Gianfranco Salvatore
Miles Davis. Lo sciamano elettrico (1969/1980)

(Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Roma-Viterbo, 1995;
seconda ristampa 2001)

 

"Un racconto preciso, analitico, ma affascinante nella sua chiarezza".
Gian Mario Maletto - IL SOLE 24 ORE

"Il lavoro di documentazione è impressionante… Ne emerge il quadro di uno ‘sciamano della musica’, davvero, in singolare sincronizzazione coi propri tempi ignari, un maieuta che aveva assorbito Stravinskij e Glass, Hendrix e Stockhausen, le musiche seriali e le musiche d’Oriente, tutto convogliando allo scorcio degli anni sessanta in un inedito, visionario magma sonoro che si permette il lusso di gettare un ponte (ancor oggi) inedito fra il principio iterativo delle musiche etniche e ciò che invece avvertiamo come ‘sviluppo’ ascoltando la musica dell’Occidente".
Guido Festinese - LEGGERE

"Il lavoro di Salvatore è riparatore storicamente, innovativo nell’analisi, insomma invidiabile... Il saggio fonde brillantemente precisione scientifica e scorrevolezza narrativa, sviluppando temi, problemi, idee critiche per mezzo di una scrittura ‘circolare’, fedele in questo alla prassi davisiana, e dirime finalmente in modo netto questioni sempre superficialmente schematizzate dalla critica ufficiale più influente. Splendide le pagine di descrizione minuta di alcune opere, in elegante equilibrio fra colto lessico musicologico e abbandono emotivo. Il tutto è frutto di una ricerca bibliografica accuratissima, utilizzata come fonte di dati e non di impostazioni critiche. Un lavoro fondamentale dunque per chi voglia misurarsi in futuro con la musica di Miles Davis".
Stefano Merighi - MUSICA JAZZ

"Documentatissimo e avvincente… una conoscenza enciclopedica… uno stile elegante e incisivo… un sovrano equilibrio tra osservazione musicale e narrazione, tra questioni estetiche e notizie di cronaca… Il volume di Salvatore inizia a dissodare un terreno su cui sia la critica jazz che quella di estrazione rock (per non parlare di quella accademica) non si erano mai avventurate e che, proprio per la natura dei prodotti sonori, necessita di competenze multiple che abbraccino la musicologia e la conoscenza delle tecniche di incisione, l’etnomusicologia e la padronanza del rock: un’apertura mentare pari a quella di Miles Davis".
Luigi Onori - IL MANIFESTO

 

 

IL BRODO PRIMORDIALE

Il 19 agosto 1969 – il giorno stesso in cui aveva inizio il Festival Pop di Woodstock – Miles Davis entrò in sala di registrazione per la prima seduta di "Bitches Brew". La coincidenza è di quelle storiche. Davis ha raccontato che in quel periodo, oltre a certi brani di Zawinul con Cannonball Adderley, ascoltava molta musica funky e rock. Tra i musicisti che parteciparono a Woodstock era particolarmente interessato alla sintesi di funk, rock e psichedelia di Jimi Hendrix e di Sylvester "Sly" Stewart, il leader del gruppo Sly & The Family Stone. Con entrambi allacciò rapporti personali, e in seguito fu molto vicino a registrare un album con Hendrix e a produrre un disco di Sly, che apparteneva a un'etichetta della sua stessa scuderia discografica, la Epic. Della CBS conosceva, nel bene e nel male, anche altri gruppi: come i Santana, che colsero un enorme successo prima a Woodstock e poi con l'album "Abraxas", al quale Davis si interessò molto; e i Blood, Sweat & Tears, che imitando le ficcanti ma semplici sezioni di fiati di Maynard Ferguson, e piazzandole sopra una ritmica rock, nel '69 mandarono per sette settimane in classifica il loro secondo album, raggiungendo il secondo posto con il 45 giri Spinning Wheel, che divenne disco d'oro. Il gruppo era stato scritturato e lanciato da Clive Davis, nuovo presidente della Columbia, a cui Miles chiedeva maggiore attenzione e promozione per se stesso. Era quasi inevitabile che il trombettista li detestasse: in un'intervista, alla fine dell'anno, dichiarò: "I Blood, Sweat & Tears sono imbarazzanti per me… Cercano di cantare 'nero' e parlano 'bianco'".

Nella preparazione del nuovo album Miles teneva presente anche la musica di Paul Buckmaster, il compositore e arrangiatore inglese che di lí a poco si sarebbe inserito con autorevolezza tra le fila del pop inglese, e che aveva conosciuto a Londra, proponendogli di fare, appena possibile, un disco assieme. Buckmaster aveva rinfocolato i suoi interessi per certa musica cólta del Novecento europeo, da Stravinskij a Stockhausen: il primo stuzzicava la sua fantasia per la somma alchimia di semplicità di spunti e complessità di strutture, il secondo lo avrebbe influenzato con la sua idea di "processo", di musica in divenire. Per giunta, Davis aveva anche in mente una sua idea, per il momento più simbolica che funzionale, dell'Oriente e dell'Africa.

Fin troppo. Questa volta, però, non doveva cercare le vibrazioni nell'aria dello studio, come in "In A Silent Way": sapeva da cosa partire. Preparò dei semplici canovacci, come un accordo e una linea di basso, o una serie di accenti e pause asimmetriche; e chiese al produttore Teo Macero di registrare tutto quello che ne veniva fuori. "Io avrei diretto, come un direttore d'orchestra". Lenny White ha raccontato che Miles aveva scritto solo degli abbozzi di otto o dodici battute che faceva provare all'uno o all'altro dei musicisti, prima di decidere a chi assegnare i motivi e come farli sviluppare: si riconosce qui il metodo che anche il suo mentore e consigliere di sempre, Gil Evans, andava elaborando per dirigere la propria big band. Nel corso della seduta, se era necessario, Miles poteva scrivere una parte aggiuntiva per qualcuno, o dirgli di suonare diversamente da come stava facendo. Man mano che la musica prendeva forma dall'improvvisazione su questi canovacci, decideva quali parti andassero incrementate o eliminate. Forse usò anche delle sovrincisioni, perché nell'autobiografia racconta che certe volte faceva fermare il nastro per riascoltare, e se sentiva che in qualche punto mancava qualcosa di specifico lo faceva aggiungere da un certo strumento. Quel che è certo è che i musicisti che parteciparono alle sedute erano quanto meno sconcertati: McLaughlin ha raccontato che tutto il gruppo si chiedeva dove Miles volesse arrivare.

Come già larvatamente in "In A Silent Way", e sempre più sistematicamente negli anni a venire, la formazione che registrò "Bitches Brew" è una versione modificata ed ampliata del gruppo che Davis usava in concerto. La ricerca e l'assortimento dei musicisti esprime chiaramente lo stato di ispirazione febbrile in cui Davis doveva trovarsi nel momento di preparare le sedute di registrazione. Con Shorter, Corea e Holland sedeva adesso stabilmente alla batteria Jack DeJohnette. Miles voleva però una formazione con due batterie e provò a richiamare Tony Williams, che rifiutò, essendo gia totalmente proiettato nel lavoro con il suo trio Lifetime. Invitò allora Lenny White, un giovane che aveva suonato anch'egli con lo sventurato Jackie McLean – il quale ormai si sentiva un terreno di caccia per le smanie batteristiche di Miles –, ma che per l'occasione fu suggerito da un amico comune. Dalle note di copertina risulta alla batteria anche Charles "Don" Alias, che però, più probabilmente, condivise con Jim Riley le percussioni: una novità per la strumentazione davisiana, probabilmente motivata da certe evocazioni pseudo-africane che Davis aveva in mente. Chiamò ancora una volta Joe Zawinul, e avrebbe voluto anche Hancock, che però in quei giorni stava lavorando con il suo gruppo in California; in qualche brano ricorse allora a Larry Young, anch'egli proveniente dal Lifetime, e probabilmente introdotto da McLaughlin. Accanto a Shorter fu posto il sassofonista Benny Maupin, suggerito da DeJohnette, che con lui e Dave Holland aveva suonato nel disco "Is" di Chick Corea, registrato per la Solid State a fine giugno. Seguendo un'intuizione probabilmente manifestatasi nel corso delle registrazioni, Davis fece suonare a Maupin esclusivamente il clarinetto basso, e rimase così soddisfatto della nuova coloratura timbrica da richiamarlo anche in seguito.

Le sedute furono tre, dal 19 al 21 agosto. Se è vero che i registratori corsero tutto il tempo, poiché per ragioni sindacali negli Stati Uniti ogni seduta dura almeno tre ore, dovettero risultarne non meno di nove ore di nastri. Dopo il montaggio operato in post-produzione la musica fu ridotta a circa un'ora e mezza, e pubblicata in un doppio album destinato a sconvolgere il mondo musicale.

Il fatto che qui e là venissero adottati (e trasfigurati) schemi ritmici vicini a quelli del rock non è certo sufficiente a spiegare il terremoto causato da questa musica, i cui orizzonti erano enormemente più vasti e più innovativi. In "Bitches Brew" si andava non solo oltre il jazz, ma oltre i confini stessi della musica intesa come mero evento sonoro. Dall'ascolto di quel disco, tanto i sostenitori quanto i detrattori non potevano trarre se non una sensazione di disagio, esaltante o irritante secondo i casi. La musica, infatti, chiamava in causa una dimensione simbolica profondamente calata nella psiche: quella della lotta tra l'ordine e il caos. La proliferazione degli strumenti e delle fonti di ispirazione mirava proprio a questo, nelle intenzioni di Miles: trarre un senso dall'intera congerie di stimoli, musicali e non, da cui era preso in quel periodo. Il suo nuovo metodo di lavoro, e la quantità di suggestioni sotto le quali articolò quell'insieme magmatico di strumenti e di suoni, l'avrebbe portato – sotto il fuoco della sua ispirazione e del suo carisma – a mettere in questione l'immanenza della dimensione musicale, a rompere gli argini delle normali esperienze percettive, slanciandosi verso una tenebrosa trascendenza.

Il titolo scelto per l'album fu, come sempre, azzeccatissimo, perché andava dritto al concetto che aveva generato la musica. Con un titolo come "E.S.P." Davis aveva inteso indicare la superiore, "extra-sensoriale" empatia richiesta per la prima rottura di quegli argini che sentiva ormai come un peso; con "Nefertiti" e "Filles De Kilimanjaro" aveva voluto enfatizzare le risonanze di un'Africa resa astratta dalla lontananza nel tempo storico e nell'irraggiungibilità delle sue vette; con "In A Silent Way" aveva siglato il paradosso di una musica vicina all'assenza di suono, per sussurri ed allusioni. Nella sua crudezza il nuovo titolo, "Bitches Brew", spalancava il sipario e puntava i riflettori sul magma, popolato di presenze inquietanti e di animali mostruosi: l'immagine sonora di una cosmogonia, dal cui brodo primordiale, grazie alla lotta di eroi semidivini, prenderanno forma lo spazio e il tempo.

Il primo dei due dischi, in particolare, ha una potenza icastica raramente eguagliata nella storia del jazz. L'indifferenza verso ogni struttura consueta, e perfino verso la controllata entropia delle free forms, rompe con ogni categoria strettamente musicale per articolarsi in episodi di grande efficacia visionaria, drammaturgia sonora dove ogni elemento della musica si concretizza in gesto, ogni coincidenza o contrasto interno si articola in possenti mitologie. È un disco, appunto, crudo e fascinoso come un racconto delle origini, una narrazione cifrata nella sua stessa materia tellurica: pietra percorsa da graffiti, istoriato tamburo sciamanico, bronzeo portale figurato. E tale è la sua coerenza timbrica, e così sapientemente architettata, che ogni ingresso della tromba di Miles, inaugurando la sua inusitata esplorazione del registro acuto, stabilisce immediatamente un "sopra" e un "sotto", dividendo i piani del creato, polarizzando gli elementi, dando un senso e geografico e mitico al quadro generale. Una musica che inventa una nuova definizione di estensioni e relazioni, cosmogonia e cosmografia sonora. Proviamo a descriverla in questa chiave.

 

UN DOPPIO RITUALE

L'album si apre con Pharaoh's Dance, un tema di Zawinul, dove la strumentazione introduce quel "gioco del doppio" che, pur potendo ricordare la formula del doppio quartetto del colemaniano "Free Jazz", Davis personalizzava con stile più esoterico che strutturale. Il contrabbasso e il clarinetto basso, fremendo nel dividersi il registro grave, dipingono il torbido colore del brodo; i due piani elettrici (Corea e Zawinul) lo "tirano", le due batterie lo rimescolano. La sfida si triplica quando le percussioni s'insinuano fra i tamburi, la chitarra tra il registro medio-alto delle tastiere e quello medio-basso della ritmica. Per due e per tre, i vari fili vengono tessuti su quel telaio sonoro che Miles definisce e dirige aggirandosi per lo studio – facendo cenni, parlando all'orecchio, gridando – mentre i nastri girano senza sosta, registrando tutto quello che ha luogo. Vagando essa stessa tra suoni e silenzi, a sprazzi la tromba fende la trama brunita dell'arazzo come una scarica elettrica incrina le ombre di un paesaggio notturno. La melodia del tema è accennata da un piano all'inizio, poi montata in stretta alternanza coi vamps della sezione ritmica. Ma le maglie si tendono in una serie di stacchi marcati, per disfarsi – la matassa salta per aria aggrovigliandosi – in una sequenza di assoli vociferanti, in una progressiva euforia delle dinamiche, mentre la poliritmia s'intensifica e infittisce fino ad esplodere in grandine incessante, a martello, a mitraglia. Una tregua, brevissima; poi, a stacco, un ostinato del basso scandisce il duello delle tastiere, le prime a suonarsi "contro", finché è di nuovo tutti contro tutti. Al di sopra, la tromba di Miles, più sonora del missaggio ma anche più pacata, distribuisce sequenze di tre note, con voce di olimpica saggezza, mentre sotto ancora infuriano gli elementi. Quando motti e sentenze si articolano infine in frasi più lunghe e distese, la furia si placa.

L'intera drammaturgia dura venti minuti, che forse parvero, a chi non comprese, infiniti. In realtà, era la visione evocata ad essere intollerabile, se non al prezzo di sconvolgere le proprie certezze, di ascoltare non attraverso la routine dell'orecchio e delle sue categorie culturali, ma per osmosi psichica, per identificazione con il senso panico di cui vibra la musica. Qualcosa che un inconscio troppo fragile o troppo rimosso non poteva accettare, ma il cui significato profondo era totalmente organico a quegli anni di coscienza psichedelica.

In Bitches Brew, che occupa la seconda facciata del primo disco, l'oscurità del messaggio è percorsa dalla tensione di un'attesa, come di fronte ad un oracolo. Vi si staglia, delineato in maniera inequivocabile, il nuovo profilo trombettistico di Miles: uno stile fatto di invocazioni e di richiami, che discende indirettamente da quello già tentato in Saeta ("Sketches Of Spain"), ma decantato di ogni coordinata geografica o culturale. Qui la tromba non si abbandona a un tremolio evanescente, ad un'evocazione metaforica, ad una passività languida e malinconica: qui Miles suona per fare e disfare il mondo sensibile, la sua tromba è strumento attivo di intervento sulla realtà sonora, è bacchetta di Ermes, bastone sciamanico. Tutta la musica sembra plasmata per creare un'opportuna ambientazione fonica all'ancestrale simbolismo di questo stile. Non a torto, Ian Carr vi ha sentito "un palpabile senso di invocazione, come se si cercasse di essere posseduti". Miles ha smesso i panni del muezzin di Saeta per indossare un costume rituale, lasciandosi ispirare dai suoi spiriti, e ritualmente parla ed agisce in un linguaggio edenico, facendosi interlocutore degli uomini con le potenze infernali e celesti. Per attendere a questa missione deve far coagulare attorno a sé un panorama sonoro in cui sfidare gli eventi. La musica di cui si fa guida è quasi un transfert delle strategie che adoperava per comunicare coi suoi musicisti: è lui, stavolta, a scegliere di misurarsi con lo sconcerto di un messaggio ermetico ed arcano.

Lo scenario, in Bitches Brew, si presenta attraversato da segnaletiche intermittenze lanciate dalle regioni infere (contrabbasso e cupi accordi dissonanti di piano elettrico), mentre borbottii di percussioni e acute, ritmate litanie della tromba, moltiplicate dall'eco, s'incrociano per quasi tre minuti stabilendo il registro del pezzo, ancora scuro e pulsante come il brodo delle origini. Miles assume un ruolo prometeico, e l'azione si sviluppa come in una vicenda eroica, ma senza plateali picchi dinamici, tutta imperniata su timbri e controluci. Sul morbido ostinato di contrabbasso, che gioca attorno a tonica e sensibile con la soave vaghezza di una ninna-nanna mormorata a mezza voce, si ripete all'infinito una frase di clarinetto basso che sembra provenire dal nulla, oscura come una profezia.

Un "tutti" segue improvviso, e sopra vi si staglia la tromba per lanciare un nuovo messaggio cifrato, celandovi l'ennesima sfida. Cita infatti, distorcendola grottescamente, la sinuosa melodia di Spinning Wheel degli odiati Blood, Sweat & Tears. L'allusione, per chi la comprende, suona come un esorcismo.

La presenza dei due piani elettrici è ormai completamente sovvertita rispetto a quando venne inaugurata, nove mesi prima, in Two Faced ("Water Babies"), dove Hancock e Corea badavano a non suonarsi addosso e ad intessere una trama delicata: qui Corea e Zawinul, assieme alla chitarra di McLaughlin, incastrano accordi come tessere di una scacchiera tridimensionale, finché di nuovo emerge la tromba sviluppando uno studio sugli intervalli cromatici discendenti. Il nuovo stile di Davis si esplica con esemplare evidenza: le sue frasi saranno d'ora in poi più contratte ed esclusive. La parodia di Spinning Wheel si trasforma in uno zig-zag di quarte e terze che, sull'ambiguità del basso, suonano come terze maggiori e minori, con sottile indeterminazione tonale. Attorno a questi intervalli il gioco si estende e si smorza in una frase staccata, scandita per gruppi di due note: un risoluto balbettamento, la verità del matto. Al confronto, il solo di soprano che Shorter vi fa seguire suona beffardo e inconcludente come una parodia blasfema, di quelle con cui il demonio usa farsi beffe della liturgia. In quest'intrico di figure e di simboli, Bitches Brew appare come un gioco di tarocchi col Maligno, un inganno perpetrato alle cagne sguazzanti nel magma, un pugno sollevato contro le tenebre.

Il nastro si spezza prima di ritornare all'intreccio iniziale di tastiere e chitarra, finché Corea esce in assolo, mentre due rullanti fremono, due bassi ciarlano. Un altro taglio riconduce ai due temi iniziali, più concisi. L'assolo di contrabbasso, suonato in fondo al manico, intraprende un dialogo col clarone mentre piano e chitarra si ritraggono sul registro medio, diradando le tenebre, finché la tromba, prodiga di acuti, rientra in scena per sfidare le ultime caligini. Ma anche qui, come già in "In A Silent Way", la forma a rondò è solamente illusoria, ennesimo inganno. Non è una riesposizione tematica, non c'è variazione seppur microscopica, nemmeno una nuova lettura, ma si replica una sezione A letteralmente identica a quella iniziale, tale e quale: lo stesso segmento di nastro ricopiato da un estremo all'altro del brano. La seconda facciata rappresenta dunque, rispetto a Pharaoh's Dance, l'altra faccia del racconto mitico, tragica variante priva della consolazione di un happy end, della sospirata transizione dal Caos alla civiltà. Suona invece come una cosmica condanna, una palingenesi che non offre altra speranza se non la chance di continuare a lottare all'infinito, in eterno, contro le potenze più oscure della natura e dell'inconscio.

Ma c'è spazio e tempo per un riscatto. Alla prima medaglia, con le sue due facciate notturne e ambivalenti, fa da contrasto la solarità del secondo disco, che si apre con Spanish Key. Il titolo allude all'uso della scala frigia nella sezione A del brano, ma qui siamo agli antipodi dai chiaroscuri di "Sketches Of Spain" e dell'umbratile Saeta. Un richiamo ascendente viene lanciato più volte dalla tromba di Miles, che lo ripete senza tener conto di simmetrie ritmiche, di tempo misurato, di stanghette di battuta: è un richiamo puro e semplice, lanciato a risvegliare il mondo che finalmente si compone e s'illumina, proiettato attraverso una distanza fisica e non psicologica, non elegiaco e neppure malinconico; andrà a svilupparsi in una sorta di soliloquio, mentre la ritmica (dove Larry Young ha preso il posto di Zawinul) si gonfia progressivamente fino a ribollire. Il brodo s'asciuga, le ance fumigano sullo sfondo. Un nuovo panorama va definendosi, dopo il trauma cosmogonico. Uno stacco, e la ritmica si acquieta in un gioviale rhythm&blues, mentre la chitarra di McLaughlin chiacchera coi piani elettrici. Da lí in poi, nel corso del brano, varie ripetizioni dello stacco, seguite dal solito richiamo ascendente di Miles, condurranno ai vari assoli. Shorter comincerà a muoversi nel suo congeniale stile in rubato, ma viene costretto dall'insieme a un fraseggio più pungente; McLaughlin scambierà altre chiacchere con Corea; un'ultima sequenza stacco-richiamo porta il tessuto a dilatarsi, a contrarsi e a dilatarsi ancora, mentre l'obiettivo inquadra prima Larry Young, poi Benny Maupin.

Questa segnaletica mista, a stacchi e richiami, sposta di continuo l'angolo visuale da un lato all'altro del paesaggio strumentale, di modo che questo secondo disco dell'album possa annunciarsi come stategia dello spazio, in un tempo non più indefinito, e sempre più precisamente scandito. Ma non è solo la più accentuata dimensione ritmica del secondo "medaglione" a descrivere i ritmi della visione. Al di là delle metafore musicali, "Bitches Brew" segna anche l'inizio di una fase tecnicamente nuova nella discografia davisiana e nell'intera ricerca sonora di area jazzistica, caratterizzata innanzitutto dall'uso strumentale della stereofonia. Di questa Teo Macero era stato un pioniere, e l'aveva usata per dare profondità ai dischi di Miles fin dall'inizio della loro collaborazione, con "Porgy And Bess"; adesso erano disponibili nuove attrezzature ed effetti, e lo stesso Miles, probabilmente incoraggiato dall'uso audace che ne facevano Hendrix e tutti i musicisti "psichedelici", premeva su Macero perché usasse i mezzi stereofonici in maniera più efficace e drammatica. Nella combinazione incrociata di una spazialità sia "verticale" per la costruzione poliritmica che "orizzontale" per la dislocazione dei suoni nel missaggio, l'architettura di "Bitches Brew" assume un autentico, e non metaforico, significato plastico. Le applicazioni di un simile orientamento, artistico e tecnico, sono innumerevoli. Spanish Key, per esempio, spinge l'enfasi sulla dimensione spaziale per calarvi l'universo altrimenti piatto della tradizionale jam session, certi cui schemi rispecchia peraltro in pieno, perfino nell'uso degli stacchi come "lanci" dei vari solisti, nella tradizione di certe big band. Mai tradizione, però, fu rispettata in maniera così poco canonica: qui, la differenza tra chi improvvisa e chi accompagna sta solo in un sottile aggiustamento dello zoom su una porzione di spazio dove tutte le facce sono sempre percepibili in campo e sempre vivacissime, come nell'inquadratura tridimensionale di un'affollatissima danza di giubilo, grondante d'iperrealistico sudore collettivo.

Lo schema non cambia in John McLaughlin, che rimane altrettanto collettivistica (benché siano assenti Davis e Shorter), e che pure ha i suoi temíni di raccordo usati per lanciare gli interventi del chitarrista eponimo. Per la prima volta dopo Pee Wee ("Sorcerer") Miles pubblicava una registrazione della sola sezione ritmica. Una sorta di riff viene palleggiato dai due piani elettrici, dal contrabbasso e dal clarone, ora all'unisono, ora sfasati; circa a metà dell'esecuzione (il brano dura poco più di quattro minuti, stretto tra gli altri tutti superiori ai dieci) compare anche un secondo riff con funzione di stacco. Benché la paternità dei due riff sia da accreditare probabilmente a Corea, al cui gusto rimandano prefigurando fraseggi da "Return To Forever", l'unico vero solista è McLaughlin, in questo che appare come un frammento di una delle improvvisazioni condotte dalla sezione ritmica mentre il leader era impegnato altrove, Miles volle recuperare dedicandolo al chitarrista e al suo ruolo di catalizzatore.

Miles Runs The Voodoo Down è il primo brano in cui le due batterie non solo si ascoltano ma coprono ruoli precisi, articolando il polso cadenzato e quasi saltellante che solo i tempi medi di certi ritmi da "Mardi Gras" neworleansiano posseggono: un tempo di marcia disordinata e festosa, lungo strade pittoresche ed accoglienti. Totalmente improvvisata, il suo umore bluesy trascina tutti i solisti – un po' recalcitrante Shorter, alquanto beffardo Corea – in un'ebbrezza pentatonica, che venne proposta al pubblico anche sulle due facciate di un 45 giri. Sanctuary, infine, è la seconda registrazione davisiana del tema di Shorter, dopo quella più ortodossa (con la chitarra di George Benson e radi tocchi delle spazzole sulla batteria) registrata il 15 marzo 1968 e finita poi nell'album "Circle In The Round". Qui Miles espone il tema della ballad all'unisono col sassofono dell'autore, galleggiando sul liquido piano di Corea, mentre il resto della ritmica si aggiunge in ordine sparso, gravitando senza peso per spandere non tanto accordi e ritmi quanto una cipria colorata, un vapore d'incenso, un mormorio liturgico, che atterra infine, attraverso un crescendo allelujatico, nell'austera benedizione finale. Il doppio album si chiude così, devotamente, dopo aver celebrato i rituali della notte e del giorno, dello spazio e del tempo.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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