Gianfranco Salvatore
Isole Sonanti. Scenari archetipici della musica del Mediterraneo

(ISMEZ/Il Ventaglio, Roma, 1989)
(sponsor CEE, Anno Europeo della Musica 1985; Premio Circeo 1990)

 

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INTRODUZIONE

0.1

"Dapprima si era trovato immerso in una profonda oscurità; poi, levata una preghiera, era rimasto a giacere a lungo, senza comprendere chiaramente se era sveglio o se stesse sognando. Tuttavia aveva provato la sensazione che, nello stesso momento in cui si produceva un improvviso rumore, la sua testa fosse colpita e le suture del cranio cedessero, lasciando l'anima libera di uscire. (...) In seguito udiva indistintamente ronzare qualcosa che, trascinato intorno alla sua testa, produceva un suono gradevole. Quando poi alzò gli occhi, non vedeva da alcuna parte la terra, ma isole splendenti di un fuoco tenero che si illuminavano a vicenda passando da un colore all'altro (...). Queste isole gli parevano innumerevoli e straordinariamente grandi, e non erano tutte uguali, ma tutte ugualmente di forma circolare. Gli sembrava che esse muovendosi in circolo producessero nell'etere un suono armonioso; la delicatezza di quel suono, che derivava dall'accordo di tutti i suoni, corrispondeva infatti alla dolcezza del movimento" (Plutarco, De Genio Socratis, XXII, 590 B-D).

E questa una delle prime visioni di isole sonanti che la letteratura universale ci abbia tramandato. Si tratta di uno tra i più suggestivi miti escatologici concepiti dall'umanità, che Plutarco ci ha descritto come la discesa di Timarco nell'antro di Lebadea, in Beozia, dove l'anima di Trofonio, figlio di Apollo e fondatore del tempio del dio a Delfi, concedeva oracoli a chi osava sottoporsi alla pericolosa discesa nella grotta: una prova da cui molti non uscivano vivi. La tradizione era di certo antica, e l'esistenza dell'oracolo è documentata almeno dal VI secolo a.C.; l'eclettico Plutarco, riferendola, intesse il racconto di elementi pitagorici, orfici e platonici': ma lo scenario mitico-rituale di questa discesa, che ha tutti i tratti di una iniziazione, è di un'arcaica, archetipica universalità. La grotta è ad esempio il luogo privilegiato nell'iniziazione sciamanica in Australia, e nel vodu haitiano simili penetrazioni in un antro sono connesse a rituali di trance; anche nell'estasi degli sciamani siberiani ed altaici l'anima esce dal corpo attraverso la testa, e presso gli Indo-Tibetani la circolazione dell'anima fuori dal corpo avviene attraverso la sutura frontalis del cranio. Tradizioni analoghe a questa dell'antro di Trofonio si trovano ancora in un'opera apocalittica scritta nel XII secolo da un monaco cistercense, e in Irlanda sono state tramandate fino al secolo XVIII. D'altro canto, l'"armonia delle sfere" ascoltata da Timarco è un tipico motivo pitagorico, e le sorgenti Lete e Mnemosine - all'una o all'altra delle quali il consultante dell'oracolo doveva scegliere di bere, come ci informa Pausania (IX, 39, 5 sgg.) -, provengono dallo scenario escatologico dell'Orfismo, quale ci è stato tramandato dalle famose laminette auree della Magna Grecia.

Il fatto è che il Mediterraneo non è una monade "senza porte e senza finestre": quella che continuiamo a considerare la culla della civiltà classica ha tratto probabilmente dal Nord i tratti sciamanici del suo Apollo Iperboreo, dall'Est l'invasato clamore del suo Dioniso, e dal Sud egizio ed africano molto più di quanto il "modello ariano" (che vige da àlmeno due secoli nella colonialistica cultura europea e nella sua interpretazione della grecità) abbia mai osato riconoscere, e come un autore coraggioso, in un libro recente, ha cominciato ad illustrare. Queste radici affondano in un'epoca lontana in cui quelli che siamo abituati a definire come "i Greci" non erano ancora giunti in Grecia. Tuttavia, se intraprendessimo un'ardita discesa nei recessi del nostro immaginario, in un viaggio endo-psichico ed endo-culturale, scopriremmo che di queste radici universali la "nostra" cultura porta ancora le stigmate, misteriosamente cifrate sulla sua pelle e nei suoi tessuti, e sempre in attesa di una nuova interpretazione che possa sollevare di un altro micron il suo velo di Maya.

Solo in questa prospettiva "universalizzante" è vero, come affermava Shelley, che "siamo tutti Greci : siamo in realtà testimoni grecizzati, o grecizzanti, di immagini, storie, personaggi, fantasmi, fedi, ossessioni di una universale attività mitopoietica, delle proiezioni fantastiche e simboliche dell'avventura umana, su una terra percepita come luogo intermedio fra cielo e inferi e popolata, con gli uomini, dei vivi prodotti dell'inconscio collettivo e di una consapevole attività estetica e comunicativa. Respiriamo da sempre, giorno per giorno, l'aria della "nostra" cultura mescolata al soffio universale degli archetipi.

Ciò non vuoi dire, tuttavia, che il pensiero e l'attività simbolica non godano, nella cultura del Mediterraneo, di una propria specificità. Questa specificità esiste, e non si limita certo al tessuto narrativo dei nostri miti o, più in generale, del nostro immaginario culturale. Tale specificità, inoltre, fa sì che alcune immagini - visive, sonore, perfino dinamiche e cinetiche - abbiano trovato nella cultura mediterranea ed europea una proliferazione di tratti originali, peculiari sfumature simboliche, specifiche valenze e funzioni rituali: cosicché anche figure e situazioni archetipiche hanno incontrato, presso la nostra cultura, una definizione e uno sviluppo assai particolari.

Accade così che, tra i temi archetipici di cui si occupa questo libro, il Labirinto - la cui documentazione mediterranea corrobora la tesi di una "priorità" delle nostre sponde rispetto alla diffusione della sua figura - e le sue danze appaiono solidali alle più profonde radici del nostro pensiero simbolico; che i più arcaici strumenti musicali, come il rombo e la tromba di conchiglia, non sono stati soggetti nel Mediterraneo a quei tabù verso l'uno o l'altro sesso che ne limitano l'uso presso altre culture, cosicché la loro sonorità mimetica, a imitazione delle potenze naturali - mare, pioggia, tuono -, ha potuto proiettarsi sull'androginia delle più arcaiche prefigurazioni delle nostre divinità, dando vita a quel complesso simbolico Afrodite/Conchiglia che rappresenta una delle immagini più indelebili della nostra cultura; che l'attività estatica, pur nella sua universalità, ha potuto svilupparsi attorno ad un pensiero simbolico così ricco da far supporre "una tradizione mediterranea dello iatromante", trovando nelle cerimonie di trance della Magna Grecia - sopravvissute, pur deteriorate, nel tarantismo dell'Italia Meridionale fino al nostro secolo - un momento rituale in cui condensare i temi dell'identificazione ad un "dio animale", con le antichissime danze circolari che ne celebrano le valenze totemiche e cosmiche.

Ma accade anche che, in quella che può sembrare - al confronto con tematiche di tale archetipica profondità - una modesta metafora, la "visione"(anche acustica) del cosmo e della sua pitagorica armonia che viene offerta al supplice dell'oracolo di Trofonio, ci è descritta da Plutarco come la contemplazione di isole sonanti. Conosciamo altre visioni escatologiche, nelle letterature del Mediterraneo antico, in cui l'Aldilà vibra di suoni e di canti. Tale è, ad esempio, il Paradiso dei cristiani; e in un testo apocrifo, l'Ascensione di lsaia (p. VII-X), il profeta è trasportato da un angelo attraverso i sette cieli, e ad ogni cielo "vede" e "ode" una lode angelica a Dio che si esprime attraverso una combinazione di luce e di musica sempre più mirabile, finché nel settimo cielo, da dove si possono ascoltare anche le lodi provenienti dai cieli inferiori, Isaia assiste ad una sorta di sinfonia cosmica. Ma la metafora delle "isole" apre all'"armonia delle sfere" un campo simbolico più vasto di quello offerto dai pianeti o dai cieli. Le isole infatti, pur separate dal mare, vanno ad unirsi sulla crosta terrestre, al di sotto delle acque; raggiungibili solo dal mare o dal cielo, la loro "insularità" ne fa dei microcosmi, ma la loro natura terrestre le unisce, in profondità, al macrocosmo e alla sua più arcana unità.

Questa delle "isole sonanti", dunque, mi sembra un immagine sublime, visiva e sonora insieme, dell'unità nella specificità, dell'unitarietà nella frammentazione. Un senso, questo, che va anche al di là dei suoi profondi addentellati cosmologivi, escatologici, misterici. Non a caso, quest'immagine rara è rimbalzata ancora, qui e là nei secoli, tra le pagine della letteratura europea più sensibile ai paradossi ma non immemore - anche sotto un velo d'ironia - della pregnanza antica di certe immagini. Un'isola sonante, ad esempio, è descritta nei primi capitoli del quinto libro del Gargantua e Pantagruele rabelaisiano, dove si descrive il viaggio per mare di Pantagruele e del suo amico Panurge: "Sentimmo un suono veniente da lungi, frequente e tumultuoso, e ci sembrava all'udirlo che fossero campane piccole, grosse, mediocri (...). Più ci avvicinavamo, e piu sentivamo quella soneria rinforzarsi. Dubitavamo che fosse Dodona coi suoi calderoni, o il portico Eptafono in Olimpia, o magari quel sempiterno rumor del Colosso eretto sulla sepoltura di Memnone in Tebe egizia, o quel gran baccano che si udiva una volta intorno al sepolcro dell'isola di Lipari, là fra le Eolidi; ma la cosmografia non lo permetteva.

- Io dubito, - disse Pantagruele, - che laggiù qualche sciame d'api abbia incominciato a volare, e che per richiamarle il vicinato faccia questo terremoto di padelle, calderoni, bacili e cimbali coribantici di Cibele, gran madre degli dèi".

In Rabelais, e nella sua burlesca capacità di amalgamare spunti dotti e plebei, questa rielaborazione del tema dell'"isola sonante" ne fa un'allegoria satirica dei vizi della Chiesa, descritta nel suo rumoroso scampanìo, e con le gerarchie ecclesiali distorte in buffe famiglie di uccelli schiamazzanti, deformi, crapuloni. Ovviamente l'autore, anche ammesso che conoscesse il precedente plutarcheo, si è lasciato alle spalle ogni implicazione cosmologica ed escatologica; ma, nel descrivere ogni isola visitata da Pantagruele come lo spazio allegorico di una classe dominante (magistrati, filosofi, uomini di scienza, oltre agli uomini di Chiesa), sembra voler conservare all'immagine il senso di un rapporto tra microcosmo e macrocosmo. Ed analoga a questa è la funzione narrativa di un'altra "isola sonante", quella descritta da Alfred Jarry nel capitolo XXIII del Dottor Faustroll, come tappa di un altro allegorico viaggio per mare che dipinge, trasfigurandoli in maniera surreale, luoghi, personaggi e idiosincrasie della Parigi letteraria ed artistica fin de siècle. Qui l'"isola sonante" rappresenta effettivamente lo spazio dei musicisti, isola tra le isole che, tutte insieme, formavano il puzzle della buona società parigina:

"Le piante più comuni erano le tarole, il ravanastron, la sambuca, l'arciliuto, la pandora, il kin e il tché, il chitarrino, la vina, il magrepha e l'hydraulus. In una serra erigeva i suoi numerosi colli e il suo alito di geyser l'organo a vapore (...). Vi si respirava ancora l'ottavino, l'oboe d'amore, il controfagotto e il sarrusofono, la cornamusa, la zampogna, il bag-pipe; la chérée del Bengala, il bombardone contrabbasso, il serpente, il coelophon, il saxhorns e l'incudine. La temperatura dell'isola è temperata secondo la consultazione di termometri chiamati sirene. Al solstizio d'inverno, la sonorità atmosferica passa dal soffiare del gatto al ronzio della vespa, del calabrone e alla vibrazione d'ala di mosca. Al solstizio d'estate, tutte le suddette piante fioriscono, fino al calore acutissimo del volo degli insetti sopra l'erba della nostra terra. Di notte, Saturno vi urta nell'anello il suo sistro. Il sole e la luna vi esplodono, all'alba e al crepuscolo, come cembali divorziati". Sinfonia di strumenti musicali, versi animali e deflagrazioni cosmiche, l"'isola sonante" di Jarry sembra rispettare, al di là della allusioni "patafisiche" a questo o quel personaggio della vita parigina, il senso panico del suono universale, e la sua natura di "fenomeno tra i fenomeni" nell'unità del cosmo.

0.2

Sotto la suggestione di questi precedenti letterari, e sotto un comune ombrello di metafore e simboli, ho voluto intitolare Isole Sonanti il mio piano di ricerca patrocinato dall'ISMEZ, di cui questo volume rappresenta, pur nel suo carattere di "prima stesura", il primo risultato editoriale. Ciascun tema di studio preso in esame dalla mia ricerca, infatti, rappresenta a suo modo un'"isola sonante": cioè un paradigma del pensiero simbolico e delle sue applicazioni mitico-rituali, nelle quali la musica e la danza, o meglio gli aspetti sonori e coreografici di una sfera simbolica, detengono una funzione specifica o addirittura riproducono, in un linguaggio diverso, i tratti che la mitologia ci presenta in forma letteraria, e che la simbolica tradizionale, ancorata al suo orientamento figurativo, ci rappresenta in una forma statica sia sotto il profilo temporale che sotto quello spaziale.

Arte del tempo e della durata, ma anche della "direzione" e degli schemi dinamico-cinetici, la musica - che nella danza trova articolazione e interpretazione nello spazio - è normalmente trascurata dalle riflessioni sul pensiero simbolico, cresciute, per inveterata tradizione, dentro una cultura umanistica parcellizzata, il cui dominio si limita normalmente alla ricerca letteraria e, tutt'al più, figurativa. Uno degli scopi di questo volume, e più in generale del piano di ricerca di cui fa parte, è invece appunto quello di allargare questa riflessione alla musica e alla danza, mostrando anzi come questi linguaggi siano organici alla sfera del pensiero simbolico, e collegati, come "isole sonanti", a tutte le altre sue manifestazioni. E sempre come "isole sonanti" vorrei che i vari oggetti e momenti di questa ricerca fossero compresi, a lettura ultimata, come parti organiche di un tutto, separati dal mare delle categorie ma uniti da quel fondale sommerso e solidissimo che è il dominio dei motivi archetipici, tutti vibranti ad un medesimo diapason.

Più complesso è spiegare invece le ragioni e le implicazioni del sottotitolo di questo volume, "Scenari archetipici della musica del Mediterraneo". Complesso e anche un po' doloroso, perché una delle ragioni di questo lavoro sta nel fatto che, della musica delle antiche civiltà del Mediterraneo, non possediamo praticamente più nulla. Senza parlare del silenzio cui sono ridotte civiltà musicalmente assai progredite quali furono l'egizia, l'assira, la fenicia e più in generale quelle del Mediterraneo orientale e meridionale, della musica greca non ci resta che poco più di una ventina di frammenti, alcuni dei quali brevissimi, molti irrimediabilmente mutili, taluno perfino sospettato di falso, e tutti di difficile interpretazione; della musica romana, poi, non rimane altro che la notazione vocale di un unico verso dell'Hecyra di Terenzio. Solo la geniale spregiudicatezza di Gregorio Paniagua, direttore dell'Atrium Musicae di Madrid, ha osato realizzare - ricostruendo gli antichi strumenti greci sulla base della ricca iconografia disponibile, strumentando ex novo i frammenti melodici dove era necessario, e drammatizzando le inevitabili pause dovute alle lacune e alla corruzione dei testi musicali - una registrazione completa di queste reliquie fossili: forse poco "attendibile" su un piano strettamente filologico, ma animata dal nobile intento di strappare quanto ci è rimasto della musica antica dal limbo di una mera curiosità archeologica.

Da questa che è stata, per la storia del Mediterraneo, un'autentica catastrofe culturale, si è salvata solo la teoria: cioè la manualistica e la speculazione musicologica. Sono più i trattati sulla musica tramandatici dai teorici greci e latini, che i malinconici frammenti musicali di cui disponiamo. In base a tali trattati, ad altri riferimenti sparsi in scrittori e poeti d'ogni genere, e ai dati - concernenti soprattutto gli strumenti musicali - che si possono ricavare dalla documentazione iconografica, possiamo disporre oggi non solo della teoria, ma anche di una Storia della Musica delle antiche civiltà del Mediterraneo. Essere in grado di ricostruire la storia in assenza del suo oggetto rappresenta certo un imbarazzante paradosso; anche se bisogna ricordare che il pensiero musicale antico fu così intimamente legato alla speculazione scientifica (astronomica, astrologica, fisica, biologica, patologica) e a quella metafisica - in un intreccio unitario di cui il pitagorismo ci fornisce un modello che è il più esplicito ma non certo l'unico - che anche l'idea di "musica" finì in qualche caso per identificarsi con un'attività puramente speculativa e non avente più alcuna attinenza, se non come fenomenico pretesto, con il fatto sonoro vero e proprio: il che scarica la responsabilità del paradosso, almeno in parte, anche sui musicologi antichi.

Per ragioni analoghe, almeno nel caso della musica greca e latina, ci restano informazioni e discussioni sulla sua etica (o, meglio, sul suo ethos), ma è difficile farci un'idea precisa della sua estetica. I giudizi "estetici" che possiamo ricavare da poeti e mitografi vari circa, poniamo, la cetra di Apollo e di Orfeo o l'aulós delle cerimonie dionisiache o coribantiche sono in realtà pertinenti, da un lato, agli "effetti" e ai poteri di questi strumenti e della loro musica (quindi a dati di carattere "etico"), dall'altro al valore simbolico o alla funzione rituale di questi strumenti e della musica che con essi veniva prodotta. Tuttavia proprio l'approfondimento di quest'etica musicale, e soprattutto l'avvio di uno studio articolato sulla natura e la funzione simbolica degli strumenti e delle forme musicali e coreutiche, mi sembrano oggetto di una cronica lacuna nel corpus degli studi sulle civiltà mediterranee: lacuna resa ancora più grave dal fatto che, come mi sento di affermare al termine della prima, modesta tappa di una simile ricerca, lo studio di questa simbolica musicale può migliorare la nostra conoscenza non solo del pensiero musicale antico, e delle sue relazioni con il pensiero simbolico che in esso si proietta: ma anche del pensiero simbolico tout court, del quale la musica e la danza rappresentavano (e rappresentano!) un'area fecondissima di applicazioni.

Sono passati ormai quasi cent'anni da quando Sir James G. Frazer pubblicò la prima edizione di un'opera che col tempo crebbe a dimensioni monumentali, oltre a divenire un classico: Il Ramo d'Oro. E già allora Frazer formulava un auspicio e un invito che non credo sia mai stato raccolto: "l'influenza della musica sullo sviluppo della religione: ecco un soggetto di studio che ben ripagherebbe colui che con amore vi si dedicasse. Non possiamo infatti dubitare che essa sia la più intima come la più commovente di tutte le arti; essa ha molto contribuito non soltanto a esprimere le emozioni religiose ma a crearle, modificando così più o meno profondamente l'edificio della fede a cui, a prima vista, non sembra essere altro che ancella. Nella formazione della religione ha avuto la sua parte il musicista come il profeta e il pensatore". Questa fede di Frazer nell'influenza formativa, "creativa" della musica sul sentimento religioso e sulle strutture stesse della religiosità è certo ammirevole, forse perfino eccessiva: basterebbe riconoscere il ruolo attivo e simbolicamente omogeneo della musica non sul logos, ma sul pathos della comunicazione con il divino, per fornire una ragion d'essere a questo libro. Ma l'opinione di Frazer riflette tutto il positivismo della sua formazione ottocentesca, oltre a un insospettabile storicismo che, nonostante l'attitudine al metodo comparativo, gli fa aggiungere: "ogni fede ha la sua musica particolare, e la differenza fra le diverse credenze si potrebbe quasi esprimere in termini musicali. La distanza, ad esempio, che divide le orge selvagge di Cibele dal maestoso rito della Chiesa cattolica si potrebbe misurare dall'abisso che separa la cacofonia dei cembali e dei tamburi dalla grave armonia del Palestrina o di Handel. Un diverso spirito si rivela nella diversità della musica.

Quel che sfugge a Frazer, a parte il suo antiquato giudizio su quanto sarebbe (non solo musicalmente) "selvaggio", è che l'indagine da lui auspicata non dovrebbe vertere tanto sulle differenze tra le musiche preposte a fedi e rituali diversi, quanto sulle analogie funzionali tra musiche, idee di musica, simbologie musicali (o coreutiche) e momenti, ideologie e simbologie cultuali. Se infatti le funzioni rituali di musica e danza partecipano isomorficamente alla natura simbolica di un evento religioso, o se addirittura possono esserne una componente formativa, ciò implica che la loro definizione non può fare a meno di essere condotta con gli stessi parametri che sono pertinenti all'analisi di un'idea religiosa. Nella prospettiva che abbiamo scelto per il nostro lavoro - ma potrebbero essercene altre -, tali parametri devono rispondere alla duplice esigenza di riconoscere le componenti simboliche che entrano a far parte di un complesso mitico-rituale, e di individuarne costanti e varianti assieme alle reciproche relazioni: tenendo presente che, nella logica del mito, tanto le costanti quanto le varianti possono ricondurre ad una sorta di "immagine ossessiva" che articola il dispendio simbolico all'interno di un complesso mitico-rituale, e anche tra un complesso e altri ad esso funzionalmente affini. Dietro la formazione di queste "immagini ossessive" lavora una sorta di impulso figurale primario, che condensa i dati emotivi dell'esperienza umana in una sorta di energia psichica preposta a regolare la produzione simbolica dell'immaginario o, se si preferisce, dell'inconscio. Scegliendo un orientamento che fa capo a discipline e metodologie anche diverse, ma che vuol essere più antropologico che psicologico, chiameremo archetipi le cellule di quest'energia psichica e figurale.

0.3

La problematica degli archetipi è complessa, e per giunta ha conosciuto sviluppi anche polemici che non è il caso di prendere in esame in questa sede; inoltre, una discussione sull'incidenza degli impulsi archetipici sulle strutture e sulle funzioni della musica non è mai stata seriamente intrapresa. Qui basterà ricordare che il concetto e la nozione di "archetipo" sono stati introdotti e sviluppati da Carl G. Jung nell'arco di un trentennio, all'interno della sua riflessione sull'inconscio collettivo, di cui gli archetipi costituirebbero le strutture. Dalla psicologia analitica di Jung, la nozione è passata anche alla storia delle religioni grazie alla collaborazione tra Jung e Károly Kerényi, il quale in seguito si staccò dalla definizione junghiana di "archetipo" per perfezionarne il carattere di fenomeno. La differenza tra le due concezioni è stata efficacemente sintetizzata da Mario Trevi, il quale ricorda che gli archetipi, "per la concezione matura di Jung, altro non sono che pure forme o funzioni trascendentali operanti su contenuti offerti dall'esperienza, dalla memoria e dall'inconscio personale. Come tali - e soltanto a questo titolo - esse strutture sono intemporali, rappresentando le modalità fondamentali dell'esistenza profonda di ogni individuo umano". Di tale nozione è importante considerare (e conservare) l'originario carattere universale e atemporale, "metastorico", che ne rimane una componente fondamentale pur essendo possibile verificare le varianti storico-culturali della produzione simbolica messa in moto dall'attività archetipica. Quest'ultima, infatti, non va confusa con i suoi prodotti: "il mito non è per Jung l'archetipo, è bensì il prodotto del suo operare. (...) L'immagine archetipica non è l'archetipo, è solo il prodotto del suo operare incessante". Kerényi non rinnega questi aspetti della concezione junghiana, ma ne modera la base psicologica: "in effetti, da una parte l'archetipo kerényiano ha una sua radice nello stesso sfondo culturale cui attinge la teoria delle strutture trascendentali della psiche inconscia, ma dall'altra si rifà a una radice culturale fenomenologica che assume la forma archetipica a condizione originaria e intemporale dell'esistenza umana, a una sorta di vera e propria "struttura costitutiva dell'esistenza".

Dal dopoguerra ad oggi, l'accettazione della nozione di archetipo tra i più importanti storici delle religioni non si limita al solo Kerényi. Ad esempio Mircea Eliade, che fu anch'egli amico di Jung (non essendolo altrettanto di Kerényi), ha interiorizzato nel suo metodo di studio il concetto di archetipo, pur senza definirne mai una propria nozione. Tuttavia, il modo in cui egli adopera il concetto suggerisce la sua adesione a quanto di Jung è salvato da Kerényi, pur non distinguendo rigorosamente tra archetipi e immagini archetipiche, e senza insistere sull'accezione fenomenologica del concetto adottata dal suo collega. Ad esempio, tra gli appunti conservati nel suo diario, Eliade si riferisce tanto agli archetipi quanto alle immagini come "a tutto ciò che è astorico, sovrapersonale, "eterno" nell'uomo", e li avvicina perfino, forse non del tutto a torto, alla concezione platonica delle idee: "l'Occidente ritrova nella spiritualità orientale il "platonismo": gli archetipi, i modelli esemplari"18. Altri studiosi, di formazione psicoanalitica, hanno invece preferito conservare la prospettiva junghiana approfondendone però più rigorosamente l'approccio antropologico e storico-religioso: tra questi autori, gli studi più brillanti sono venuti soprattutto da Erich Neumann, e dal più eclettico "etnopsichiatra" Georges Devereux.

L'unico studioso, però, che abbia fatto della problematica archetipica un campo di studio di ispirazione schiettamente antropologica, e di trattatistica sistematicità, è stato Gilbert Durand, che nel 1963 ha pubblicato il fondamentale Les structures antropologiques de l'imaginaire, giustamente sottotitolato nell'edizione italiana Introduzione all'Archetipologia Generale. La nuova teorizzazione di Durand, che pur non volendo rifarsi agli orientamenti della scuola strutturalista costruisce il suo studio su una precisa tassonomia della sfera simbolica e delle sue categorie, è troppo complessa per essere riassunta in questa sede. Qui basterà ricordare che alla base della nozione di archetipo in Durand di trova il concetto di schema, che per lo studioso "è una generalizzazione dinamica e affettiva dell'immagine" e "costituisce la fattività e non-sostantività generale dell'immaginario". Accettando il punto di vista junghiano che vede negli archetipi "lo stadio preliminare, la zona matrice delle idee", Durand li distingue dalla "non-sostantività dell'immaginario" costituita dagli schemi, di cui al contrario gli archetipi "costituiscono le sostantificazioni". Per Durand "i simboli formano costellazioni perché sono sviluppi di uno stesso tema archetipico, perché sono variazioni su un archetipo"; infatti "ciò che differenzia precisamente l'archetipo dal semplice simbolo, è generalmente la sua mancanza di ambivalenza, la sua universalità costante ed il suo adeguamento allo schema".

In quella che sarà la nostra metodologia di lavoro, ci atterremo ad una nozione "media" di archetipo, a cavallo tra quella "junghiana moderata" di Kerényi (dalla quale mutueremo i tratti di universalità e astoricità dell'archetipo, e la differenza tra la sua attività figurale e le immagini ed i miti da essa prodotta) e quella durandiana. Di questa adottiamo la differenza (e il rapporto) tra simbolo e archetipo, pur non ritenendo necessario insistere, almeno a questo stadio del nostro lavoro, sul concetto di "schema", e prescindendo in generale dalla tassonomia durandiana, al quale in ogni caso ci avvicina la comune prospettiva antropologica. Un'altra delle ragioni "morali" di questo libro sta infatti nel cercare un approccio antropologico-musicale allo studio dell'immaginario, come possibile introduzione ad una archetipologia musicale tutta da costruire, e di cui comunque sentiamo l'esigenza.

Resta da spiegare perché il nostro sottotitolo parla di "scenari". Da quanto finora enunciato circa la definizione degli archetipi, appare chiaro che questi vanno individuati a partire dalle idee simboliche e dalle loro costellazioni, e cercando di risalire alle matrici. Ora, i "luoghi" entro i quali si esprime la produzione simbolica dell'immaginario delle civiltà antiche sono i racconti mitici e i rituali che ad essi si ricollegano riflettendoli nei momenti di culto. Personaggi mitologici, situazioni "narrative", attributi delle figure mitiche, oggetti di culto, figure e dinamiche significative (cioè ricorrenti come "costanti" o ad esse alternative in quanto "varianti"), assieme ai luoghi reali o immaginari in cui questi elementi agiscono, e alle potenze "naturali" che vi intervengono (in quanto tali o con il ruolo di epifanie divine), sono gli elementi che vengono a formare gli "scenari" del mito e del rito. In tali scenari mitico-rituali trovano spazio gli accadimenti simbolici con i quali l'immaginario dei popoli ha voluto esprimere le sue tematiche più profonde, quelle che danno forma - una forma raccontabile o rappresentabile, "comunicabile", e quindi idonea a diventare patrimonio collettivo - alle pulsioni, alle aspirazioni e alle angosce umane: in ultima analisi, dunque, al sentimento religioso. Sono dunque proprio tali "scenari" a delimitare quelle costellazioni simboliche che costituiscono gli sviluppi di un tema archetipico, le "variazioni su un archetipo" di cui parla Durand. Oggetto del nostro studio saranno dunque quegli "scenari mitico-rituali" in cui elementi di musica e di danza rivestono un ruolo funzionale, ricadendo entro il dominio di un archetipo, o costituendo addirittura una sua variazione sonora o coreutica. Il procedimento potrà anche essere invertito: dato un tema archetipico - qual è, ad esempio, il Labirinto con la sua danza - si può ricostruire lo scenario mitico-rituale nel quale il tema compare, allargandolo innanzitutto a tutte le sue varianti documentate dal corpus dei miti e riti conosciuti, poi cercando in quali altri miti e riti le costellazioni simboliche del suo scenario trovino riscontro, e sforzandosi sempre di integrare i dati fornitici dalla letteratura mitologica con tutti i possibili riferimenti iconografici disponibili. Chiameremo scenario archetipico l'insieme di uno scenario mitico-rituale e di tutti gli elementi che si ricavano dalla ripetizione delle sue costellazioni simboliche in altri contesti mitico-rituali.

Naturalmente, data la "scomparsa" delle antiche musiche del Mediterraneo, gli oggetti finali del nostro discorso non potrebbero essere delle precise forme musicali. Antiche considerazioni "etiche" sulla funzione della musica (ad esempio quelle, celeberrime, sviluppate da Platone, da Aristotele, dai loro discepoli e da alcuni neopitagorici) ci hanno tramandato informazioni sull'"efficacia" dei modi melodici e dei piedi ritmici utilizzati nella musica greca: ma, in assenza della musica, queste informazioni ci servono più a definire il significato antropologico dell'atto musicale che ad individuare la loro funzione simbolica all'interno dell'immaginario greco. E' su questa funzione che verteranno le nostre analisi: pertanto, il suono o la forma o il materiale stesso di un dato strumento musicale, collocati nei propri scenari mitico-rituali e finalmente inseriti nel giusto scenario archetipico, potranno dirci sul valore simbolico dello strumento - e dunque della musica che vi veniva eseguita - molto più di quanto possa rivelarci l'ethos del mondo frigio o del ritmo giambico. Analogamente la forma, la direzione ed i passi di una danza, se visti nella giusta relazione con la sua funzione celebrativa, potranno rivelarci almeno la dimensione simbolica delle musiche - altrimenti del tutto oscure - che tale danza accompagnavano. Proprio la danza, inoltre, per la sua attitudine ad essere descritta o raffigurata, ci offre quegli elementi di analisi formale che purtroppo, per quanto riguarda la musica, non hanno potuto esserci tramandati. Ma non faremo l'errore di considerare la danza come un elemento accessorio alla musica, come un motivo di secondario interesse nella nostra "curiosità" per la musica antica e nella nostalgia per quanto di essa è andato perduto: sappiamo infatti che, nell'estetica dei popoli antichi, il legame fra canto musica e danza era assai più stretto ed organico di quanto la nostra sensibilità moderna, educata alla parcellizzazione dell'esperienza artistica in "generi", possa farci credere; è sufficiente la conoscenza della natura non strettamente "poetica" della lirica greca, non strettamente "drammaturgica" del teatro greco a dimostrarci il contrario. Per l'immaginario antico e per quello "classico", la danza è la musica, anzi ognuna è parte dell'altra; il respiro di una danza è respiro melodico, i suoi moduli sono strofici, i suoi cicli refrains. Quanto ai loro mondi simbolici, essi sono, come vedremo, assolutamente isomorfi.

0.4

"Certo tutte le Cicladi, le isole più sacre che si trovano nel mare, sono degne di canto, ma per prima Delo vuole la gloria delle Muse, poiché Febo, dei canti protettore, lavò per prima e strinse nelle fasce, e gli rivolse lodi come a un dio". Così si esprime Callimaco nel dedicare uno dei suoi inni (IV, 2-6) all'isola che diede i natali a Febo Apollo, protettore della musica. E proprio nell'arcipelago delle Cicladi si sviluppò una delle più antiche civiltà del Mediterraneo, forte di una storia che affonda le proprie radici già nel VII millennio a.C. e che trova la propria massima fioritura culturale nell'Età del Bronzo antico, fra il 3000 e il 2000 a.C. Una civiltà che teneva in gran conto l'espressione musicale, come testimonia non solo la mitica nascita di Apollo a Delo, ma la stessa archeologia: in particolare negli stupendi e misteriosi idoli di marmo, tra i quali sono rimasti famosi i suonatori di lira e di aulós. Inoltre, le Cicladi traggono il loro nome e la loro fascinazione simbolica dal fatto di essere situate nell'Egeo secondo una disposizione pressappoco circolare, al cui centro si trova la sacra isola di Delo.

A Delo l'immaginario antico collocò la patria del dio della musica, e sempre a Delo - come vedremo - quello schema archetipico di danza circolare e spiraliforme attorno a un sacro "centro" che fa tutt'uno, nella logica del mito, con il significato simbolico di Centro, Cerchio e Spirale. E Delo è un'isola posta al centro di un arcipelago "circolare". Ora, se tra questi due fatti, come ho ragione di credere, esiste un rapporto di causa ed effetto, è evidente che gli attributi mitici (la consacrazione al canto e alla danza) discendono dalla conformazione geografica (la disposizione circolare delle Cicladi attorno a Delo): l'inverso sarebbe ovviamente assurdo. Ciò, a mio avviso, può costituire la prima illustrazione di una "verità nascosta" che questo libro cerca di svelare e di spiegare: vale a dire l'isomorfismo tra quel simbolismo "figurativo" che più evidentemente traspare dal mito, e quello "sonoro" della musica e "dinamico-cinetico" della danza. Lo stesso Callimaco, rivolgendosi a Delo nel suo inno, descrive la natura sonora e dinamica di questo simbolismo: "un cerchio attorno a te fecero le isole e ti cinsero come un coro di danze. Silenziosa e priva di frastuono non ti vede con le sue chiome ricce Espero mai, ma sempre da ogni parte risonante" (IV, 300-304).

È dunque Callimaco, nel III secolo a.C., a tramandarci la prima descrizione letteraria di una mediterranea "isola sonante". Sonante, ed al centro della danza circolare delle Cicladi. Al "centro del centro" si trova l'altare di Apollo, attorno al quale Teseo, a celebrazione della sua vittoria contro il Minotauro, danzerà con i fanciulli e le fanciulle ateniesi la prima "danza labirintica" che il mito ricordi. Una tale "simbologia del centro", e del movimento circolare (o spiraliforme) che attorno al centro si svolge, rappresenta il principale nucleo simbolico nel quale trova forma il tema archetipico del Labirinto. Un nucleo simbolico che, come si può notare fin da questo esempio, non produce solo raffigurazioni "statiche", ma già nei sonori e mossi versi di Callimaco trova espresso tutto il suo contenuto "dinamico": che è musica nella sua articolazione del tempo, danza in quella dello spazio.

Se andiamo alle radici di questo tipo di rappresentazioni simbolico-dinamiche, troviamo che il loro primo modello è di natura astrale, cosmica. La stessa isola di Delo era, secondo il mito, "caduta dal cielo": perciò Callimaco la chiama Asteria; ed era rimasta a vagare sul mare, senza fissarsi in nessun luogo, prima di andare a collocarsi al centro delle Cicladi per ospitare la nascita di Apollo. Queste "metafore cosmiche" sono assai comuni tra le espressioni di contenuti del mito: anzi, come ha spiegato Giorgio de Santillana, costituiscono del mito il significato più arcaico. La stessa natura del Labirinto, delle sue raffigurazioni, delle sue storie, delle sue danze e più in generale del suo tema archetipico, è tipicamente cosmologica. Le sue sette spire concentriche rappresentavano originariamente le orbite dei sette pianeti conosciuti nell'antichità (ivi compresi il sole e la luna) nel loro moto apparente attorno alla terra. Proprio per la natura simbolica di questo percorso cosmico, "oltremondano", l'accesso al centro di tale percorso rappresentava una rottura di livello, vale a dire l'accesso al punto in cui la terra e il cielo, la terra e gli inferi comunicano.

Ora, il Labirinto costituisce solo una delle configurazioni possibili di tale schema archetipico. Sono della stessa specie, ad esempio, le ascensioni estatiche: che se nel mondo greco (e fino a Dante, a Marsilio Ficino, a Pico della Mirandola) comportano sempre il passaggio attraverso le sette orbite planetarie, nel mondo babilonese e in quello ebraico prevedono pure quasi sempre sette tappe, ma non necessariamente individuate in termini planetari: è di questa specie, ad esempio, il citato racconto apocrifo dell'Ascensione di lsaia. Il pitagorismo ci ha mostrato come le distanze tra i pianeti si traducessero in rapporti scalari che potevano dare espressione alla teoria musicale; ma, tra le culture del Mediterraneo antico, questa relazione tra schemi planetari e schemi musicali pare essere sentita come molto arcaica, primaria, archetipica: e il rapporto tra mistici percorsi cosmici e movimenti musicali vi appare anche in connessione diretta, non mediata da semplici speculazioni numerologiche. Il filosofo pagano Celso, in uno dei passi tramandatici dal suo avversario Origene, si riferisce alle ascensioni celesti delle anime attraverso i pianeti, quali sono descritte da Platone ma anche rappresentate dai Persiani nei misteri mitraici, concludendo che la "disposizione degli astri non è opera del caso, ma obbedisce a rapporti musicali" (Alethes Logos, 111,72 = Origene, Contra Celsum VI, 22).

Da ciò si può dedurre che il valore simbolico della musica non solo è intrinseco al tema labirintico inteso come "discesa agli inferi", ma e più in generale omologo al significato delle strutture cosmiche; ed è parte integrante del tema archetipico del viaggio attraverso i "sette livelli", di cui il percorso labirintico rappresenta un caso esemplare, ma per certi aspetti particolare. Questo schema di movimento, che (come vedremo) si esprime come danza prima ancora che come raffigurazione statica o come puro motivo narrativo, è in realtà, nella sua natura simbolica più profonda, connaturato al significato della musica quale ci viene presentato dal pensiero simbolico.

Sarà procedendo costantemente lungo questa prospettiva analitica che costruiremo le analisi su cui si basa questo libro. Entro questa dimensione metodologica, i dettagli "sonori" sparsi lungo la documentazione che passeremo in rassegna potrebbero addirittura risultare secondari rispetto agli elementi simbolici che ci accingiamo ad enucleare dagli scenari mitico-rituali che prenderemo in esame. Poco importa, ad esempio, che nella descrizione del "labirinto italico" fatta da Varrone e riferitaci da Plinio (Naturalis Historia, XXXVI, 91-93) vengano nominate "una serie di campanelle che, mosse dal vento, diffondono a distanza il loro suono": elemento di fascinazione sonora che però non trova alcun riscontro (e non crea alcuno sviluppo) nella struttura simbolica rappresentata dal percorso labirintico; o che il nostro XVIII secolo abbia conosciuto, a partire da Bach, la voga di comporre "labirinti musicali" che dovevano il loro nome esclusivamente alla sperimentale "tortuosità" delle modulazioni armoniche. La nostra tesi è invece che, se esistettero "musiche labirintiche", e se oggi ancora sopravvivono "danze labirintiche", è perché musica e danza riescono a farsi espressioni simboliche di un impulso figurale inconscio, di un motivo archetipico.

A causa di questa irrinunciabile motivazione di fondo, il lettore vedrà il nostro percorso analitico cosparso di temi e figure che apparentemente non hanno nulla a che vedere con la musica, ma che in realtà possono illuminarci, della musica, il dominio simbolico. Verrà condotto attraverso scenari mitico-rituali nei quali i temi dominanti dell'impresa labirintica di Teseo si apparentano ad altri personaggi, altre storie, altri temi. Figure come Minosse, Arianna, Dedalo, Icaro, il Minotauro ed altri personaggi connessi al mito del labirinto cretese ci condurranno verso figure e storie diverse ma archetipicamente affini: e tutte importanti per poter cogliere le variazioni su un medesimo tema archetipico, ed il significato simbolico di forme, movimenti, direzioni, passi e funzioni della danza labirintica. Percorrendo questa strada, che altri autori prima di noi hanno già affrontato, abbiamo cercato non solo di indicarne diramazioni inedite e sbocchi imprevisti, ma anche di addurre materiali ed ipotesi nuove per spiegare il significato simbolico e la funzione archetipica di figure e dinamiche rimaste finora oscure: come certe suggestioni del "precipitare" e dell'"ascendere in volo" che a mio avviso presuppongono un'archetipica dimensione verticale del tema labirintico, la cui simbologia presenta un aspetto dinamico-cinetico che a mio parere non è stato ancora esplorato a fondo. Altrettanto oscura era rimasta la relazione simbolica tra il labirinto e gli uccelli, che la maggior parte degli autori trova inspiegabile: perciò, nelle pagine che seguono, sarà dedicato ampio spazio all'indagine sul rapporto simbolico che sussiste tra le gru e il mondo infero (e che è all'origine della definizione classica, mai veramente spiegata dagli specialisti, della danza labirintica come "danza della gru"), e alla relazione tra le pernici e la simbologia sacrificale (a sua volta all'origine di una connotazione della danza labirintica come "danza delle pernici", che stranamente non è stata notata da nessuno specialista dell'argomento).

Ovviamente, questo nostro metodo finirà per influenzare la struttura di ciascuno dei tre saggi che costituiscono le tre parti di cui si compone questo libro: cosicché lo sviluppo di ciascuna tematica ci obbligherà a dilungarci nell'individuazione e nella ricostruzione degli scenari mitico-rituali, prima di poter affrontare, alla luce delle costellazioni simboliche che ne saranno emerse, il ruolo e la funzione organica dei tratti musicali e coreutici in cui si esprime il tema archetipico. Vorrei poter sperare nella pazienza del lettore, e nella sua adesione al nostro itinerario metodologico, perché possa giungere con noi fino al cuore del problema - fino al cuore del "mistero": cioè al centro della problematica simbolico-musicale cui i nostri comuni interessi sono rivolti. E, se ci attarderemo per i sentieri dell'immaginario, quella sensibilità che è lo strumento primario di ogni esperienza musicale (e più in generale di ogni esperienza dello spirito) non potrà che esserne arricchita.

La struttura degli altri due saggi che compongono questo libro è simile sul piano metodologico, differente quanto ai suoi oggetti, tendenzialmente ciclica nell'arco che si proietta da un capo all'altro di questo libro. L'iconografia della nascita di Afrodite, e le sue varianti mitologiche che oscillano tra l'orrido e il sublime, faranno da filo conduttore all'analisi del tema archetipico della Conchiglia, e dei suoi risvolti sonori quale tromba di conchiglia. La prospettiva adottata sarà quella dell'analisi archetipologica degli strumenti musicali, che svilupperemo più largamente in un lavoro di là da venire, ma avendone già poste, qui, le basi attraverso la ricerca e la verifica di un isomorfismo simbolico tra la forma di uno strumento musicale, il processo dinamico che vi è preposto nella formazione del suono, e la sua stessa sonorità. La quale può dar conto, in termini acustici, della struttura fisica dello strumento, come può istituire una relazione mimetica con un suono esistente in natura; ma che in un caso o nell'altro rispecchia, anche entro la sfera del musicale, la fisionomia del suo tema archetipico e delle costellazioni simboliche che da esso discendono.

Il terzo saggio prende in esame il fenomeno della Trance, inteso anche nelle sue implicazioni musicali e coreutiche, quale "situazione archetipica" nella quale un processo psicosomatico si fa interprete della rituale messa in scena di una costellazione simbolica. In particolare sarà preso in esame il fenomeno del tarantismo, che crediamo abbia ereditato alcune tra le più autentiche e più arcaiche valenze simboliche della trance nel Mediterraneo, perpetuando fino al nostro secolo quel patrimonio di religiosità pagana e di archetipa furia di cui il dionisismo si fece interprete nel mondo greco. Utilizzando una serie di materiali finora non presi in considerazione dalle pur illustri e insostituibili ricerche (specie quelle che hanno avuto il privilegio di cogliere "sul campo" un fenomeno oggi in avanzato stato di estinzione) che ci hanno preceduto, abbiamo cercato di definire meglio lo "spazio simbolico" di questo rituale di trance, cercando di individuare nelle sue fasi coreutiche anche l'estremo retaggio simbolico di quelle "danze circolari" che costituiscono, tra l'altro, la cellula primaria di sviluppo del tema labirintico. Così, anche attraverso reciproche analogie - il tema conflittuale dell'animale simbolico, dio-ragno (o dio-serpente) che "mozzica", punge, pungola; il motivo angoscioso della vittima della possessione, quasi un insetto nell'intrico inestricabile di una tela di ragno -, l'esposizione dei nostri tre temi archetipici si riavvolgerà "musicalmente" su se stessa, contrappuntandosi come in una fuga barocca, o muovendosi pendolarmente come nella danza labirintica.

0.5

Se questo libro ha un'ambizione segreta, è quella di apparire scandito dallo stesso tempo del mito, dal tempo ciclico. Tuttavia, se i suoi temi si riavvolgono su se stessi come l'archetipico Uroboros, il serpente cosmico che si mangia la coda, non è per un vezzo dell'autore, ma per la natura stessa dell'argomento in questione. La natura dell'archetipo è atemporale: ma proprio per questo motivo trova estensione tanto nel tempo storico quanto nella sincronicità delle forme primarie. Ad esempio, uno dei leit-motive sottintesi alla nostra trattazione è l'imperitura fascinazione delle ronde primaverili, quei girotondi celebrativi del risveglio ciclico della natura la cui suggestione ha prodotto e ispirato musica dall'Età della Pietra fino al Debussy delle Rondes de Printemps, e continuerà ad attraversare danzando il tempo storico senza estinguersi. Ma tale refrain ci appare anche congelato, cristallizzato in una forma talmente primaria da poter essere rappresentata non dalla storia, ma da una branca della biologia: è infatti la biologia strutturale a rivelarci che tanto la struttura delle corna animali che dominano la costellazione simbolica nella quale si iscrive il Labirinto, quanto quella delle conchiglie e delle ragnatele, non sono altro che sviluppi naturali di una sorta di algoritmo genetico, di una formula assolutamente primaria: quella della spirale logaritmica.

Ci muoviamo, dunque, a percorrere uno spazio che non è solo quello dell'immaginario, non solo quello del pensiero simbolico, ma rappresenta una dimensione in cui l'esistenza stessa si trova cifrata.

Non bisogna stupirsi, dunque, se accade che la figura mitica più ricorrente nei tre saggi che seguono non sia tanto quella del dio della musica, Apollo, quanto quella di Dioniso: dio multiforme e plurifunzionale, il più idoneo a rappresentare - nell'insieme di tutti i suoi aspetti, i suoi attributi e i suoi poteri - quella che è la dimensione ciclica del mito, del tempo, della vita stessa nell'antichità mediterranea. Come ha scritto Maria Daraki, compiacendosi del senso quasi iniziatico della sua affermazione e del suo "mistero", Dioniso è "maître du cercle, ou mème, (...) dieu-cercle".

Dioniso è dio della Trance e della sua musica; il suo strumento è il rombo, sua voce cosmica e taurina, affine alla voce della Conchiglia e degli altri strumenti di Afrodite; suo dominio simbolico, in quanto dio-toro, è il Lahirinto.

Solo Nietzsche - e non il Nietzsche "dilettante" che si inventa la polarità apollineo/dionisiaco, ma il Nietzsche folle degli ultimi giorni - seppe intuire tale "rivelazione". Nel Lamento di Arianna, un poemetto redatto un anno prima della sua morte dissennata, è Dioniso che parla:

"Sii saggia, Arianna.!...

Hai piccole orecchie, hai le mie orecchie:

metti là dentro una saggia parola.! -

Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?

...Io sono il tuo Labirinto."

Per giungere allo stesso risultato "per vie scientifiche", accumulando testimonianze e documenti visivi fino a stabilire prima l'identità Minotauro-Labirinto, poi quella Dioniso-Minotauro, noi piccoli razionalisti sedotti dall'Irrazionale impiegheremo qui decine di pagine, contro la superiore, visionaria icasticità d'un solo verso.

Ma ad ognuno le sue follie. La nostra, certo più modesta e sognatrice, è stata quella di provare a tamponare la ferita dalla quale, dal corpo della Storia, le antiche musiche del Mediterraneo sono colate via scomparendo per sempre: tamponando per cercare di conservare, se non il sangue, almeno la linfa di questa musica, vale a dire il suo profondo, complesso, appassionante significato simbolico. Ci abbiamo provato lungo il sentiero degli archetipi, ma non esclusivamente in forma scritta. Del piano di ricerca da cui scaturisce questo libro, infatti, fanno parte anche tre produzioni musicali, ciascuna ispirata ad uno dei tre temi archetipici cui anche i saggi inclusi in questo libro sono dedicati. A tre fra i più eclettici e geniali musicisti della scena musicale internazionale abbiamo commissionato musiche ispirate ai nostri tre temi archetipici: Steve Lacy, americano, il più grande specialista di sax soprano nel mondo, "jazzista d'avanguardia" ma in realtà musicista senza confini stilistici, e particolarmente aduso a trarre ispirazioni da inputs extramusicali, ha avuto in sorte il Labirinto; Roberto Laneri, specialista di musiche etniche del vicino e lontano Oriente, "revivalista" di Ars Nova e neo-contrappuntista, polistrumentista e musicista elettronico, ha interpretato il tema della Conchiglia sonora e della nascita di Afrodite "Anadyomene" attraverso le suggestioni rinascimentali dell'archetipo, ispirandosi all'Anadyomené di Poliziano e di Botticelli; Ray Lema, africano dello Zaire, etnomusicologo, compositore elettronico e artista pop, ha raccolto la sfida di scrivere un lavoro sinfonico, per un organico orchestrale squisitamente europeo, ispirato a musiche africane di Trance: un cimento senza precedenti nella storia della musica.

Ciascuno di questi sensibilissimi artisti ha accettato di lavorare in una dimensione inconsueta per un musicista: prendendo spunto, cioè, dai risultati - gli scenari mitico-rituali, le costellazioni simboliche, i tratti archetipici che man mano emergevano dalle nostre ricerche: trovando dunque ispirazione volta per volta in racconti mitologici, testi poetici, documentazioni figurative. Sono grato a tutti loro per aver fatta propria la mia utopia: ricostruire gli scenari archetipici delle musiche e delle danze delle antiche civiltà del Mediterraneo per poter far nascere, dentro il loro inestinto calore, musiche nuove. Nuove perché nate oggi: ma ispirate da quella medesima natura simbolica, dal medesimo affiato spirituale che diede vita alle musiche oggi scomparse.

Modesta proposta per prevenire l'archeologia della musica, cercando invece, in una vibrante archetipologia, la dimensione profonda, atemporale e ciclica, della vita.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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