AA. VV.
(a cura di F. Maresco, G. Michelone, S. Zenni)

Miles gloriosus. tributo a Miles Davis 1926-1991

Il Genio, Palermo, 2001 (contiene il saggio Oltre il mito del jazz-rock. Davis, il volume e l’elettricità)

 

 

 

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OLTRE IL MITO DEL JAZZ-ROCK

Davis, il volume e l'elettricità

Miles Davis al Fillmore East e al Fillmore West, Miles Davis al Festival Pop dell'isola di Wight, Miles Davis ad aprire i concerti dei Santana o dei Blood, Sweat & Tears, era un'immagine che ripugnava a gran parte del pubblico jazz dei primi anni Settanta. Era chiaro che lo faceva per i soldi, per sentirsi giovane, per conquistare le donne: peccati mortali, per lo stoico apostolato jazzistico. Il jazz è musica sofisticata, e Davis, su quei palcoscenici corrotti, faceva un gran baccano. Come un qualsiasi musicante da classifica, come un dannato rockettaro.

Così nacque il mito (negativo) del jazz-rock, vero inizio della decadenza del jazz per gli ortodossi, ultimo suo periodo di grande creatività diffusa per i rinnegati. A poco vale obiettare ai detrattori che Davis invece non volle (o non seppe) semplificare abbastanza da rendere la sua musica veramente popolare, un successo commerciale da classifica, da rockstar. O che, ritmicamente, il suo interesse si era indirizzato verso le figure del rhythm&blues, non del rock. Nelle registrazioni del 1969, poi, gli stilemi ritmici sono talmente inusuali da risultare inclassificabili. "In a Silent Way" procede in buona parte sulla semplice pulsazione metronomica, mentre "Bitches Brew" (specie nel primo dei due Lp contenuti nell'album originale) oscilla tra un sofisticato passo binario - che, denso e poliritmico, poco o nulla ha a che fare con le ritmiche del rock - e lunghe corone sospese nel nulla. L'anima rock del Davis elettrico non è storia, è un equivoco, anzi: un mito, con tutta l'ambiguità e la complessità dei miti, che si tramandano fideisticamente, senza analizzarli.

In fondo, il peccato mortale di Davis non fu tanto quello di dedicarsi, con geniale originalità, alla frequentazione dei ritmi binari. Fu piuttosto il modo in cui lavorò con l'amplificazione. Per capire questo risvolto, le analisi musicologiche servono a poco. Individuare nel suo periodo elettrico un modus operandi di tipo modulare, una concezione della struttura musicale indissolubile dal momento dell'esecuzione, un'idea del fare musica come articolazione costante di un flusso, una riflessione in tempo reale che si avvicina all'idea stockhauseniana di processo, serve sicuramente a collocare il suo metodo nella storia e a valutare la portata della sua influenza (1). Ma non basta a chiarire il perché di certe sue scelte essenziali, il perché di un'estetica ispirata all'elettricità. Davis aveva trovato il modo di semplificare al massimo i materiali musicali di base, realizzando una nuova complessità nel modo in cui li trattava: ne è prova il fatto che con pochi moduli di due o quattro battute articolava composizioni che potevano durare mezz'ora.

Ma questo suo lavoro di semplificazione fondava la sua ragione in un parallelo lavoro di amplificazione. La tecnologia sonora ha dato a questo termine un'affascinante polisemia, che Davis ha ricondotto ad un'unica cifra semantica. Miles Davis trattava i suoi materiali musicali amplificandoli elettricamente: cioè dandogli innanzitutto volume.

E' questo il fattore destinato a sfuggire a qualsiasi tecnica di analisi basata sulla considerazione dell'opera musicale (di qualsiasi genere, anche improvvisata) come un "testo" da sezionare. Il jazz è un linguaggio eminentemente performativo: in esso i modi di produzione sonora non costituiscono mai un dato banale. Quest'affermazione è di particolare validità nel caso del jazz-rock, un genere di jazz che realizza in pieno i suoi significati solo se suonato e ascoltato a un volume sostenuto. E' questo, in fondo, ad avvicinarlo - più di tante altre cose - al rock.

Ma che cos'è il volume? Definirlo è difficile. La possibilità tecnica, o tecnologica, di suonare più o meno forte? Ciò non ha nessuna rilevanza musicale. Il concetto di volume non va confuso con quello di dinamiche, con cui non ha molto da spartire. Non è un parametro che entri direttamente nelle prassi del compositore o dell'interprete: è solo un valore virtuale, la risultante di una serie di caratteristiche fisiche di uno strumento acustico. In sé e per sé, il volume teoricamente sviluppabile da uno strumento musicale non possiede alcun significato artistico. L'orchestrazione di un brano ne terrà conto, ma fino a un certo punto. Quanto alla semiografia musicale, i valori dinamici convenzionali (dal ppp al fff, ad esempio) vengono assegnati allo stesso modo a qualsiasi strumento o gruppo di strumenti, perché si tratta comunque di valori relativi. La questione rimane pressoché indifferente.

Ma non è sempre stato così. Una delle distinzioni correnti nella pratica medievale era quella tra musica haut e bas: alta e bassa, ovviamente, quanto a volume. Tradizionalmente, gli strumenti a fiato tendevano a rientrare nella prima categoria, quelli a corde pizzicate nella seconda. Da un punto di vista strettamente musicale, la distinzione rimaneva in sé e per sé alquanto banale: ma influenzava moltissimo, invece, significati e funzioni della musica. Uno studio dell'iconografia sacra degli strumenti musicali dal Medioevo al Rinascimento mostrerebbe statisticamente che, nelle raffigurazioni dei cori angelici, difficilmente gli strumenti haut - ottoni, ance, percussioni - sono quelli più vicini al Padreterno. Al cospetto di Dio si suonino musiche gentili. Ci pensarono i vari Concilii ad escludere prima le percussioni, poi gli strumenti a fiato, dalla funzione liturgica. L'iconografia mostra però che l'uso figurativo e simbolico rimaneva più eclettico, benché regolato da rigide prescrizioni prossemiche. Dio accetta benignamente l'idea di un'orchestra angelica ben assortita. Ma, in un certo senso, l'orecchio di Dio si comporta con la stessa selettività spaziale di un microfono: la distanza relativa a cui sono posti gli strumenti più gentili e quelli più fragorosi funziona come una sorta di orchestrazione per dislocazione spaziale. Lo spazio cosmico, con il suo galateo prossemico, funge da mistico mixer: anche gli strumenti più fragorosi sono figli di Dio, purché si tengano a rispettosa distanza.

Nell'immaginario jazzistico, invece, la potenza del suono ha rivestito grande importante, specie nei primi sviluppi di questa musica da arte "folk" a cultura urbana. Il primato della tromba, nel jazz di New Orleans, si deve anche alla debordante presenza sonora dello strumento. Le vecchie battaglie di bande e di orchestre, dove il cimento sonoro era un lavoro di squadra, bene illustrano la natura competitiva e perfino intimidatoria (anche in questo ancora "folklorica", come nelle dirty dozens, nel virtuosismo acrobatico della danza, o in certe arti marziali tradizionali) del jazz delle origini. La dicotomia tra lo stile hawkinsiano e quello di Lester Young, negli anni Trenta, si pone appunto su un terreno di scontro fra tradizione radicata, etnica, e innovazione aperta ed interetnica. I primordi del jazz moderno, grazie a una certa memoria tradizionale dei "provinciali" Parker e Gillespie, riterranno questo senso di una sonorità espressionistica e virulenta anche all'interno di un discorso più "pensato". Ma basta il salto di una generazione e da lì, fino all'entrata in scena delle avanguardie free postcoltraniane e del Miles Davis elettrico, nella storia del jazz le innovazioni avranno sempre un suono più soft, meno viscerale.

E' possibile che questa qualità tradizionale, etnica, della potenza sonora abbia una radice africana. Per capirlo, bisogna cominciare a considerare il volume problematicamente, ad esempio in senso qualitativo. Ad un maggior volume, infatti, può essere assegnato un maggior grado di personalità del suono, un elemento di distinzione che ha ricadute estetiche e perfino etiche. Ancora fino a Coleman Hawkins, per la musica afroamericana, un gran suono non è nulla senza un gran volume, mentre un gran volume può da solo bastare a distinguersi, quanto meno agli orecchi della comunità di riferimento. La questione del volume e della sonorità quali fattori di individuazione e di riconoscibilità è essenziale per avvicinarsi alla pregnanza simbolica del sound. Un'amica etnomusicologa, che ha lunga familiarità con l'area culturale bantu, chiese una volta a un liutista perché gli strumenti africani portassero spesso quelle appendici libere (anelli, piccole lastre di alluminio, etc.) atte a produrre suoni sussidiari indefiniti, una specie di rumore di fondo parassitario. La risposta, più o meno, fu che "così il suono è più grande". Questa "grandezza" del suono riveste un chiaro carattere simbolico. Qui, il "più grande" è ovviamente "più forte", ma soprattutto "più ricco", dunque più personale. E' evidente che, vuoi per una preghiera vuoi per un'affermazione virtuosistica individuale, un messaggio più forte e più ricco arriverà meglio a chi ascolta, in cielo o in terra: gli dèi africani sono, per natura, più casinisti.

Nella storia delle prime intuizioni "elettriche" di Davis il piano Fender Rhodes riveste un ruolo iniziatico. Sia Hancock che Corea furono riluttanti ad accettare il diktat davisiano del piano elettrico finché lo videro come una cattiva imitazione del pianoforte, ma cominciarono a interessarsi allo strumento - per loro stessa ammissione - quando si resero conto che con esso, per la prima volta, il pianista jazz poteva emergere alla pari con l'irruenza dei fiati e della batteria. Con il nuovo strumento ci si liberava da un handicap tipico dei pianisti di jazz al momento dell'assolo, che costringeva la sezione ritmica, dopo aver sorretto magari una scorribanda fiatistica, a mutare il clima dell'esecuzione per adeguarsi al diverso potenziale espressivo dello strumento. L'handicap faceva del piano jazz uno strumento inevitabilmente più "composto", in tutti i sensi. Ma dietro la tastiera del Fender Rhodes gli Hancock e i Corea potevano finalmente misurarsi ad armi pari con l'energia di tutti gli altri: par condicio, nella nuova democrazia dell'elettricità e dell'amplificazione.

Elettrico il piano, elettrificata la tromba, il contrabbasso che cedeva il passo al basso elettrico: ma l'ossessione di Davis era la chitarra, e non una chitarra qualsiasi: la chitarra di Jimi Hendrix. Quando racconto della passione di Davis per Hendrix, e di come, da McLaughlin in poi, Miles abbia sempre cercato un "suo" Hendrix, al riscontro degli ascolti i miei studenti - che Hendrix lo conoscono - si fanno scettici: che c'entrano, McLaughlin e gli altri, con lo stile hendrixiano? In senso stretto, niente. Miles, infatti, non aveva in mente uno "stile", ma una presenza. Il corpo fonico di Hendrix rappresentava molto di più del contenuto melodico dei suoi assoli, delle belle inflessioni blues quasi vocali, o dei suoi atonalismi post-psichedelici. La sua presenza chitarristica sembrava l'ipostasi sonora di quella volontà di potenza che per Nietzsche era anche tensione verso il nuovo, e a cui Freud trovò posto nella normalità (sia pure, talvolta, delirante) della vita inconscia. Il gesto umano, perfino troppo umano, di una voce interiore che può imporsi con furia quasi bestiale, con trasporto dionisiaco e pagano. Detto in termini artistici, espressionismo (cioè, alle origini dell'estetica del XX secolo, art nègre per antonomasia). Un espressionismo che il rock, e Davis nel jazz, ripensarono in versione elettrica e chitarristica.

Come chitarrista Hendrix ha fatto sensazione, producendo molti epigoni frustrati e infelici, ma non ha mai fatto scuola, perché irriproducibile. Il suo strumento però - dopo Hendrix, la chitarra elettrica non fu più la stessa - ha salutato il sorgere di nuovi paesaggi sonori. Non fu il primo chitarrista moderno: ma né Eric Clapton, né Pete Townshend, né Jeff Beck erano giunti a tanto. Ma è come musicista, più che come strumentista virtuoso, che Hendrix ha dato l'imprimatur al suono degli anni Settanta. E' stato lui a insegnare a tutti che l'elettricità è a sua volta uno strumento, e la si può suonare. La dinamica di uno strumento elettrico non s'esaurisce nel gesto di alzare il volume, ma comporta violente modificazioni della forma d'onda del suono prodotto. Entra nella ratio delle frequenze armoniche e ne sconvolge gli equilibri interni, satura il suono oltre i livelli della decenza, produce inneschi e feedback ritenuti fino a quel punto incontrollabili, estranei alla logica di qualsiasi discorso. Una potenza feroce e belluina, che però si poteva domare: fu Hendrix il primo ad usare la chitarra come una frusta. Addomesticare l'elettricità, farla brontolare e ruggire a proprio piacimento, divenne un nuovo modo di produrre musica, gettò i presupposti di una nuova estetica.

Il primo vero pupillo chitarristico di Miles fu John McLaughlin, che in quegli anni faceva le prime esperienze "hendrixiane" partecipando a una frustrante jam session con il virtuoso di Seattle, e incidendo "Devotion" con il suo batterista, Buddy Miles. Miles riconobbe in lui il suo uomo. Con lui, la musica di "Bitches Brew" trovò il primo abbandono davisiano al volume in una sezione del brano omonimo che però venne estrapolata e inserita nel secondo Lp dell'album col titolo di John McLaughlin, in chiaro segno di riconoscenza. Ma in questo suo periodo hendrixiano (che include la collaborazione con Davis) McLaughlin mostrava scarso controllo della "bestia": quando usava un solismo distorto non riusciva a far tacere le corde libere, che risuonavano imbrattando inutilmente il registro grave. Il chitarrista riuscirà a far decantare il suo suono solo a partire dalla Mahavishnu Orchestra, plasmandolo coerentemente alle intenzioni sottese a quel progetto: disincarnato e passionale lirismo, violento raptus mistico, interiorizzato sturm und drang. Il significato predetermina lo stile! Diversi simboli e valori antropologici segnano la distanza tra Hendrix (o Davis) e il progetto Mahavishnu: un senso trascendentale della velocità, un virtuosimo alato e ben diverso dal tecnicismo occidentale, perché calato nelle filosofie inerenti ai valori musicali del progetto. Il senso esoterico e mistico del duende nel flamenco, dello spirito dei Vedanta nella musica hindustani: le radici musicali della musica di Mahavishnu e del McLaughlin maturo trasportano con sé tutto il loro potenziale simbolico, ormai molto diverso dall'idea davisiana del volume.

Una questione di significati segna la distanza da Miles non solo di McLaughlin, ma dell'intera scuola davisiana del jazz-rock, tutta misticheggiante tra yoga, buddismo e scientologia. Per Zawinul, che inizialmente condivideva l'uso del modulatore ad anello - massima approssimazione pianistica degli straniamenti chitarristici hendrixiani - con Mike Nock e pochi altri arditi, si trattò con i Weather Report di puro impressionismo sonoro, più descrittivista che astratto. Per Corea, con le edizioni elettriche di Return To Forever, di emulazione e simulazione chitarristica per via tastieristica (e bassistica: l'idea era perfettamente condivisa da Stanley Clarke). Per Hancock, con Mwandishi e poi con Headhunters, si trattò invece di una specie di via di mezzo, al servizio - sempre meno jazzistico, sempre più funky e demagogico - del puro e semplice groove.

Dopo molti tentativi, qualche rimpianto (la collaborazione mancata con Hendrix, il rifiuto di McLaughlin ad entrare nella working band), qualche relazione amichevole ma più feconda per l'amico (Carlos Santana) che per se stesso, il Miles Davis degli anni Settanta troverà il suo Hendrix altrove. Del fantasma hendrixiano, la presenza/assenza verrà distribuita nell'intero gruppo. Nei primi anni Settanta tutti i musicisti di Miles sono elettrificati o quanto meno potentemente amplificati, e a un certo punto tutti gli strumenti melodici e armonici sono filtrati dal pedale wah-wah. Dal vivo la working band suonava ormai miagolante, quasi una protesi elettrica e futuribile di Bubber Miley o di Tricky Sam Nanton: una sinistra orchestra di giocattoli, un incubo a cartoni animati. Quando non riusciva a toccare il sublime, Davis si sfogava nel sofisticato esercizio della parodia e del grottesco. Era come se, non riuscendo più a sorridere, provasse a farsi il solletico con un elettroshock.

Più tardi crederà di vedere incarnato il suo prediletto fantasma in Pete Cosey, la cui irruenza chitarristica si esprime in un suono fangoso, melodicamente indecifrabile, davvero ridotto solo a presenza. Ronzio elettrico. Per rafforzarlo, nel '74, lo sosteneva con un secondo e anche un terzo chitarrista (Reggie Lucas, Dominique Gaumont). Tre musicisti per rappresentare un'approssimazione, il grado zero (presenza, fraseggio) del chitarrismo hendrixiano.

Ma era proprio questo grado zero che Davis andava cercando. L'idea chitarristica dell'elettricità corrispondeva molto da vicino, nella sua modernità, ai valori più ancestrali. E' a partire da Hendrix e dal Davis elettrico che l'arcaico, nella musica nera, diventa una categoria del moderno. Il suono elettrico, il suono ricco, è quanto di più vicino all'idea africana di un suono "più grande", contornato di ronzìi, fruscìi, sibili e crepitìi. Un suono dalle risonanze psichiche. Dalle platee del rock su cui portò questo suono neo-africano, Miles provò a influenzare la psiche del pubblico scuotendone i corpi, facendo risuonare gli strumenti dentro le cavità fisiologiche di ogni singolo ascoltatore, invadendole col fuoco di un suono slabbrato dalla sua stessa esplosività. Fu questa, in definitiva, l'anima rock del Miles Davis elettrico. Altro che ritmi binari, o tradimento dello swing. Lo sciamano elettrico era lì per sconvolgerci con la sua potenza.


(1) Cfr. il mio Miles Davis. Lo sciamano elettrico (1969-1980), Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Roma-Viterbo 1995.

 

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© Gianfranco Salvatore 2001

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