Gianfranco Salvatore
Charlie Parker.
"Bird" e il mito del volo afroamericano

(Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Roma-Viterbo, 1992)


 

 

 

 

"Nella collana ‘Jazz People’ il testo di Salvatore è quello che più ci sorprenderà, con quella visione nuova e ardita che offre del sommo Parker, accostando il jazz del rivoluzionario sassofonista e il mito africano, in particolare quello del volo".
Gian Mario Maletto - IL SOLE 24 ORE

"Gianfranco Salvatore, uno dei più acuti musicologi italiani provenienti dal jazz, racconta Parker con osservazioni profonde e nuove, che talvolta illuminano angoli prima ignorati".
Franco Fayenz - IL GIORNALE

"Attraverso un’attenta analisi della vastissima produzione musicale di Parker (circa 1.500 esecuzioni, molte dal vivo, quasi tutte pubblicate), il ben noto critico e musicologo Gianfranco Salvatore arriva a conclusioni sorprendenti".
Gerlando Gatto - BLU JAZZ

"Salvatore riesce a tracciare delle prospettive inedite e affascinanti nella lettura della musica del sassofonista, con un taglio etnomusicologico che dà alla sua trattazione un ampio respiro… La tesi forte di Salvatore: il modello per il linguaggio solistico che ha sconvolto il jazz nella sua modernità e audacia è mutuato dalla natura, tesi confermata da una serie di vicende biografiche e dall’analitica individuazione di alcune frasi-tipo nel solismo parkeriano. Un saggio che è una lezione di metodo e di stile".
Luigi Onori - IL MANIFESTO

"Salvatore si getta anima e corpo nell’esplorazione di Parker con gli strumenti dello scienziato e dell’antropologo che da anni opera in lui… Certi dettagli dell’arte parkeriana ricevono davvero nuova luce, a volte addirittura inquietante… Non aspettatevi comunque un saggio di ornitologia: Salvatore parla di musica, e lo fa con competenza e sensibilità, oltre che con un raro senso della narrazione".
Claudio Sessa - HI, FOLKS!

"Un inedito modo di interpretare la vita dell’artista attraverso una lettura chiara e appassionata della sua opera integrale, facendo emergere le metafore e le ossessioni su cui si fonda la cultura afroamericana"
Stefani Cubello - CIAO 2001

"Per la fulminea capacità di sintesi e per l’ipotesi originalissima che ne è alla base, questo saggio di Salvatore è il contributo più interessante fornito negli ultimi anni alla rilettura critica di Parker, una figura centrale della musica di questo secolo".
Fabrizio Versienti - LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO

 

 

La storia di Bird a Kansas City era stata anche una storia di cortili. Nel cortile posteriore del Reno Club, su un vicolo retrostante l'ingresso principale del locale, c'era il punto d'incontro dei musicisti disoccupati, dove i leader reclutavano gli orchestrali e gli orchestrali le prostitute, dove i musicisti sostavano negli intervalli per fare due chiacchere e uno spuntino, mentre i baracchini ambulanti vendevano short thighs, cosce di pollo in salsa piccante, e dove un ragazzino come Charlie poteva tentare l'avventura. Era entrato nelle grazie del batterista Jesse Price, che a fine intervallo (cioè a notte inoltrata) lo faceva entratre di soppiatto nel locale, dove il ragazzo si nascondeva in un anfratto adiacente al palco.

Ma c'era anche il cortile posteriore della casa materna, dove Charlie si esercitava al sax, mentre gli uccelli cantavano. Il cinguettio di molti uccelli è "melodico" nel senso che noi diamo a questo termine (una serie di note distinte, in successione), e negli uccelli più canori è anche molto articolato: ma il loro fraseggio è talmente veloce che, per distinguere la loro "canzone", bisognerebbe registrarli e riascoltarli al rallentatore. Da questa velocità, che pare sublimar la melodia in un'immagine puramente dinamica, in un melodioso slancio vitale, Parker era affascinato. Per una singolare coincidenza di intuizioni, tutti quelli che hanno cercato di definire lo stile giovanile di Bird descrivendolo come un Lester Young velocizzato pongono come esempio la possibilità di suonare gli assoli di Parker a velocità inferiore per ascoltarvi il fraseggio del più anziano collega: esattamente come si farebbe con la registrazione del canto di un uccello. L'ambizione a suonare veloce, a raddoppiare il tempo, a superare la soglia della successione di note in sé e per sé per tendere verso un libero volo, diventò per il giovane Charlie una tale fissazione da esporlo alle ben note umiliazioni subíte in jam session; ma dopo pochi anni di permanenza a New York, nell'aurora del Bebop, Bird avrebbe raggiunto il suo scopo. Uno scopo esistenziale quanto artistico: per Bird, l'accelerazione del suo ritmo vitale e della sua vorace ricerca di esperienze andava di pari passo con la velocità cercata nella musica.

Ma bisognerebbe anche chiedersi perché quest'ansia virtuosistica covasse fin da piccolo in un dilettante di primo pelo, tecnicamente a zero, e per giunta ritenuto da tutti, all'epoca, un irrimediabile incapace. Nel jazz degli anni Trenta la massima ambizione dei fiatisti stava nel volume e nella potenza sonora, non nella velocità fine a se stessa: e difatti ai primi boppers, Gillespie incluso, i colleghi più anziani rimproveravano di aver acquisito velocità a discapito della sonorità. Fatto sta che, per Bird, quest'ambizione gli stava di fronte: vedeva e sentiva negli uccelli, fin da quando si esercitava nel cortile dietro casa, un modello di velocità bello e pronto per essere imitato. Più tardi, da New York, il suo gruppo sarebbe partito spesso in tournée nel circuito del Midwest e del Sud-Ovest, spingendosi fino a Chicago e St. Louis, non troppo lontano da Kansas City; e Duke Jordan – che fu il suo pianista per due anni, tra la fine del '47 e la fine del '49 – ricorda le visite fatte dal gruppo alla mamma di Charlie. "Quando Charlie viveva a Kansas City – ha raccontato il pianista – andava ad esercitarsi col sassofono nel cortile dietro casa sua, e mentre si esercitava c'erano in giro un sacco di uccellini. Sai, gli uccelli sono buffi, se sentono qualcosa di musicale si incuriosiscono, vogliono andare a vedere di che si tratta, gli svolazzano intorno, e si mettono a cinguettare. Parker li ascoltava mentre si esercitava, ed era costretto a suonare molto veloce, perché quando un uccello canta una melodia è velocissimo. E Charlie, per andargli dietro, doveva fare la stessa cosa. Ecco, era questo ciò che succedeva; inoltre, quando suonavo con lui, ho avuto modo di vederlo in efficienza. Una volta abbiamo suonato insieme, a Kansas City: lui mi portò a casa sua, a conoscere sua madre, e vidi pure il famoso cortile dietro casa, dove faceva tutte quelle cose insieme agli uccelli".

Parker era attratto anche dalle jam session all'aperto, che a Kansas City si tenevano, di sera, al Paseo Park: e pare che fu lui a proporre il luogo ai suoi colleghi. Questa sua predilezione per la musica fatta all'aperto sarebbe durata a lungo: andare nei parchi, per unirsi al canto degli uccelli, rimase sempre un suo pallino. Nei primi anni Cinquanta ebbe una casa ideale: un cortile per esercitarsi, un balcone che dava su un parco pubblico dell'East Village. E quando era a Boston, dove suonava spesso con ritmiche locali, amava recarsi col batterista bostoniano George Salano nel parco della città: assieme si divertivano ad usare richiami per uccelli per dialogare con i pennuti nascosti tra le fronde.

Un Orfeo negro, un San Francesco afroamericano? Quel che è certo è che i suoni naturali e la comunicazione non verbale colpivano e condizionavano sensibilmente la sua immaginazione. La scultrice californiana Julie McDonald, sua buona amica, colse una sua riflessione, in una giornata di primavera, scaturita dall'ascolto del canto simultaneo degli uccelli, confuso col ronzio degli insetti: "Se potessimo udire tutti i suoni esistenti, impazziremmo all'istante".

Quel suo soprannome, a cui teneva molto (si presentava sempre dicendo: "Il mio nome è Charlie Parker, ma mi chiamano Bird"), non era certo nato dal caso. Fu il suo soprannome ad attrarlo verso l'Uccello di fuoco di Stravinskij, ad esempio; e, quando gli prendeva l'estro pittorico, dipingeva uccelli. Chi conosceva Bird da vicino, chi capiva profondamente la sua musica, coglieva tutte le implicazioni di questa sua ossessione ornitologica; ma chi lo conosceva superficialmente ne ha diffuso in giro le interpretazioni più banali. C'è chi ha detto che da ragazzo era soprannominato yardbird, "uccello da cortile", solo perché si tratteneva nel cortile del Reno Club con l'orecchio incollato al muro; altri hanno sostenuto che il nomignolo indicasse "un tipo svelto", come se i polli fossero disinvolti… Era famosa la sua passione per il pollo fritto: ma nelle friggitorie le pietanze di pollo si chiamano chicken, non yardbird. Purtroppo, proprio l'aneddoto più significativo è stato interpretato nel modo più corrivo. Nei primi anni Quaranta l'orchestra di Jay McShann era spesso in tournée, e molti suoi musicisti si spostavano in automobile. "Stavamo percorrendo il Texas con due macchine, quando quella in cui si trovava Parker arrotò un pulcino. Bird si prese la testa fra le mani e ci urlò di fermarci, ingiungendoci di tornare indietro a raccogliere quell'‘uccello da cortile’. Così egli chiamava i pulcini. Scese dalla macchina e raccolse con cura l'uccello portandoselo fino al nostro hotel, dove ordinò allo chef di friggercelo quella sera. Insistette molto perché noi mangiassimo quell'‘uccello da cortile’ a tavola". Da lí il soprannome, Yardbird; ma bisogna fare attenzione ai particolari del racconto. La vista del pulcino (qualcuno dice che fossero più d'uno), ucciso e rimasto a giacere schiacciato sulla strada, impressionò fortemente Charlie, che "si prese la testa tra le mani", angosciato. "Raccolse con cura" l'uccello, con rispetto, e pretese che ne mangiassero tutti, in una specie di rozza cerimonia eucaristica.

In quest'episodio si può vedere del grottesco, ma rimane inquietante. Per la sensibilità di Charlie Parker l'uccello è una sorta di totem. Può mangiarne le carni, ma ne rispetta il significato profondo, che per lui corrisponde ad un dono: il potere del volo, negato agli uomini, e raggiungibile solo simbolicamente, attraverso la musica, o attraverso una vita condotta sul filo di un volontario stress, di un eccesso continuo, di una bruciante accelerazione.

Bird era anche fanatico di ogni mezzo di locomozione, su cui proiettava la propria aspirazione alla velocità e la sua idea di ebbrezza. Ebbe raramente una propria automobile, generalmente per brevi periodi, ma quando riusciva a mettersi al volante spingeva sull'acceleratore fino a farsi inseguire dalla polizia. Amava i cavalli, e spesso si faceva portare ai maneggi della 65a Strada, trattenendosi per ore, a volte, a "chiaccherare" con le bestie. Ne possedette anche una, un piccolo Palomino: amava cavalcarlo a lungo, e nei luoghi più impensati. Un giorno, in pieno centro di New York, tentò di entrare a cavallo in un locale. Aveva inoltre una vera passione per gli aerei e gli elicotteri. Si incantava anche solo a guardarli quando li vedeva solcare il cielo di New York. Ma quel che gli piaceva davvero, disse una volta a Jackie McLean, era la sensazione di sentirsi liberi dalla terra. Constellation, uno dei suoi temi più veloci, prese il titolo dal nome dell'aereo più rapido dell'epoca.

Tommy Potter ha raccontato di un'altra escursione a Kansas City, una vacanza di due giorni del quintetto di Parker (con Duke Jordan, Red Rodney e Max Roach) dopo un concerto tenuto a Chicago. Charlie e Red Rodney furono accompagnati alla successiva tappa del tour da un amico del sassofonista, che aveva un piccolo velivolo da turismo. Bird chiese di prendere i comandi, pur non avendo mai pilotato un aereo. Guidava sorridendo, felice. "Di colpo Bird si piega a sinistra e l'aereo picchia a destra. L'amico afferrò i comandi come un fulmine. Red tremava di paura. Bird spiegò che voleva solo sentire il motore mentre faceva picchiare l'aereo".

Probabilmente, in quel momento, aveva in mente le evoluzioni che vedeva fare agli uccelli nel cielo, quando s'incantava ad ammirarne il volo, e aveva voluto imitarle. D'altronde, anche nella sua musica, Bird non solo si divertiva a produrre imitazioni ed onomatopee, ma ambiva a riprodurre schemi energetici e dinamici. Amava allo stesso modo la rapidità melodica del cinguettio e la velocità di chi vola sfrecciando nell'aria: e volle imitare entrambe, diventando il sassofonista più virtuoso e più tecnico del suo tempo, e ricostruendo inconsciamente, in musica, il mito del volo afroamericano, il mito di un immaginario ancestrale nel quale un tempo, secondo la tradizione, tutti gli africani sapevano volare.

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