AA. VV. (a cura di Guido Salvetti e Bianca Maria Antolini)
Italia Millenovecentocinquanta

Guerini e Associati, Milano, 1998
(contiene il saggio di G. Salvatore Cantare all'italiana. Problemi e prospettive della canzone attorno al 1950).




 

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CANTARE ALL'ITALIANA.
PROBLEMI E PROSPETTIVE DELLA CANZONE ATTORNO AL 1950

 

1. "Cantando all'italiana": il contesto

Nella storia della canzone in Italia, l'anno 1950 fa da spartiacque per una serie di ragioni, una delle quali più evidente. E' infatti l'ultimo anno in cui la canzone italiana esista a prescindere dal Festival di Sanremo: una costante degli ultimi quattro o cinque decenni della storia della nostra canzone che, se non ne ha sempre contrastato il rinnovamento (limitandosi negli anni più recenti a registrarlo o a volgarizzarlo, ma contrapponendovisi fortemente agli inizi), ne ha comunque fortemente condizionato l'evoluzione. E ciò per ragioni che riguardano globalmente il sistema di produzione e distribuzione della canzone nel secondo dopoguerra, come diremo più avanti.

Ma il ruolo negativo giocato dalla "canzone sanremese" spicca più come effetto che come causa di un problema generale, alla luce del quale il decennio che sta a cavallo del 1950 rischia di apparire tra i più oscuri dell'intera storia della canzone italiana. Consideriamo come possibile punto di snodo il 1946, l'anno in cui il referendum istituzionale segna la fine della monarchia. L'Italia repubblicana si era messa alle spalle il fascismo, la guerra, la Resistenza, l'occupazione tedesca e quella alleata, e si preparava a fare i conti, negli anni a venire, con problemi di enorme portata: disoccupazione, scarsità di alloggi, emigrazione. Nel poco tempo libero e col pochissimo denaro disponibile si cercava un divertimento scanzonato, o al massimo una commozione romantica da romanzo rosa, il tutto improntato alla più uniforme medietà. All'impegno della ricostruzione del paese gli italiani facevano corrispondere il totale disimpegno di ogni forma disponibile di intrattenimento, e la canzone non poteva certo sottrarsi a un simile destino. Anche per questo il periodo attorno al 1950, pur potendo contare su compositori e parolieri di riconosciuta professionalità (spesso maturata già negli anni Venti e Trenta) e in qualche caso di una certa genialità, produrrà una enorme quantità di canzoni mediocri, e vedrà soffocata ogni spinta a un sostanziale rinnovamento. Come ha scritto Gianfranco Baldazzi, leggendo l'ideologia della canzone attraverso la politica, "il lavoro del paroliere e del musicista si ridurrà, nel dopoguerra italiano, allo sforzo di dar voce all'ubriacatura emozionale di chi ha scampato un grave pericolo, considerando fruitore-tipo del prodotto-canzone quell'uomo e quella donna 'qualunque', sui quali baserà le proprie fortune elettorali, tra il 1946 e il 1947, il commediografo Guglielmo Giannini, fondando il Fronte dell'Uomo Qualunque".

Ma è più prudente, nella storia delle arti maggiori e minori, non far mai ricadere esclusivamente sul pubblico le ragioni di un appiattimento del gusto. Accanto alle sfavorevoli condizioni contestuali va dunque sottolineato l'immobilismo degli editori musicali e dei mezzi di comunicazione e diffusione della canzone che, per diverse ragioni, tendevano a riproporre nel dopoguerra le stesse formule prodotte negli anni Trenta, con la tendenza anzi a ridurne la varietà. In effetti tra il '46 e il '55, nonostante lo stimolo al rinnovamento che la fine della guerra impresse un po' a tutte le esperienze artistiche, la canzone italiana rimase praticamente ferma dov'era, su posizioni fortemente conservatrici e per certi versi musicalmente reazionarie. Ad esempio l'influenza del jazz sulla canzone italiana venne fortemente contrastato. L'impulso ritmico-prosodico che a cavallo degli anni Trenta e Quaranta aveva generato un genere di canzone detto "Swing all'italiana" (forte di autori quali Carlo Alberto Rossi, Giovanni D'Anzi, Gorni Kramer; di interpreti come Natalino Otto, Ernesto Bonino, Alberto Rabagliati, il Trio Lescano; di un'orchestra del calibro di quella diretta da Pippo Barzizza), e che aveva prolungato la sua onda durante l'occupazione americana grazie alla popolarità del boogie-woogie, dovette segnare una battuta d'arresto. Bisognerà aspettare la fine del decennio, con il radicamento del rock'n'roll in Italia e la sua assimilazione nella nostra canzone, per assistere a un ritorno di interesse verso i fraseggi sincopati di tradizione afroamericana.

 

2. "Ho un sassolino nella scarpa": i fattori di condizionamento

L'immobilismo creativo della canzone del dopoguerra faceva dunque perdurare, con l'aggravante del ritardo, i due fattori di condizionamento che già pesavano sulla canzone italiana nella prima metà del secolo: l'ingombrante tradizione belcantistica e melodrammatica (che condizionava non solo melodia e vocalità ma anche forme metriche, lessico, retoriche), e la scarsa osmosi con le nostre varie tradizioni di canto popolare, eccezion fatta per la contiguità della "melodia all'italiana" con la ricca scuola della canzone napoletana.

D'altronde anche il repertorio resistenziale (forte di capolavori come Bella ciao o Fischia il vento), che almeno per continuità avrebbe potuto svolgere una funzione di stimolo nel dopoguerra, non riuscì a far nascere una nuova canzone, anche perché, come ha sottolineato Gianni Borgna, non aveva nulla in comune col repertorio "leggero".

Perduravano, semmai, l'influenza e l'attività di alcuni fra i principali autori delle cosiddette "canzoni della guerra". Vessillifero dell'istanza restaurativa fu Mario Ruccione (Palermo 18.101908 - Roma 15.1.1969) che, autore di Faccetta nera e in rapporti diretti con Mussolini, aveva musicato vari aspetti del fascismo: Spagnolita, riferita a una ragazza che spalleggia le camicie nere inviate in Spagna in favore di Franco, La sagra di Giarabub, esortazione a combattere contro gli inglesi nella terza campagna d'Africa, Camerata Richard, celebrazione dell'alleanza coi tedeschi, Tacete!, a sostegno della campagna contro lo spionaggio, Il canto dei paracadutisti e La canzone dei sommergibili. Negli anni Cinquanta si fece promotore di una campagna "contro l'invadenza della musica straniera nei programmi della RAI", creando un sedicente Fronte Nazionale per la Difesa della Canzone Italiana, e s'impose come uno dei più tipici (e più premiati) autori "sanremesi" degli anni Cinquanta.

Tra il '46 e il '55, dunque, elementi formali e stilistici della canzone sottostanno ancora a vecchi e pesanti impacci. La dipendenza da modelli in parte ottocenteschi, ormai del tutto logori, finiva per moltiplicare all'infinito un repertorio di romanze e serenate, condannando alla stereotipìa le condotte melodiche, gli stili di canto, le espressioni liriche (tematiche, lessico, metriche, orizzonti espressivi e simbolici). La musica popolare non si cantava più nelle città, e dunque non aveva una vera influenza sulla musica leggera, a dispetto di una certa ricerca di indentità regionale da parte degli autori e dei consumatori di canzoni. Già nei primissimi anni Quaranta, in effetti, cominciano ad apparire diffusamente certi localismi e regionalismi, nei testi di alcune canzoni e nei riferimenti melodici o canori, perfino in maniera spuria: molte canzoni "napoletane" e "fiorentine" saranno composte da autori provenienti da tutt'altre tradizioni, perfino con risultati di alta qualità, entrando così nel repertorio dei grandi interpreti nazionali, considerate alla stregua di classici (si pensi ad esempio a Munasterio 'e Santa Chiara, Galdieri-Barberis, '45). Più spesso, però, simili canzoni si adagiavano su una retorica nostalgica, talvolta critica verso la modernità (Vecchia Roma, di Ruccione-Martelli, lanciata da Claudio Villa nel '48). Non a caso, parallelamente a queste canzoni regionalistiche o popolareggianti, si afferma una vena provincialistica volta a decantare il bel tempo che fu (l'esempio più tipico, in una produzione sterminata, è forse Berta filava, Wilhelm-Fiammenghi, '54).

Benché questo periodo sia coronato (1954-55) dal viaggio degli etnomusicologi Alan Lomax e Diego Carpitella attraverso l'Italia per registrarne le forme regionali di canto tradizionale, per la competenza musicale degli italiani "di città" le uniche espressioni musicali riconoscibili (a torto o a ragione) come affini alla cultura popolare erano rappresentate dalla melodia napoletana, dal canto romanesco "da posteggiatore" e dai cori alpini. Di fatto, tutti e tre questi elementi inflluenzarono gli anni di poco successivi al '50: si pensi al successo della nuova canzone napoletana d'autore; all'affermarsi di uno strano ibrido a metà strada fra lo stornello e il belcanto nello stile dell'interprete dominante dell'epoca, Claudio Villa; alla grande diffusione concertistica e al vasto successo di pubblico e critica per gruppi corali come quello della SAT, con riflessi perfino sulla canzone sanremese (Vecchio scarpone, Calibi-Donida, '53).

Ma il distacco dalla cultura folklorica autentica fu un'occasione perduta, anche perché l'ostinato radicamento di formule poetico-musicali di stampo ottocentesco non poté essere compensato, come in altre situazioni europee, dal ricorso alla tradizione del canto popolare, la sola in grado di vivacizzare il campo dell'invenzione formale e strofica e la varietà delle impostazioni vocali.

Per tutte queste ragioni, il problema del rinnovamento della nostra canzone attorno alla metà del secolo si può riassumere nell'obbiettiva difficoltà (per eccesso o per difetto di autonomia dai diversi retaggi possibili) a costruire uno specifico linguaggio poetico-musicale. Non a caso, i principali movimenti innovativi della nostra canzone sono sorti da una dialettica con stili e generi provenienti dall'estero: dialettica che, dall'inizio del secolo fino a tutti gli anni Cinquanta, è stata molto contrastata, o confinata a imitazioni di genere e più spesso a parodie.

Di fatto, l'attivazione di questa dialettica nascerà solo dopo il periodo in questione. Il quale, se ne fissiamo il limite alla metà degli anni Cinquanta, si chiude subito prima che si affermino innovatori come Renato Carosone e Fred Buscaglione, che nasca il rock'n'roll all'italiana e con esso il genere "urlato", che il night-club apporti certi elementi di ricercatezza armonica e timbrica del jazz moderno (in sostituzione del non più proponibile Swing da "big band"), e che Modugno sprovincializzi tematiche e formule melodiche, sia pure in un regime di aperta e popolare orecchiabilità, con il clamoroso e inaspettato successo di Nel blu, dipinto di blu.

Per giunta, solo alla fine di questo periodo arrivano due avvenimenti propulsivi per la diffusione di massa della canzone: l'avvento della televisione ('54), e soprattutto il juke-box (dal '55, con una ventina d'anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti), vero e proprio fenomeno che si ritiene abbia avuto un "ruolo alternativo (...) nei confronti della radio", avendo veicolato "quei dischi che la radio esclude dalla propria programmazione perché contrari alla sua 'ideologia'" musicale e culturale.

 

3. "Abbassa la tua radio per favor": la canzone "radiofonica"

In effetti, nel dopoguerra, è ancora la radio a diffondere primariamente la canzone. Si può anzi affermare che la canzone di questo periodo è per sua natura radiofonica. Il mercato editoriale ha bisogno della radio perché renda il pubblico familiare con le canzoni di cui diffonderà gli spartiti presso le orchestrine e i complessini di tutt'Italia, che le eseguiranno nelle sale da ballo e nelle feste di piazza. Solo occasionalmente le canzoni che avevano avuto un certo riscontro alla radio - dove venivano eseguite dal vivo - diventavano un disco a 78 giri. Il mercato del disco è poco rilevante: nel '45 si vendettero un milione e mezzo di esemplari, nel '50 tre milioni. Le vendite avrebbero avuto un'impennata sotto attraverso il formato a 45 giri, introdotto in Italia nel '51.

Il 45 giri moltiplicò il consumo di dischi in Italia perché modificò la psicologia dell'ascolto. Divenne infatti lo strumento attraverso il quale il pubblico poteva procurarsi la riproduzione esatta, anzi, la "versione di riferimento" delle canzoni ascoltate alla radio e, in seguito, alla televisione, facendo nascere quella che Daniele Ionio ha definito "l'identità interprete-canzone". Fino alla metà degli anni Cinquanta, infatti, per l'acquirente di dischi un'interpretazione valeva un'altra: si acquistava il valore d'uso della canzone, non il valore aggiunto del cantante, per via di una radicata abitudine radiofonica, giacché alla radio i cantanti erano intercambiabili. Una volta affermata tale identità la situazione sarebbe cambiata radicalmente, decretando la fine dell'editoria musicale quale era prima, progressivamente assorbita dai discografici. E a quel punto anche la radio sarebbe cambiata. Il primo segnale lo si avvertì nel '53, quando esordì la trasmissione "Il Discobolo" di Vittorio Zivelli: la prima a considerare seriamente il disco, e non più l'esecuzione in diretta dei cantanti e delle orchestre RAI, come il veicolo primario di radiodiffusione della canzone.

Ma intanto, negli anni attorno al 1950, lo strapotere della radio finiva per condizionare non solo le modalità di esecuzione e diffusione radiofonica della canzone, ma la sua stessa natura. Innanzitutto la vocazione a rivolgersi "a tutti" frustrava all'origine qualunque sprazzo di originalità nella scrittura, e nell'esecuzione l'uso obbligato del microfono, ancora poco versatile, tendeva a uniformare le impostazioni vocali su criteri un po' artificiosi di "discrezione" e "morbidezza". Commissioni di censura per i testi, commissioni di ascolto per le musiche, vigilavano poi seriosamente contro ogni rischio di rinnovamento di temi poetici o di espressioni musicali. Ancora negli anni Sessanta, la commissione che selezionava le canzoni da trasmettere avrebbe bocciato i Beatles e Ray Charles perché "stonati", mostrando una colpevole sordità nei confronti dello specifico estetico di tradizioni vocali diverse dalla nostra (ma inevitabilmente destinate, col tempo, ad influenzarla).

D'altronde, una certa xenofobia musicale era condivisa dallo stesso pubblico radiofonico: all'inizio degli anni Cinquanta Flo Sandon's ricevette lettere indignate per aver cantato Georgia on My Mind in inglese. Erano cause ed effetti (difficile distinguere le une dagli altri) della situazione quasi monopolistica che la RAI deteneva nella diffusione della musica leggera, ritardando così la fermentazione di quegli elementi di vivacità che avrebbero trovato spazio grazie al potenziamento del mercato discografico, verso la fine del decennio. Solo allora la concorrenza fra le aziende del disco, alimentata dal boom del 45 giri, avrebbe consentito alla canzone italiana una maggiore varietà di proposte e soprattutto qualche sperimentazione.

 

4. "Canzone dal due soldi": il genere "sanremese"

Al patrocinio della RAI e alla sua diffusione radiofonica (fin dalla prima edizione del 1951), a cui si sarebbe aggiunta - dal '55 - anche quella televisiva, si deve il grande successo del Festival di Sanremo. Il suo rapporto di necessità con i mezzi di diffusione è leggibile anche nel fatto che il genere di canzone rappresentata dal repertorio del Festival negli anni Cinquanta è in una linea di stretta continuità, anzi, di totale consanguineità con la formula della canzone "radiofonica". Ionio ha scritto che, giunto agli anni Sessanta, Sanremo avrebbe "ormai codificato una speciale categoria estetica, la canzone da festival". Quest'affermazione va corretta e integrata. Già dal 1951 il modello "sanremese" della canzone consisterà nel consolidamento e nella codificazione dei caratteri emersi nella prima metà del secolo: nella musica, la supremazia dei valori melodici e tonali e di un'idea preconcetta di "canto all'italiana"; nei testi, l'esaltazione della suprema triade Dio-Patria-Famiglia, con gran scampanìo di chiesette, fierezze e miserie nazional-popolari, mamme commosse (o commoventi) e fidanzatine pronte da sposare. Sia nella musica che nei testi, insomma, allignava una retorica consolatoria basata su un rassicurante tradizionalismo, un sentimentalismo piatto e refrattario ad ogni spunto problematico, e soprattutto una scarsissima tavolozza di registri emotivi, senza molte alternative fra l'ottimismo giulivo e il romanticismo malinconico, con occasionali ricorsi allo stereotipato senso drammatico dell'Uomo Qualunque. Tali caratteri prevarranno incontrastati fino almeno a metà degli anni Sessanta (quando comincerà a premere la domanda giovanile - rilevante dal punto di vista del mercato - di una canzone che rispecchi o riadatti i più avanzati modelli anglosassoni), e rimarranno fortemente difesi anche oltre quella data.

Nell'analizzare le caratteristiche musicali del "genere sanremese", Giovanna Marini individua alcuni segni musicali emblematici: negli arrangiamenti, la prevalenza di "violini stucchevolmente consonanti" che "non superano un'estensione che va dal re sotto le righe al re sopra le righe", privilegiando "arcate larghe comprendenti molte note con effetto di scorrevolezza e di melodiosità, mai arcate brevi"; nelle condotte vocali, "voci imitanti il coro alpino falso-popolare" (ovviamente solo in una parte della produzione proto-sanremese), e in generale la tipica "emissione del canto radiofonico, espressamente studiata per essere ben riprodotta dal microfono, arricchita, enfatizzata", evitando le inflessioni "autentiche, non addomesticate, quindi più urtanti, non dolcificanti" del canto popolare e poi di molte canzoni degli anni Sessanta (non solo quelle "politiche", come vorrebbe l'autrice); nelle strutture "musica di tipo accordale con melodia ed accompagnamento", spesso basata su "accordi maggiori alternati alle loro rispettive brave settime di dominante, tempo quattro quarti". Questi segni, perfettamente omogenei e integrati alla retorica dei testi, non sarebbero la conseguenza di scarsa preparazione o limitata creatività musicale, ma di un disegno consapevole che tende alla prevalenza di "elementarità, di ripetitività, di dolcificazione".

Per la Marini, nei primi dieci anni di Sanremo le canzoni rientrano inevitabilmente in due tipi. Uno che definisce "canonico" e "lirico-'privato'", sempre in tonalità minore. Un altro invece "nuovo", definizione approssimativa nella quale si vuole comprendere un genere che, pur orecchiabile, pretenda di esprimere un "messaggio" sociale adatto a un "fruitore medio", e dunque affidato ad una serena tonalità maggiore. A entrambi i modelli verrebbe in genere preposta "una introduzione di tipo elaborato, non troppo orecchiabile, spesso a forma di recitativo, che rimane sospesa in una settima o una nona", o "comunque un accordo interlocutorio non conclusivo (...) al quale segue una seconda parte che è quella che 'rimane nella testa e non te la scordi più'".

Prototipi dei due modelli sarebbero individuabili in Grazie dei fiori (Panzeri-Testoni-Seracini, '51) e Papaveri e papere (Panzeri-Rastelli-Mascheroni, '52). Grazie dei fiori, in sol minore, porta anch'essa un'introduzione cantata (quello che nella terminologia americana si definisce verse) basata su "accordi ed intervalli non troppo banali", dalla melodia tendente al recitativo, "non troppo orecchiabile, così da far risaltare meglio il famoso 'tema'". In questo caso "l'idea del tema poggia sull'intervallo di quinta diminuita, battuta nove, inserito in un accordo di nona dim. che ha un effetto molto più languido in quanto quel semitono mi bemolle, finale dell'accordo di re nona tira violentemente verso la risoluzione in sol minore (la quale arriva così come tutti si aspettavano)". Potremmo dire altrimenti che in questa canzone gli elementi di tensione non assumono alcuna funzione problematica, ma servono a drammatizzare temporaneamente, col solo scopo di enfatizzarla, la rassicurante riaffermazione della tonalità d'impianto. Papaveri e papere, in sol maggiore, mostra invece una melodia ad intervalli "facili" punteggiati da altri più larghi e da "un salto d'ottava usato già in progressione, quindi non sulla tonica bensì sulla settima: il fa diesis della batt. 7, particolare che rende ancora più solleticante sia la settima che l'intervallo largo. Credo che l'idea musicale sia tutta qui, unita ad un tempo quattro quarti sillabato però in terzine". Entrambi i modelli sarebbero accomunati, secondo la Marini, dall'uso strategico di "progressioni armoniche" (intendiamo, melodicamente, sequenze di brevi motivi trasposti e strutturati "a terrazze"). Stratagemma che "garantisce il successo perché (...) fa sì che il pubblico senta due volte la stessa idea e quindi la ricordi prima".

L'analisi della Marini - a cui riconosciamo un certa validità generale - risulterebbe più convincente se la tipologia sanremese fosse stata sottoposta a un confronto con strutture e caratteri melodici della canzone degli anni Trenta, per valutarne le differenze. Fatto sta che queste differenze non ci sono, o comunque non appaiono sostanziali. Nella canzone sanremese gli stereotipi già in uso prima della guerra si limitano a farsi più pretenziosi di prima sui registri malinconici, più giulivi e ammiccanti che mai su quelli allegri. Si trattava insomma di una situazione sempre più vicina all'implosione, puntualmente verificatasi negli anni Sessanta.

 

5. "Lasciami cantare una canzone": autori e interpreti

D'altronde la continuità della canzone fra anteguerra e dopoguerra - nonché della canzone "radiofonica" in quella sanremese - è attestata anche dalla prevalenza dei medesimi autori. Ben tre fra i più attivi provenivano addirittura dagli anni Venti, e incarnavano tre autentici prototipi: Ruccione (il post-fascista nazionalista e conservatore), Mascheroni (influenzato dal jazz e autore di motivetti allegri e ammiccanti), e in una importante posizione intermedia Bixio, unanimemente considerato il padre della canzone all'italiana, a dispetto dell'accusa di "esterofilia" lanciatagli da E.A. Mario (pseudonimo di Giovanni Gaeta, Napoli, 5.5.1884 - 24.6.1961, che era invece stato uno dei padri fondatori della canzone napoletana del Novecento e di quella italiana degli anni Dieci).

Dopo la guerra Mario Ruccione, oltre a riproporre ostinatamente marce e marcette, espresse il suo conservatorismo musicale anche in canzoni d'amore oscillanti tra atteggiamenti iper-sentimentali (con un capolavoro "di genere" in Serenata celeste del '47, esasperazione melodica degli slanci lirici e delle depressioni malinconiche, dall'arrovellato movimento per gradi congiunti) e critiche all'emancipazione femminile (la citata Vecchia Roma). Partecipò a tutti i primi festival di Sanremo, conseguendo un terzo posto nel '54 con E la barca tornò sola, che suscitò motivi di ilarità - parodiata fra l'altro sia da Carosone che dal Quartetto Cetra - non solo per lo strappalacrime racconto di naufragio, ma anche per le oscure allusioni a una colpevole "bionda forestiera", interpretate come una reminiscenza tipicamente ruccioniana della Perfida Albione e delle sue sanzioni contro l'Italia. Vinse il Festival nel '55 con Buongiorno tristezza (scritta come le precedenti col paroliere Giuseppe Fiorelli, Napoli, 5.5.1904 - Roma, 6.8.1960), che antepone una strofa nel fiorito stile da stornellatore a un ritornello nel quale, al di là del pigro andamento di beguine, Leoncarlo Settimelli riconosce la vecchia struttura della romanza. A Sanremo le sue canzoni venivano affidate a tipici tenori o baritoni leggeri come Oscar Carboni e Gino Latilla, e specialmente a Claudio Villa, suo interprete ideale, che ne portò alla vittoria due, la citata Buongiorno tristezza e, nel '57, Corde della mia chitarra.

Cesare Andrea Bixio (Napoli 1902 - 1978), autore precoce e prolifico, era stato il primo a svecchiare la canzone italiana dai residui stereotipi dell'operetta, e si affacciava al dopoguerra con la fama di essere il miglior compositore di canzoni in Italia. Aveva già scritto numerosi classici degli anni Venti (Alcova, Lucciole vagabonde) e Trenta (Parlami d'amore Mariù, Violino tzigano, Portami tante rose, Vivere, Torna piccina, La mia canzone al vento, Madonna fiorentina, Solo per te Lucia), spesso in collaborazione col paroliere Bixio Cherubini (Leonessa, Rieti, 27.3.1899 - Milano, 14.12.1987), e nei primi anni Quaranta Mamma e La strada nel bosco. Anche i suoi temi, sempre ariosi e di bella escursione melodica, dall'agile intervallistica, erano adatti a mezzi tenorili. Nel dopoguerra creò le sue omonime edizioni musicali e una casa discografica, la Cinevox. Nella sua produzione del dopoguerra, generalmente inferiore alla precedente, spicca Lasciami cantare una canzone, terza ex-aequo a Sanremo '53.

Vittorio Mascheroni (Milano, 29.11.1895 - 3.7.1972) si era cimentato sia nel jazz che nell'operetta, e con l'appoggio dell'editore Carisch a partire dal '27 riscosse ampi successi in un repertorio spiritoso (Adagio... Biagio, Tre (son le cose che voglio da te), Bombolo, Lodovico, Ziki-paki Ziki-pu, Signorine non guardate i marinai) e talvolta romantico (Madonna bruna, Nostalgico slow, con numerosi successi anche negli Stati Uniti), con qualche puntata nell'ambientazione milanese (Stramilano, Passeggiando per Milano) o folkoristica (Fiorin fiorello, '38). Il dopoguerra lo vide tornare in attività fresco di energie sia nel repertorio sentimentale (Addormentarmi così, '48; La luna si veste d'argento, seconda Sanremo nel '51) che in quello giocoso (Papaveri e papere seconda nel '52), partecipando al Festival e riscuotendovi successi e classificazioni anche in seguito.

A parte questa triade di compositori, le presenze più assidue e più fortunate nel primo quinquennio sanremese furono due. Saverio Seracini (Prato, Firenze, 14.3.1905 - Torino, 9.5.1969), già direttore dell'Orchestra Moderna di Radio Roma e poi funzionario dell'EIAR, fu autore del primo exploit sanremese di Nilla Pizzi, Grazie dei fiori (vincitrice nel '51; successivamente la sua L'edera fu portata al secondo posto dalla Pizzi nel '58 dietro l'incontrastabile Nel blu, dipinto di blu). Il resto della produzione di Seracini si perde fra quadretti regionali (Sorrentinella, non finalista nel '51), nostalgici (Il valzer di Nonna Speranza, non finalista nel '52) o di genere (Ci-ci-u-ci cantava un usignol, finalista nel '55). Carlo Concina (Confienza, Pavia, 1900-1968) fu anch'egli autore di tipici successi del primo Sanremo come Vola colomba (vincitrice nel '52) e Campanaro (seconda nel '53), ma la sua maggior gloria si deve alla napoletana Sciummo.

Con il Sanremo del '53 (dove vinse con Viale d'autunno, autore anche del testo) riprese a collezionare successi uno dei compositori più importanti in assoluto per la canzone italiana, Giovanni D'Anzi (Milano, 1.1.1906 - 15.4.1974). Scritturato dalla casa editrice Curci, venne fortemente influenzato dal jazz e dai ritmi latino-americani, ma fu anche fra i promotori della canzone d'autore in dialetto milanese. Suoi molti classici degli anni Trenta (ricordiamo Non dimenticar le mie parole, Bambina innamorata, Silenzioso slow - "abbassa la tua radio per favor..." -, Ma le gambe, Madunina, Nustalgia de Milan) e primi Quaranta (Quando canta Rabagliati, Tu, musica divina, Mattinata fiorentina, Ma l'amore no): tutte canzoni scritte con parolieri provenienti dall'ambiente teatrale, come Alfredo Bracchi (Milano, 30.12.1897 - 11.10.1976) e Michele Galdieri (Napoli, 18.11.1902 - 30.11.1965). E tutte divise tra pimpanti esempi di Swing all'italiana e quelli che invece si cominciarono a definire "slow", canzoni a tempo lento in 4/4 e dalle ricche sequenze armoniche ispirate alle ballads dei grandi autori americani degli anni Trenta (George Gershwin, Irving Berlin, Cole Porter), che rimasero un modello "alto" anche per la canzone italiana del dopoguerra.

Altro autore fondamentale per la storia della nostra canzone era Carlo Alberto Rossi (Rimini, 30.8.1921), che aveva vivacizzato gli ultimi guizzi dello Swing all'italiana scrivendo per Natalino Otto, Alberto Rabagliati, Ernesto Bonino (Conosci mia cugina, Mister Jazz), e che nel corso degli anni Quaranta diede prova di grande eclettismo stilistico componendo blues, tanghi, perfino can-can, per rivelarsi anch'egli ben presto un maestro degli "slow" (ricordiamo la classica Amore baciami, '48, in un insolito 3/4). Partecipò a Sanremo quasi ininterrottamente dal '51 al '69, imponendosi fin dai primi anni per la sua originalità. Eco tra gli abeti, finalista nella prima edizione, sfruttava addirittura la ripresa microfonica con atteggiamento avanguardistico. Con Mon Pays vinse un Festival internazionale di Parigi, con Palma di Majorca il Festival della canzone mediterranea del '54, e con Vecchia Europa il Festival di Venezia del '55, continuando poi a riscuotere successi nazionali e internazionali fino a tutti gli anni Sessanta. Tra le non poche canzoni in dialetto napoletano ricordiamo Nun è curaggio è ammore, presentata al primo festival di Napoli del '52, e soprattutto 'Na voce 'na chitarra e 'o ppoco 'e luna, del '54, che fece il giro del mondo (in seguito la sua Nun è peccato sarebbe diventata, nel '59, uno dei massimi successi di Peppino di Capri, fra i capisaldi del nascente repertorio da night-club). C. A. Rossi fondò nel 1950 le Edizioni Musicali Ariston (con Ladislao Sugar), nel 1955 una nuova casa di edizioni battezzata col proprio nome, nel 1958 l'etichetta discografica Juke Box previdentemente collegata col nuovo circuito delle macchine a gettone.

Tra i pochi autori più giovani emersi nei primi anni Cinquanta va ricordato almeno Carlo Donida (Porto Val Travaglia, Varese, 30.10.1920 - 1998), che pur essendosi distinto nelle prime edizioni di Sanremo con canzoni ancora pregne di atmosfere passatiste e nostalgiche (Vecchio scarpone, di Calibi-Donida, terza a Sanremo '53; Canzone da due soldi, di Pinchi-Donida, seconda a Sanremo '54), era destinato a diventare uno degli autori più validi degli anni Sessanta, vicino a Mogol e a Lucio Battisti.

Qualche cenno alle formazioni orchestrali e ai cantanti. Nel '38 quella di Cinico Angelini (pseudonimo di Cinico Angelo, Crescentino, Vercelli, 1901 - Roma, 1983) fu la prima orchestra radiofonica stabilmente dedicata all'esecuzione e all'accompagnamento delle canzoni. Il suo stile era funzionale all'esaltazione della melodia vocale, grazie a orchestrazioni sobrie e tradizionali, talvolta spruzzate da un tocco di modernità. Per continuità radiofonica la sua fu anche l'orchestra del Festival di Sanremo dal '51 al '54. Era l'"orchestra italiana" per eccellenza, considerata rivale di quella di Pippo Barzizza (Genova, 15.5.1902 - San Remo, Imperia, 1944), più americaneggiante, ma anche più innovativa. Barzizza contrapponeva sezioni di sassofoni a quelle di violini del collega, e si rifaceva apertamente al jazz da big band del periodo Swing. Compose numerose canzoni di successo.

Le nuove figure vocali del dopoguerra provenivano per lo più dai concorsi per voci nuove promossi dall'EIAR (poi RAI) e dal "Radiocorriere". Quello del 1947 promosse fra gli altri Lidia Martorana, dalla voce calda e sensuale (le vennero subito affidate canzoni importanti come la citata Amore baciami di C. A. Rossi e Addormentarmi così di Mascheroni-Biri, '48), e Clara Jaione (Roma, 13.5.1919), specializzata invece nel filone dell'allegria (I pompieri di Viggiù di Fragna-Larici, '48, I cadetti di Guascogna degli stessi autori, '49, Alle terme di Caracalla di Savar-Pichi, '49) e particolarmente amata dal pubblico radiofonico. Il concorso del '48 laureò Carla Boni (Carla Gaiano, Ferrara 17.7.1925), dallo stile moderno ed esuberante, che dall'orchestra di Barzizza passerà a quella di Angelini proponendosi come rivale di Nilla (Adonilla) Pizzi (Sant'Agata Bolognese, Bologna, 16.4.1919), che aveva vinto il concorso del '42 ma era stata allontanata dall'EIAR due anni dopo perché la sua voce, "troppo moderna", si riteneva potesse essere considerata - incredibile ma vero - filoamericana. Divenne popolarissima attraverso le incisioni discografiche, tra motivi romantici e ritmi latino-americani; poi, avendo maturato nel frattempo una voce calda e pastosa sui registri bassi e grandi doti tecnico-espressive, fu la primadonna di Sanremo per tutti gli anni Cinquanta.

Più convenzionali e uniformi le personalità maschili, di solito adagiate nel ruolo di tenore leggero ma con emissoni, inflessioni e fioriture tipiche degli stornellatori: lo stucchevole Oscar Carboni (Ferrara 9.9.1914), Narciso Parigi (Campi Bisenzio, Firenze, 29.11.1927), stornellatore dalla voce di tenore leggero, e soprattutto Luciano Tajoli (Milano 1920), dal canto melodioso e gorgheggiante e dal repertorio lacrimoso, che nel '46 divenne il cantante italiano di maggior successo (ma non andrà a Sanremo prima del '61, forse per l'imbarazzo creato dalla sua poliomelite). Una vocalità un po' più varia era offerta da Gino Latilla (Bari, 7.11.1926), voce di baritono ma dall'ampia estensione ricavata dalla perizia nei falsetti, che nelle prime edizioni di Sanremo interpretava il repertorio più nostalgico, da emigranti, patriottico, mammista. Achille Togliani (Pomponesco, Mantova, 16.1.1924), che nel '45 divenne la prima voce dell'orchestra di Angelini, e Giorgio Consolini (Bologna, 28.8.1920), che diventò popolare anch'egli nel '45 pur dovendo aspettare parecchi anni prima di entrare stabilmente alla radio, erano fra i pochi interpreti maschili ad esprimersi con misura più sobria e meno lacrimevole, sia per contenuti delle canzoni che per impostazione vocale.

Il ruolo di "re" della canzone italiana era destinato però a Claudio Villa (Claudio Pica, Roma, 1.1.1926 - Padova, 7.2.1987), che nel periodo 1945-54, a causa di una tubercolosi polmonare, cantava ancora in falsetto utilizzando un tipico stile da "posteggiatore" romano; nel corso degli anni Cinquanta, trionfalmente guarito, passò a un'impostazione assai più tenorile, infarcita di acuti di petto. Ma già il suo stile iniziale risultò vincente presso il pubblico, perché meno calligrafico, forgiato sull'apparente spontaneità di stornellatore appresa per le strade del quartiere romano di Trastevere: una "voce distesa ricca di sfumature leggerissime, agili, e giocate tutte in gola, sulle vocali aperte". L'affermazione di Villa è significativa anche in quanto rappresenta una nuova impostazione "regionale", non-radiofonica, alla ricerca di una autenticità che sarà poi realizzata più pienamente da Domenico Modugno (Polignano a Mare, Bari, 9.1.1928 - Lampedusa, Agrigento, 6.8.1994), ancor più radicale nell'adozione di intonazioni "naturali".

Tra i gruppi vocali non si può omettere di ricordare almeno il Quartetto Cetra, dall'ottobre del '47 nella sua formazione definitiva: Virgilio Savona (Palermo 1.1.1920), Tata (Giovanni) Giacobetti (Roma, 24.6.1922 - 2.12.1988), Felice Chiusano (Fondi, Latina, 28.3.1922 - Milano, 3.2.1990). Ispirato ai Mills Brothers - dunque di formazione Swing innestata sulla tradizione del gospel, con grande cura riservata agli impasti vocali, agli incastri ritmici e a spigliate onomatopee - il quartetto ebbe il dono di conciliare canzone e spettacolo, e una certa sperimentazione tecnico-stilistica con un innato senso ludico, risultando efficacissmo nelle utilizzazioni radiotelevisive e nella commedia musicale. Presenti a Sanremo nel '54 con sei diverse interpretazioni, ritorneranno in seguito al repertorio del Festival solo per parodiarlo, svolgendo così una funzione giocosamente critica in un periodo della canzone italiana non di rado solcato da un innocuo sentimento di allegria, ma raramente da autentica ironia.

 

6. "Non illuderti": alcuni elementi di vivacità

Di quel che produsse la canzone italiana dei primi anni Cinquanta al di fuori del Festival di Sanremo resta - ed è sintomatico - poca memoria, perfino nei testi di ricostruzione storica.

Per trovare qualcosa di diverso bisogna guardare al di là della radio e dei festival, ad esempio nel teatro leggero. La canzone "da commedia musicale" è l'unica esperienza innovativa sorta nel decennio attorno al 1950, essendo nata nel '46-47. Finita la guerra, il vecchio avanspettacolo si andava trasformando in spettacolo di rivista e questa, appunto, in commedia musicale: un nuovo genere che, in parte ispirato ai musical di Broadway, troverà grande successo in Italia nei primi anni Cinquanta. Renato Rascel (Renato Ranucci, Torino 27.4.1912 - Roma 2.1.1991), fra gli altri, trasse da commedie musicali vari brani che ebbero successo anche fuori dai teatri, uno per tutti Arrivederci Roma (Rascel-Garinei-Giovannini, '54). Tra i compositori che collaborarono con la "ditta" Garinei-Giovannini ci furono anche due jazzisti prestati alla canzone: il fisarmonicista e direttore d'orchestra Gorni Kramer (Kramer Gorni, Rivarolo Mantovano, Mantova, 1913 - Milano, 1995), che si dedicò alla musica per il teatro dal '49 (suoi interpreti migliori Rascel e il Quartetto Cetra), e il pianista e compositore di musica da film (nonché direttore d'orchestra a Sanremo nel '53 e nel '57) Armando Trovajoli (Roma, 2.9.17), autore della classica Roma nun fa' la stupida stasera, dal celebre Rugantino.

Anche attraverso queste collaborazioni, la commedia musicale portò avanti in maniera intelligente, anche se periferica, la felice ibridazione della melodia italiana con la canzone statunitense e i ritmi afroamericani. Simili modelli, come abbiamo visto, da tempo lambivano la canzonetta comune in maniera più episodica e superficiale, come accadeva fin dagli anni Venti col fox-trot e altri balli. Gli influssi statunitensi e latino-americani giunsero a vivacizzare certi stili di arrangiamento, ma non riuscirono a incidere più di tanto sui profili melodici, su fraseggi e prosodie.

In particolare, nel dopoguerra italiano, si affermarono il boogie-woogie e alcune danze caraibiche: la rumba, già popolare prima della guerra, tornò di moda dal '48, e fra il '48 e il '50 arrivarono anche conga, samba, bajon, beguine e bolero, seguite dal mambo (il calypso si sarebbe affermato solo nel '58, il cha-cha-cha nel '60). Nelle canzoni latino-americane originali si specializzò Dea Garbaccio (Borgosesia, Vercelli, 26.9.1919) che, lanciata da Pippo Barzizza, portò al successo in Italia Besame mucho: ma simili versioni italiane miravano non tanto a valorizzare quanto a riproporre, per quanto possibile, lo stile torridamente sensuale proposto da Rita Hayworth nel '47 con Amado mio (dal film Gilda). Per il resto, gli innesti americani nella canzone italiana rimasero legati più alla confezione delle canzoni che alla loro struttura più intima. Ad esempio negli anni Cinquanta la beguine si diffuse come arrangiamento-tipo, specie a tempo lento, perché sul suo ritmo flessuoso la melodia all'italiana riusciva a posarsi senza traumi, magari ricorrendo al rubato (si riascoltino, ad esempio, Grazie dei fiori, Buongiorno tristezza, Viale d'autunno). Anche il fox-trot, ancora in uso, era spesso ritmato lento (come in Canzone da due soldi, Pinchi-Donida, seconda a Sanremo '54). D'altronde già nel 1930 Alfredo Casella aveva notato che il jazz (quello più commerciale a lui noto) "riesce a conciliare il cantabile romantico col macchinismo [del ritmo] moderno", e aggiungeva: "infatti voi vedete sovrapporsi nel medesimo fox-trot una melodia dolce, appassionata, del più stretto rubato, sopra ad un basso impassibile e rigido ed inesorabile quanto una vera macchina".

Ad accogliere elementi innovativi ed aprirsi a possibili ibridazioni era molto più ricettiva la canzone napoletana: risale a questo periodo la composizione di classici quali la citata Munasterio 'e Santa Chiara, Scalinatella (Cioffi-Bonagura, '48), Anema e core (Tito Manlio-D'Esposito, '50), Sciummo (Concina-Bonagura, '52), Luna Caprese (Ricciardi-Cesareo, '53), 'Na voce, 'na chitarra e 'o ppoco 'e luna (C.A. Rossi-Calise '54). Il loro più tipico interprete fu il chitarrista e cantante Roberto Murolo (Napoli, 23.1.1912), che lanciò uno stile vocale sommesso e quasi sussurrato, detto "confidenziale" e ripreso da vari altri interpreti.

E' notevole, in questa nuova canzone napoletana, la varietà delle scelte di linguaggio. Scalinatella e Sciummo si muovono ancora in un àmbito melodico tonale-modale, molto prossimo ai modelli tradizionali più arcaici: ma si tratta di sofisticati episodi di stampo cólto, raffinatissimi esercizi di stile. Diversi, perché esplicitamente "moderni", erano invece i tratti dominanti nelle canzoni napoletane dei primi anni Cinquanta, che già si presentano adatte ad essere assorbite nel nascente repertorio da night-club, come la citata Anema e core e 'Nu quarto 'e luna (Tito Manlio-Oliviero, '51). Non a caso tale vena sarà raccolta (ma nella seconda metà del decennio) da autori non necessariamente napoletani, fra cui il Modugno di Resta cu' mme, Strada 'nfosa, Tu sì 'na cosa grande.

Riguardo a Modugno, bisogna però sottolineare che il cantante ed autore - prototipo dei futuri "cantautori" - adoperava il dialetto (non il napoletano ma un brindisino con forti elementi siculi) già all'inizio degli anni Cinquanta, scendendo per primo, come hanno sottolineato Tommaso Di Francesco e Maura Nuccetelli, "sul terreno (...) più diretto della reinvenzione". Più precisamente, le sue canzoni di metà decennio trascorrono fra due estremi, il ricalco di temi lirico-favolistici e intonazioni tradizionali ('U piscispada, '55) e l'invenzione vera e propria, come si può vedere nella tematica "oggettuale" (poi più volte sfruttata da parte di Gianni Meccia e Edoardo Vianello) e nel divertimento ritmico-fonetico di La sveglietta ('56), con le sue onomatopee che ben si sposano all'arrangiamento a ritmo di bajon, e il felice contrasto dell'andamento sincopato sudamericano con una scansione della melodia tutta giocata sulla periodica alternanza di figurazioni regolari ora a crome, ora a semiminime, ora ancora - nei passaggi più mimetici - a semicrome.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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