AA. VV.
Frank Zappa domani.

Sussidiario per le scuole (meno) elementari
Castelvecchi, Roma, 2000








 

 

"Uno splendido volume… Un libro appassionante che fa luce, con modi assolutamente originali, su un artista di straordinaria complessità".
Eddy Cilia - IL MUCCHIO SELVAGGIO

"Il denso volume sottolinea fin dal titolo le prospettive future del verbo zappiano e conferma l’assunto intavolando una dotta tavola rotonda sui molteplici aspetti della sua molteplice arte. Ne viene fuori un ‘sussidiario per le scuole (meno) elementari’ dove si analizza il linguaggio, l’influenza, lo spettro poetico, la prassi compositiva, la statura rock del geniale musicista statunitense, senza trascurare approfondimenti a quelle che lo stesso Zappa definiva ‘pretty simpleminded solutions’, ovvero le soluzioni tecniche ai problemi musicali, problemi che a loro volta nascono nel contesto della tecnica e della tecnologia disponibile".
Valerio Corzani - ALIAS

 

 

 

 


INTRODUZIONE

Innanzitutto, fratelli, confessiamo i nostri peccati. Il primo, ahinoi, sta nell'impostazione di questo libro. Essa infrange la suprema interdizione, quella che Frank Zappa definiva il "fattore C", la cosa che l'America più aveva (e ha) in disdegno: il tabù della Cultura.

Conoscendo l'America a perfezione - per averla amata, subìta e commentata tutta la vita -, Zappa era perfettamente cosciente di quale fosse la peggiore minaccia che lo sovrastava: l'accusa di intellettualismo, il peccato di pensare (con relativa aggravante: pensare con la propria testa). Sono colpe che l'America non perdona, specie a un musicista. Perciò, contorto e geniale com'era, egli aveva programmato fin dall'inizio - attorno al 1962-63, prima ancora che nascessero i Mothers of Invention - la sua strategia: dedicarsi all'arte e alla cultura, ma imbandirle come un intrattenimento popolare. Geniale e contorto: perché il primo a crederci era lui, e profondamente, che arte e cultura avessero innanzitutto il dovere di intrattenere un pubblico. Ad ascoltare Varèse, Webern, Stockhausen ci godeva: e pretendeva - mangiatene, e bevetela tutti - che chiunque ci si divertisse come lui.

In questo modo riuscì a formulare, cifrandosela sulla pelle, la Teoria Numero Uno, la pietra di volta del suo "Progetto/Oggetto": visto che l'America non l'avrebbe mai accettato come compositore "serio", avrebbe provato a dissimulare la sua serietà dietro una maschera sardonica e ghignante, la sua musica "seria" dietro una parvenza di rock. Fece anche di più: non avendo a disposizione un pubblico altrettanto "serio", si dedicò ad un capillare proselitismo di tutti gli sconclusionati, i lunatici, i freaks del pianeta: ascoltatemi, gente, vi farò divertire. Tranquilli. Una volta che vi sarete sintonizzati, cavoli vostri.

Perdonate, fratelli, perché anche noi - come Zappa - abbiamo peccato. Abbiamo messo in copertina un'immagine beffarda, e qualche facezia nel retrocopertina, perché dovevamo farvi bere, a tradimento, un calice amaro. Gli autori di questo libro sono infatti fermamente convinti che Frank Zappa fosse una persona seria, anzi, di più: il maggiore compositore americano della seconda metà (o quanto meno dell'ultimo terzo) del Ventesimo secolo. Dimenticate il poster di lui seduto sulla tazza del gabinetto, i travestimenti da donna, certi suoi testi grevi e la grottesca attrezzeria scenica di tanti suoi concerti: tutto fumo negli occhi. Peggio: cose serie anche quelle, sofisticati ossimori del "Progetto/Oggetto". Ribaltamenti dell'"alto" e del "basso", inarrivabili zappianerie. Roba geniale e contorta, difficile da comprendere fino in fondo, se non si è abituati a tenere Gargantua et Pantagruél sul comodino fin dalla più tenera età.

Dunque, perseverando nell'errore, tenteremo quel che il titolo di questo libro dichiara: azzardarci cioè ad ascoltare, analizzare, ripensare Frank Zappa affacciati al belvedere di un futuro non si sa quanto prossimo. Quel futuro che accadrà solo domani, chissà fra quanti domani, quando si verificherà quel che tutti a domani rimandano perché prematuro. Tutti, infatti, perfino i più freak, siamo convinti che per capire fino in fondo uno come Zappa ci vorrà ancora molto tempo. Troppo contorto, troppo geniale, troppo ricco e complesso. Servirebbe, per cominciare, una chiave di lettura globale di tutto il Novecento musicale (alto e basso, bello cólto e bello ignorante) che il Maestro di cui parliamo, intuendola fin da quand'era un ragazzo, fece sua, carne e sangue. Il secondo peccato, va da sé, è la superbia (Sua e nostra). Peccato capitale.

Più veniale, forse, è quel peccatuccio-standard che giornalisti e accademici stigmatizzano e aborrono in ogni corso inteso ad insegnare a scrivere e a pubblicare, salvo ad incorrervi puntualmente prima o poi. E' il peccatuccio di raccontare in prima persona: l'autobiografismo. Chissà perché, il "mio" Zappa vale sempre più di quello degli altri: Zappa è "mio" perché "io" c'ero, io l'ho toccato, l'ho vissuto. Un artista così, di quelli che possono essere solo odiati o amati, quand'è amato diventa un idolo assoluto, anzi, l'idolo "mio", mio personale, il mio specchio. Per quanto personalmente mi riguarda, ne approfitterò per acquattarmi all'ombra di vari illustri e gloriosi colleghi, fra gli autori dei saggi che seguono, tutti peccatori in flagranza di reato. E farisaicamente mi lascerò cadere anch'io nell'errore, invocando per giunta una giustificazione pratica. Cioè: per mostrare la vera ragione dell'impossibilità di capire Zappa "oggi" bisogna rassegnarsi a raccontare la propria via crucis, il martirio che attende chiunque osi accostarsi a tale gigantesco, pantagruelico monumento, nell'illusione di poter arrivare a circondarlo (o a circo-scriverlo) fino a farlo veramente "suo".

(…)

Nel Duemila cade il sessantesimo anniversario della sua nascita, e il secolo finisce. Domani è oggi: stiamo tutti a riflettere sul passaggio, e nel frattempo siamo già oltre, pieni di domande. Meglio dunque chiedersi, anziché chi era Zappa, chi è, e magari chi sarà, dentro la Storia.

Quale storia? Sicuramente quella da riscrivere. Tutto il passaggio dal primo al secondo Novecento musicale resta segnato dalle teorie di Adorno, e da molte sue sviste. Non parlo solo del jazz. Ma del fatto che l'immagine dominante del Novecento appare molto, molto differente se lo consideriamo come il secolo di Stravinskij o di Schönberg, di Stockhausen o di Cage. Neppure possiamo cavarcela prendendolo come il secolo della massima fioritura di stili e teorie musicali: il secolo eterogeneo, il secolo moderno e postmoderno. Fatto sta che, fino alla recente piena accettazione delle scuole minimaliste (moda e regime fin de siècle), le istituzioni che hanno dominato ideologicamente e strutturalmente il mondo musicale dal secondo dopoguerra sono state, in America ma anche in Europa, rigidamente serialiste: un regime - quello della "Seconda Scuola di Vienna" e relativi epigoni - che più volte Zappa si è soffermato a stigmatizzare. Perciò affermare che nel Novecento musicale predominano, in fin dei conti, i registri della varietà e dell'abbondanza significherebbe fare della storiografia piuttosto ipocrita. Il Novecento, come voleva Adorno, è stato il secolo di Schönberg: ma solo in quanto ha punito, relegandolo tra la produzione minore e minima o negandogli dignità estetica e accademica, tutto quanto non si poneva sotto il regime della complessità, della speculazione pura, dell'astrazione (materialista o metafisica secondo i punti di vista), di un'idea integrale ed assoluta dello sviluppo musicale. Mostrando il massimo sdegno verso i territori esecrabili - perché alienati o mercantili, e soprattutto perché poverissimi di spirito e di scienza - delle musiche funzionali o d'uso comune, costruite su formule banali per soddisfare una volgare domanda d'intrattenimento, dominate da un semplicismo stolido e ridondante ed ispirate da sentimenti terra-terra. L'intero mondo delle musiche popolari, in tutte le possibili accezioni: e tanto peggio per le correnti "cólte" che vi hanno trovato elementi di ispirazione.

Vogliamo provare a stare al gioco? Si cominci ad esempio a obiettare che esistono complessità e complessità. A contestarlo? Si formuli seriamente il dubbio che il sublime non sia affatto monogamo, e che non ami sposarsi con un'astrazione assoluta, un'unica idea di forma, un solo punto di vista.

Tanto più che anche il Novecento dei classici moderni e contemporanei, il Novecento "serio", lo si può leggere e rivoltare da tutte le parti. In un Novecento schönbergiano e postweberniano Zappa ha poco spazio: quello di un qualsiasi minore "non serialista". In un Novecento non-schönberghiano, o meglio ancora non tolemaico, privo di punti d'attrazione fatale, Zappa invece è - o meglio sarà - finalmente Frank Zappa, alla pari con molti altri grandi. Ma nel frattempo, come si diceva, il Novecento musicale va ripensato e riscritto. Magari seguendo certe ramificazioni trasversali: non gli alberi genealogici che vanno da un caposcuola agli epigoni, ma le radici e i rami su cui corrono tutti i grandi compositori (non solo Schönberg) che, ciascuno a modo proprio, hanno sviluppato un'idea moderna del "fare musica".

A uno sguardo di questo tipo, preludio ad una riformulazione di categorie ormai troppo invecchiate, si manifesterebbero molte agnizioni, molti diversi Novecento. Ad esempio un Novecento stravinskijano, ovvero una delle possibili architravi ritmiche del Novecento (dunque una concezione dello sviluppo diversa sia da quella tonale che da quella seriale), che raccoglie un certo Varèse, un certo Hindemith, il jazz classico (in compagnia del ragtime e dei pianisti-autori di boogie woogie), il primissimo Shostakovich (e poi quello di alcuni Scherzi e Allegri di quartetti e sinfonie), taluni divertenti bad boys come Antheil e Schuloff, tutti i "degenerati" condannati dal nazismo, buona parte di Messiaen (a prescindere dalla sua idea di serializzazione integrale, che dominerà il pensiero dell'allievo Boulez), perfino un po' di Stockhausen e di Xenakis, e Conlon Nancarrow, Thelonious Monk, Steve Reich, il funk, la techno.

E un Novecento bartokiano, un immenso Novecento popular e neomodale (dove le melodie popolari si raccolgono o meglio ancora s'inventano, certo non più per banalizzarle nel frusto meccanismo del tema con variazioni), impegnatissimo e rischioso Novecento - nonché fra i più piacevoli - di mille compositori europei; con Satie e i Six fra i più problematici nel porre il rapporto fra tradizione, classicismo e modernità, ovvero (è quasi lo stesso)- fra serietà e intrattenimento; altri - specie recentemente - austeri e neogotici. Per questi rami s'arriva fino ai Beatles e al pop da una parte, ad Arvo Pärt e mistici assortiti dall'altra.

E c'è un Novecento icasticamente timbrico, che sotto l'aura del colore sconvolge ruoli e funzioni di melodia e armonia, e che da Debussy e Ravel arriva a Ellington e a Gil Evans, a Brian Eno e all'ambient. C'è un Novecento concreto-elettronico, che s'intreccia alla coda di quello ritmico, e che dagli studi sperimentali franco-italo-tedeschi degli anni Cinquanta invade la psichedelia più avanzata, il kraut rock più radicale, fino all'industrial e ancora all'ambient. C'è un Novecento cageano, giocoso e sottile, paradossale e critico, che ha ora sfiorato, ora decisamente attraversato tutti gli esperimenti di avanguardie rock e jazz, e le cui idee hanno trovato in Eno una sorta di ineffabile melodizzazione. E ci sono un Novecento neomelodico e un altro amelodico, che paradossalmente si spartiscono i due schönberghiani originali: da una parte l'Alban Berg della Lyrische Suite, che a dispetto della serialità è capace di giungere a un cantabile e a una melodiosità perfino struggente, dall'altra l'Anton Webern più singultante e aforistico (due universi paralleli e contigui, visto che Beatles e Pink Floyd, Miles Davis e Ornette Coleman, punk e minimalisti hanno corso su entrambi i binari, perfino simultaneamente). Infine - anzi, in anticipo su tutti gli altri - c'è un non definito Novecento che, per il momento e in mancanza di meglio, potremmo paradossalmente chiamare "fonetico-verista", e che trova le sue scaturigini nel secondo Ottocento in Musorgskij, vero padre fondatore del secolo successivo: un Novecento che incrocia il suo gemello "ritmico" e quello "popolare" nell'inseguire un'espressione melodica ispirata agli accenti del linguaggio parlato, e che - passando attraverso Janácek e molti altri slavi - arriva a tutte le forme musicali di Sprechstimme di tante avanguardie europee (fino a Berio e oltre, incluso lo Sprechgesang schönberghiano: e qui recuperiamo...), a prescindere da generi, contesti stilistici, marchi d'autore. In questi arcipelaghi del Novecento, compositori anche assai eterogenei come - consentitemi una scorribanda alfabetica - Leo Brouwer, Carlos Chávez, Aaron Copland, Henry Cowell, Peter Maxwell Davies, Manuel De Falla, Frederick Delius, M. Tippett, M. Villa - Lobos, Kurt Weil, Vaughan Williams, Edward Elgar, Gabriel Fauré, George Gershwin, Alberto Ginastera, Sofia Gubaidulina, Lou Harrison, Gustav Holst, Charles Ives, Mauricio Kagel, Ernst K^renek, György Ligeti, Bohuslav Martinu°, Colin McPhee, Luigi Nono, Carl Orff, Harry Partch, Krzysztof Penderecki, Sergej Prokof'ev, Silvestre Revueltas, Terry Riley, Jean Sibelius, Michael Tippett, Vaughan Williams, Heitor Villa-Lobos, William Walton, assieme ad altri già citati, assumono immediatamente un profilo più organico e determinante.

Non solo. Parecchi di questi Novecento includono Frank Zappa, e tutti assieme lo fanno grande. Lo si vedrà, nel Duemila, domani.

Nell'attesa, gli aspetti affrontati nel provvidenziale convegno da cui questo libro prende origine e titolo (aggiungendo, alle relazioni e agli interventi ascoltati, altri due lunghi saggi) sono stati limitati a due. Da una parte: come nacquero spunti e problematiche poi continuamente riprese da Zappa nello sviluppo del suo "Progetto/Oggetto" (cioè, in ultima analisi, dell'insieme costituito dalla sua ideologia e dalla sua opera globalmente intese), secondo il principio zappiano della "continuità concettuale": spunti e problematiche il cui potenziale, esplorato anche da altri musicisti (Zappa vivente e dopo di lui), non appare ancora esaurito. Dall'altra: come funzionano i vari aspetti della multiforme arte compositiva zappiana, qual è la loro attualità, e quali risorse promette ancora alla musica che verrà. Le due sezioni - qui intitolate Maternità del Progetto/Oggetto e Zappologie - incorniciano poi una scelta di testimonianze, prestate da quei pochi fortunati italiani che hanno conosciuto personalmente Zappa, in qualche maniera collaborandovi (Massimo Bassoli e Riccardo Giagni), oppure che hanno potuto osservarlo da vicino, condividendo un palcoscenico (Vittorio Nocenzi), o ancora che ne furono i primissimi esegeti, contribuendo alla sua conoscenza in Italia fin da tempi non sospetti (Riccardo Bertoncelli). Oltre ad aiutare il pubblico a identificare il musicista e la sua opera, tali testimonianze rilanciano "dal vivo" il discorso sulle idee e le metodologie dell'artista, andando ad integrare i saggi di impostazione storica e musicologica; inoltre riprendono il racconto della storia zappiana dagli anni Settanta, facendo seguito allo scioglimento dei Mothers originali, e portandolo fino agli ultimi anni: quello delle produzioni cameristiche e sinfoniche, del Synclavier, dell'interesse squisitamente compositivo per le sonorità etniche.

L'intera prima sezione affronta la questione della "maternità" dei Mothers of Invention, che furono il gruppo di Frank Zappa nella seconda metà degli anni Sessanta: nella convinzione che per provare a capire Zappa bisogna innanzitutto scavare nei suoi esordi (dove appaiono, già maturi ed espliciti, metodi e percorsi dell'intera sua carriera); ma anche col dubbio che quella storia, musicalmente complessa, non sia mai stata indagata fino in fondo. Quanto meno, i racconti che esistono al riguardo nelle numerose biografie zappiane coprono solo in parte le implicazioni storiche di quel periodo. Si può ricordare i Mothers come l'anonima banda di Rhythm&Blues dei bassifondi californiani che diventò nel giro di un paio d'anni la formazione musicalmente più avanzata del rock degli anni Sessanta, fino a trasformarsi in una piccola orchestra da camera "elettrica". O come l'incarnazione del mito freak losangelino: una banda di sballati oltraggiosi e un po' pulciosi, che il suo stesso leader si compiaceva di definire "ripugnante". Come un branco di ingrati che vent'anni dopo la fondazione del gruppo fecero causa al loro ex leader carismatico, perseverando fino a quando questi ormai lottava per sopravvivere a un male incurabile. Perfino come le vittime sacrificali, le più inconsapevoli e sfortunate, del grande sogno rock degli anni Sessanta - che la musica potesse essere il contenitore virtuale di qualsiasi utopia musicale, esistenziale e controculturale - dissoltosi al tramonto del decennio nella paludosa fanghiglia di Woodstock, e da allora incapace di far riprendere forma e vita al suo blob.

Ma tutte queste sono storie - quale più, quale meno - già raccontate. I due primi saggi provano invece ad affrontare la questione dal punto di vista del metodo di lavoro che Zappa aveva imposto a se stesso e al gruppo. Ciò comporta un'analisi delle composizioni e dei dischi, ma anche uno studio delle procedure applicate sia alle tecniche di produzione discografica che all'attività concertistica, e a quel regime intensivo di prove e di esperimenti che ne era il comune presupposto. A un certo punto tali procedure vennero affidate a una sorta di laboratorio permanente, nel quale la creazione musicale, perfino quando derivava dalla solitaria e tradizionale esperienza compositiva, nasceva sempre come un metalinguaggio, riflessione su (o rielaborazione di) qualcosa di estremamente concreto, qualcosa che accadeva o che almeno si poteva provocare, inducendolo ad accadere. Quando quest'idea prende forma la musica comincia a scaturire direttamente dall'azione scenica, e ad essa ritorna, fino a rendersene consustanziale e inestricabile, se non nell'astrazione fonica di quanto viene lasciato ai posteri, nei dischi. Un segno dei tempi, visto che un'analoga concezione creativa venne condivisa (in maniera del tutto autonoma) da altri sperimentatori di "orchestrazioni come azioni" quali Sun Ra o l'Art Ensemble of Chicago nel jazz d'avanguardia, o come molti post-cageani (fra cui lo stesso Cage...) nella musica "cólta" contemporanea. Il segno di Zappa lo si trova rilanciato e riscritto in una serie di band e di esperienze europee: Faust, Willem Breuker Kollektief, Throbbing Gristle, Einsturzende Neubaten. Tutte personalità immuni dal mainstream zappiano (peraltro inesistente: l'influsso di Zappa ha generato solo cover bands, nessun vero continuatore né epigoni degni di nota), ma che devono la loro - come dire? - agibilità al fatto che il solco fosse già stato tracciato, il terreno dissodato e smosso. Il futuro, con Zappa, era già iniziato.

Si tenta poi, ad apertura della sezione Zappologie, di raccontare tutta la storia di Frank Zappa da un unico punto di vista: la sua passione per il ritmo, spinta fino ad un furor squisitamente teoretico. Fatto sta che, nel complesso universo musicale zappiano, il ritmo è sempre stato una componente fondamentale, spesso assurgendo ad una funzione strutturale. Zappa scriveva - fin da ragazzino! - a partire da un'idea ritmica, almanaccando melodie su una iniziale falsariga di profili ritmici. Diventò così un compositore dall'ispirazione spiccatamente poliritmica: cosa che si evince chiaramente dal modo in cui articolava composizioni e arrangiamenti, dalla sua produzione più rock a quella pseudo-jazzistica, dalle opere cameristiche a quelle sinfoniche, fino all'uso del Synclavier per realizzare ritmi "impossibili". Ma la stessa cosa emerge anche nella sua attività di leader e caporchestra, in particolare nel rapporto - che proveremo a raccontare - con i suoi batteristi (una sfilza di fuoriclasse che dopo Jimmy Carl Black, il batterista originale dei Mothers of Invention, avrebbe incluso negli anni Settanta e Ottanta Aynsley Dunbar, Jim Gordon, Ralph Humphrey, Chester Thompson, Terry Bozzio, Vinnie Colaiuta e Chad Wackerman) e i suoi percussionisti (Arthur Tripp, Ruth Underwood e Ed Mann tra i massimi virtuosi).

Giordano Montecchi riprende l'idea di un pensiero zappiano intrinsecamente "ritmico" e la porta fino alle estreme conseguenze, illuminando anche la complessa questione dell'armonia in Zappa, tracciando varie direzioni di analisi, e proponendo un'idea unitaria - sempre sottilmente "rock" - del metodo del compositore, a dispetto dell'apparente frammentazione di tutti gli stili e linguaggi dai lui utilizzati. Ad Elio Martusciello, musicista e leader dell'ensemble Ossatura, è affidato il compito di decodificare una delle più complesse fra le prime opere zappiane, Lumpy Gravy: dopo averne studiato al microscopio - anzi, al campionatore - tutte le numerose componenti assemblate e manipolate dall'autore, si è divertito a costruirne una teoria, ispirata ad una concezione della musica registrata quale "dispositivo di superficie". Franco Fabbri si occupa invece dell'approccio elettronico del metodo zappiano, sia dal punto di vista dei mezzi che del risultato artistico, confrontandolo vivacemente con analoghi mezzi usati dalle avanguardie accademiche (o, per meglio dire, da quelle riconosciute come tali) e criticando le pretese di "verità" e di "rappresentatività" di un'elettronica sull'altra.

Sono solo alcuni tra i molteplici aspetti e motivi di interesse di una delle personalità musicali più complesse e poliedriche del Novecento: ma speriamo che il nostro mosaico funzioni da stimolo per un riascolto più "ravvicinato" dell'eredità zappiana, e magari per iniziare una riflessione ancora più vasta e sistematica. Per il momento, rispetto a una produzione musicale oggi sempre più meccanica e stereotipata, e ad un consumo sempre meno curioso e intelligente, già quel poco che abbiamo fatto ci sembra - visti i tempi che corrono - di una totale sfacciataggine. Ma non possiamo farci nulla: peccatori si nasce. Speriamo almeno di spingere qualcun altro sulla cattiva strada.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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