Gianfranco Salvatore
L’arcobaleno.
Storia vera di Lucio Battisti
vissuta da Mogol e dagli altri che c'erano
(Giunti, Firenze, 2000)

"Leggendo questo libro ho rivissuto anno per anno la nostra storia, mia e di Lucio, che pur con qualche dispiacere non potrei immaginare più bella".
MOGOL

"Uno studio attentissimo, eppure giocato sul tono colloquiale ed agevole di chi ha assemblato con grande senso della geometria e della cronologia biografica, un’impressionante serie di testimonianze e di ricordi".
Valerio Corzani - ALIAS

 

 

"La migliore biografia di un musicista mai publicata in Italia".
Eddy Cilìa - MUCCHIO SELVAGGIO

"Non ricordiamo un'altra biografia di un musicista scritta da un italiano così ben documentata, così ben scritta, così immersa nell'epoca che traversa. La si può leggere con piacere persino se a Battisti non si è interessati più di tanto: le sue pagine fragranti di vita raccontano gli anni Sessanta e Settanta nostrani come nessun libro di storia potrà mai".
DINAMO

"La più completa biografia che sia mai stata scritta su Lucio Battisti, del docente universitario Gianfranco Salvatore".
Giulia Valle - MUSICAITALIANA

"La prima e unica biografia di Lucio Battisti attinta dalle voci dei suoi amici più veri, dei collaboratori più assidui, delle persone che per oltre trent'anni gli sono state veramente vicine".
Fabio Sanna e Simone Dalle Crode - LUCIO BATTISTI NEW GENERATION

"L’importanza della cultura popolare, l’universalità della canzone… Il primo a consigliare la lettura di questo libro è lo stesso Mogol, al quale questi temi stanno a cuore più di qualsiasi altra cosa".
Daniele Piccini — FAMIGLIA CRISTIANA

"Una storia della voce più amata d'Italia arricchita da preziose testimonianze di Mogol, la cui collaborazione regala un tono unico al lavoro".
Andrea Degidi - IL GIORNO

 

 



AZZURRO

Dicono che c’era un cielo più azzurro e che la televisione si vedeva in bianco e nero. Che la musica usciva da una lunga spirale scolpita nel vinile, e i dischi avevano un buco in mezzo. E che le mele sapevano di mela intensamente, ma così intensamente che per non ubriacarsi di mela bisognava mangiarle con la buccia.
Dicono ancora che, al tempo in cui dentro i flipper correva una biglia d’acciaio, qui si viveva peggio ma si cantava meglio, o forse solo di più. Si partiva dal sud per cercare lavoro nel nord, dal nord per le prime vacanze nel sud, e prima o poi ci si incontrava a metà strada. O no, forse è solo che il ricordo si confonde col sogno.
Ma ogni tanto coi sogni bisogna farci i conti. Il tuo passato è fatto anche di sogni, e così il passato degli altri. Raccontandoci l’un l’altro i nostri giorni ci scambiamo anche pezzi delle nostre notti. E se questa non è storia, lo diventa.
Noi non sappiamo niente del Presidente del Consiglio, anche se lo vediamo tutti i giorni sul giornale e in tv. Che uomo è? E nemmeno del vicino di casa che incrociamo la mattina e la sera sul portone. Di loro ci giungono solo rumori. Altri crediamo di conoscerli perché sono silenziosi ma in qualche modo presenti. Sembra facile sapere tutto di Garibaldi, raccontare per filo e per segno Giulio Cesare, o parlare di Napoleone come se fosse qui, in questa stanza. Ma queste non sono storie: sono solo descrizioni.
Solo le fantasie, quando diventano storie, si fanno molto, molto precise. E’ difficile dire che Renzo e Lucia, mettiamo, o Marinella che scivolò nel fiume a primavera, non erano delle persone reali. Di loro sappiamo tutto perché li conosciamo interiormente. Renzo, Lucia e Marinella, anche se non li abbiamo mai visti, li abbiamo incontrati, e poi un po’ ricordati e un po’ sognati.
Quelli che cantano sono un’altra storia. La loro voce te la porti a casa, ed è un po’ come fare il radiologo o il chirurgo, che la gente la guardano dentro. Visioni brevi ma intense, come il sapore delle mele. Eppure nessuna forma di conoscenza è paragonabile a quella melodica. Prova a leggere un libro o un articolo su uno che canta, e vedrai. Impari vita morte e miracoli, vieni a sapere perfino quello che non vorresti, ma a quel punto non li conosci più, diventano come il vicino di casa, di cui sai troppe cose per esserne amico.
L’incontro diretto con una voce che canta è diverso: più l’ascolti e più la capisci. Ci fai quasi l’amore.

E dicono, dicono. Dicono che c’erano solo tre italie: quella delle città che diventavano metropoli, quella delle campagne che diventavano periferie urbane, e quella di mille storici villaggi senza più storie da raccontare. E dicono che in ogni città e periferia e villaggio c’era almeno un ragazzo che, come me e tutti gli altri, amava i Beatles e i Rolling Stones. Anche questo non è del tutto vero, ma tutti l’abbiamo sognato.

 


HO AVUTO UN’INFANZIA E UN’ADOLESCENZA TRISTI

Prima o poi bisogna nascere tutti. Lui nacque il 5 marzo 1943 a Poggio Bustone, un piccolissimo comune di duemila abitanti, su una collina, in Ciociaria, provincia di Rieti.
Del resto, tutti nasciamo in qualche luogo. Ma Poggio Bustone è un paese in cui è difficile distinguersi: un quinto degli abitanti (inclusa mamma Dea) fa di cognome Battisti. Molti altri si chiamano Cerroni, Mostarda, Rinaldi: sono un po’ tutti parenti. Ma in mezzo a tanta familiare compagnia lui è un solitario, con pochissimi amici, pieno di insicurezze e di complessi. Nel 1970, all’inizio del suo grande successo, dirà che di quei vecchi complessi ancora non si è liberato completamente.
E tutti cominciamo a crescere, per lungo e talvolta per largo. Da piccolo lui era un bambino obeso. C’è una sua foto di quando aveva dieci o dodici anni, che vide una volta Pietruccio a casa dei suoi genitori. Aveva avuto molti problemi con i coetanei, come qualche volta confidò agli amici più cari.
Poi si cresce sul serio, o almeno ci si prova. Lui cominciò a guadagnare sicurezza, attraverso la sofferenza, quando trovò una ragione di vita. La musica fu una specie di rivalsa. Il mezzo per venir fuori dalla massa, per raggiungere una certa agiatezza, ma soprattutto per conquistare una sicurezza più solida, interiore.Così scoprì la sua forza di volontà, e capì che con quella avrebbe vinto su tutto. Perché tutti dobbiamo diventare qualcosa, o qualcuno.
Ma a lui non piaceva essere famoso. I primi tempi forse si divertiva: "Ahò, mi riconoscono!". Quando si accorse che ad essere famoso si paga un prezzo, si tirò indietro. I suoi traguardi li aveva raggiunti, le cose che amava le aveva realizzate. Basta.
Perché Lucio non voleva diventare un mito.

Parli con tutti, e tutti ti dicono la stessa cosa. Lucio era simpaticissimo, allegro, divertente. Ma essere divertente non vuol dire necessariamente avere un rapporto col mondo esterno. Vuol dire piuttosto cercare di sopravvivere col mondo esterno.
E infatti era molto timido e molto duro, già prima di avere successo. Quando hai poche armi nella tua vita, quando la gente non ti fa né bellissimo né intelligentissimo, la società non è tenera nei tuoi confronti. Se dentro hai un mondo, e questo mondo è gigantesco, enorme, e cresce dentro di te, e preme, e sale — e dall’altra parte vedi il disinteresse del mondo esterno nei tuoi confronti, e capisci di non apppartenere alla schiera dei prescelti - allora nasce un meccanismo durissimo. E questo meccanismo ti fa sviluppare una sorta di estremo rigore verso te stesso.
Quel tuo mondo interiore si fa ostico, e sarà duro per chiunque averci a che fare. Quando il mondo esterno non ti vuole, la caparbietà, l’ostinazione, la guerra che puoi fargli, la convinzione che l’unico tuo vero fan sei tu, ti forgiano il carattere - e non ti rendono tenero.
Altrettanto duro sarà comunicarlo, quel mondo che è dentro. Non ce la farai mai da solo, perché il tuo messaggio è delicatissimo, e la scorza intorno troppo dura. E tu non vuoi rinunciare né all’uno né all’altra, perché l’uno e l’altra ti fanno artista, ti rendono te stesso, sono la tua identità. Ci vorrebbe qualcuno capace di aiutarti a proiettare la parte dolce e delicata senza incrinare la scorza, anzi proteggendola.
Avrai bisogno di un traduttore.

Comunicare è tradurre, e per tradurre serve un linguaggio. Se non sei un letterato, se sei un grande poeta senza grandi parole, sono cavoli amari. Il mondo che hai dentro è talmente potente che prima o poi vuole venir fuori, ma la tua educazione non è di quelle che vengono "riconosciute". Se la tua poesia non ha parole, ma solo melodie, comunicare può essere molto complicato. Lucio era istinto puro, non aveva nessuna spiegazione per quello che faceva. E un errore di grammatica può distrarre la gente dal fatto che tu sei un grande artista.
Forse Lucio avrebbe preferito che la gente amasse quello che lui pensava e diceva, non quello che lui era. Ma, pur di trovare la sua via, Lucio era disposto ad allearsi con qualcuno che parlasse, traducesse, al posto suo.
- Non mi pare che tu abbia scritto delle grandi cose.
- Ha ragione. E’ proprio vero.
Il ragazzo più grande pensò: "Questo qui deve avere molta determinazione dentro, ma anche una straordinaria umiltà. E anche le sue musiche, immature, hanno dentro qualcosa di lui. E’ diverso da tutti gli altri che ho incontrato…".
Il ragazzo più giovane pensò: "Questo qui sa quello che dice, ha forza, esperienza… mi piace. Gli devo dare ascolto. Prima o poi qualcuno mi aiuterà ad esprimere quello che sento dentro, e che non so cos’è…".
Più o meno andò così. Quel che certo è che, per qualche misteriosa ragione, i due non si trovarono indifferenti. Forse perché portavano tutti e due un piccolo foulard al collo.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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