegro, divertente. Ma essere divertente non vuol dire necessariamente
avere un rapporto col mondo esterno. Vuol dire piuttosto cercare di
sopravvivere col mondo esterno.
E infatti era molto timido e molto duro, già prima di avere successo.
Quando hai poche armi nella tua vita, quando la gente non ti fa né
bellissimo né intelligentissimo, la società non è
tenera nei tuoi confronti. Se dentro hai un mondo, e questo mondo è
gigantesco, enorme, e cresce dentro di te, e preme, e sale e
dallaltra parte vedi il disinteresse del mondo esterno nei tuoi
confronti, e capisci di non apppartenere alla schiera dei prescelti
- allora nasce un meccanismo durissimo. E questo meccanismo ti fa sviluppare
una sorta di estremo rigore verso te stesso.
Quel tuo mondo interiore si fa ostico, e sarà duro per chiunque
averci a che fare. Quando il mondo esterno non ti vuole, la caparbietà,
lostinazione, la guerra che puoi fargli, la convinzione che lunico
tuo vero fan sei tu, ti forgiano il carattere - e non ti rendono tenero.
Altrettanto duro sarà comunicarlo, quel mondo che è dentro.
Non ce la farai mai da solo, perché il tuo messaggio è
delicatissimo, e la scorza intorno troppo dura. E tu non vuoi rinunciare
né alluno né allaltra, perché luno
e laltra ti fanno artista, ti rendono te stesso, sono la tua identità.
Ci vorrebbe qualcuno capace di aiutarti a proiettare la parte dolce
e delicata senza incrinare la scorza, anzi proteggendola.
Avrai bisogno di un traduttore.
Comunicare
è tradurre, e per tradurre serve un linguaggio. Se non sei un
letterato, se sei un grande poeta senza grandi parole, sono cavoli amari.
Il mondo che hai dentro è talmente potente che prima o poi vuole
venir fuori, ma la tua educazione non è di quelle che vengono
"riconosciute". Se la tua poesia non ha parole, ma solo melodie,
comunicare può essere molto complicato. Lucio era istinto puro,
non aveva nessuna spiegazione per quello che faceva. E un errore di
grammatica può distrarre la gente dal fatto che tu sei un grande
artista.
Forse Lucio avrebbe preferito che la gente amasse quello che lui pensava
e diceva, non quello che lui era. Ma, pur di trovare la sua via, Lucio
era disposto ad allearsi con qualcuno che parlasse, traducesse, al posto
suo.
- Non mi pare che tu abbia scritto delle grandi cose.
- Ha ragione. E proprio vero.
Il ragazzo più grande pensò: "Questo qui deve avere
molta determinazione dentro, ma anche una straordinaria umiltà.
E anche le sue musiche, immature, hanno dentro qualcosa di lui. E
diverso da tutti gli altri che ho incontrato
".
Il ragazzo più giovane pensò: "Questo qui sa quello
che dice, ha forza, esperienza
mi piace. Gli devo dare ascolto.
Prima o poi qualcuno mi aiuterà ad esprimere quello che sento
dentro, e che non so cosè
".
Più o meno andò così. Quel che certo è che,
per qualche misteriosa ragione, i due non si trovarono indifferenti.
Forse perché portavano tutti e due un piccolo foulard al collo.
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