Gianfranco Salvatore
Mogol-Battisti, l'alchimia del verso cantato.
Arte e linguaggio della canzone moderna

(Castelvecchi, Roma, 1997; seconda edizione riveduta 1998)




"L’autore, musicologo e docente universitario, affronta uno dei momenti più memorabili nella storia della canzone moderna con un’analisi seria e documentata che cerca di spiegare la ricetta misteriosa (l’alchimia, insomma) che portò a tali straordinari risultati".
FAMIGLIA CRISTIANA

"Storia, stile, metodo di lavoro e risultati artistici dell’intera produzione Mogol-Battisti: un modo per rileggere la storia della canzone italiana degli anni ’60 e ’70, i suoi processi di rinnovamento, sia nelle strutture musicali che nei temi e negli stili poetici".
Geraldina Colotti — IL MANIFESTO

  "Il ponderoso volume di Gianfranco Salvatore ribalta completamente la tradizionale lettura della saggistica ufficiale sul fenomeno canzone, affrontando il grande repertorio (ma non solo) firmato Mogol/Battisti con quell’approccio musicologico che normalmente viene utilizzato per lo studio della musica colta. Il lavoro di Salvatore va ben al di là del sacro mondo battistiano per fornire una base teorica e di indagine per quanti sostengono — giustamente — la pari dignità artistica della canzone e il generale della pop music nei confronti della musica colta e del jazz".
Felice Liperi — L’UNITA'

"Mancava una vera e propria sistemazione della canzone italiana, con tanto di storia, profilo culturale, analisi delle forme. Ci ha pensato Gianfranco Salvatore in un libro di meticolosa scientificità. L’analisi, benché rigorosa, è comunque gustosa e godibile, svela molti retroscena che sottintendono al significato di alcune canzoni, e ci conduce per mano su ogni nota, su ogni frammento del lavoro più che decennale di Battisti/Mogol, preso come spunto ad una visione generale del fenomeno canzone, per una volta trattato con la serietà che merita".
Gino Castaldo — MUSICA!

"Una vera, solida, documentatissima storia della canzone italiana alla svolta fatale degli anni Sessanta, quando una rivoluzione travolse quel mondo che sembrava votato all’eterna ripetizione della stessa melodia. Bravissimo appare Mogol nel superare le secche delle rime obbligate, il quadrilatero maledetto di cuore, amore, fiore, dolore. E bravissimo è Salvatore quando spiega cos’è il testo di una canzone. In questa sua storia della canzone italiana moderna (esaminata, senza noia e con molta chiarezza, anche nei suoii aspetti più direttamente tecnici), Salvatore fa passare anche altre storie: di costume sessuale, di costume giovanile. Ma soprattutto, grazie alla canzone e grazie a Mogol, qui si traccia una storia dell’amore in Italia…".
Antonio D’Orrico — SETTE

 

 


INTRODUZIONE

Problema. Quant'è grande una canzone?

Moltiplichiamo base per altezza. Proviamo a chiamare "altezza" quello che sta sullo spartito: la melodia e gli accordi; il tempo e il ritmo; la struttura per strofe e ritornelli. Chiamiamo base quella che anche nel gergo dei musicisti si chiama "base": la realizzazione dell'accompagnamento, che è fatta di strumentazione, arrangiamento, colori. Il risultato è ciò che ascolteremmo in una versione strumentale della canzone: vale a dire soltanto i suoi elementi musicali, assieme al modo in cui essi vengono realizzati in una esecuzione.

Ma una grande canzone è innanzitutto una canzone, e si canta: musica e parole. Si va oltre la superficie piana dello spartito o del disco, per entrare in un territorio dove abitano anche il racconto e la poesia. Però il testo di una canzone non si può ridurre né a canzone né a poesia; anzi, come si dice tecnicamente con un'immagine assai efficace, questo testo rimarrebbe "celibe" se letto in assenza della musica. Una canzone è fino in fondo una canzone quando il suo risultato è superiore alla somma delle parti. E, quando è cantato, il testo genera assieme alla musica una terza dimensione, si unisce alla melodia per creare profondità, sposa due linguaggi e li lancia, accoppiati, sui percorsi della vita vissuta, fatta di pensieri e parole ed emozioni...

In questa sua triplice dimensione, una canzone ben fatta è una specie di parallelepipedo, una scatola magica, solida e funzionale, nella quale entrano ordinatamente tutti questi fattori e tutti questi valori.

Ma una canzone può essere ancora più grande di così, se la voce che la canta dà più di una semplice "lettura" della composizione. La voce è tutt'uno col corpo, e confina con l'anima. Il cantante che presta la voce a una canzone non ci offre solo la sua attitudine a cantare: ci offre se stesso, calato nel "qui e ora" del testo e della melodia. La "scatola" a tre dimensioni si arricchisce così di angoli e superfici, sfaccettature e spigoli vivi, come un prisma capace di riflettere luce: la luce interiore della voce che la riempie di sé, la abita, va a viverci dentro. E' pur vero - ce lo insegna la musicologia - che la canzone è un oggetto piccolo, una forma breve e conchiusa. Ma questa cosa minuscola e vibrante può essere preziosa e luminosa come un diamante.

E' una specie di prodigio, che fa dell'arte della canzone - l'arte delle grandi canzoni - qualcosa che va oltre le limitate dimensioni di una miniatura, che è piccola e pregiata ma che non sarà mai un affresco. La canzone vive del rapporto tra il compositore della musica e l'autore del testo, ma il suo nobile artigianato la pone al centro di uno scambio di collaborazioni ancora più vasto, dove contano anche altri ruoli. Come nel melodramma, anche nella canzone la funzione del cantante è importantissima, perché il cantante è un interprete. E' lui che realizza quello che altrimenti rimarrebbe al livello di pura intenzione, chiuso in due dimensioni: sulla carta, nell'unione di una melodia e di un testo poetico; oppure in una versione strumentale, la melodia col suo accompagnamento orchestrale, "base" per "altezza". Ma, nel suo piccolo, la canzone ha un privilegio rispetto all'Opera: può essere cantata, "interpretata", dal suo stesso autore. Restituendo così quella rara emozione che si ricava dalla lettura di una poesia offerta, a un pubblico privilegiato, dal poeta medesimo, o dall'esecuzione di una sinfonia diretta dal compositore in persona. Emozioni di questo genere hanno contribuito al successo dei cantautori.

Ma c'è di più. Da ogni canzone riprodotta su disco - tra le diverse interpretazioni che, nel tempo, tutte le grandi canzoni ricevono - esiste sempre una prima versione. Che è spesso una versione più "autentica" delle altre, per il fatto di aver ricevuto l'imprimatur da chi l'ha creata, se la sua realizzazione (strumentazione, arrangiamento, esecuzione) è stata curata direttamente dall'autore o dagli autori. Ciò vale anche se la messa in opera è stata delegata, in tutto o in parte, a collaboratori che siano considerati "realizzatori" ideali delle intenzioni originali. I vari ruoli coinvolti nella realizzazione di una canzone - il compositore, il paroliere, il cantante e l'arrangiatore - convergono infatti verso uno sforzo comune: quello di interpretare, ciascuno, il lavoro dell'altro. Se la cooperazione tra musica e parole definisce mutuamente il "senso" di una canzone, e se il cantante interviene ulteriormente a definire questo senso, anche l'arrangiatore - che controlla i colori sonori e l'ambiente armonico-ritmico della realizzazione - contribuisce infatti a trasmetterci, configurando le architetture formali e dosando gli effetti emotivi, quello che la canzone "ci dice".

Viceversa, il cantante o il musicista che ne realizzi una cover (cioè una versione successiva e alternativa a quella originale) può "far propria" una canzone forzando o alterandone i tratti con l'intento di personalizzarla. Anche questa è una pratica musicale legittima, interessante e a volte feconda, ma rientra in una diversa economia creativa, dove le intenzioni artistiche d'origine vengono riadattate e riformulate a intenzioni e sensibilità diverse. Una grande canzone, se è davvero grande, può rivelare, in versioni non "autentiche", potenzialità inaspettate. Ma solo la versione autentica, meglio se interpretata dal suo autore e da lui controllata nella realizzazione, garantisce quell'effetto-diamante, di archetipo esemplare, originale, irriproducibile. Se ritrovata, fra qualche secolo, da archeologi e filologi della creatività umana, quella versione sarebbe considerata un Urtext, la Grande Versione Originale che precede ed illumina tutte le versioni successive.

A questi archetipi di Mogol-Battisti, e all'analisi della particolare alchimia fra tutte le loro componenti, è dedicato questo libro. Ma sarebbe sbagliato isolare l'analisi di tali canzoni dalla ricostruzione storica delle figure e dei ruoli svolte dai loro artefici. Le canzoni di Lucio Battisti e Giulio Rapetti, in arte Mogol, sono il frutto di una collaborazione durata quattordici anni, dal 1966 al 1979, nella quale - grazie al concorso di una serie di situazioni e condizioni specialissime - si sono create molte gemme. Una di queste situazioni si è realizzata nel privilegio di sfuggire a qualunque condizionamento di tipo industriale. Mogol era già un autore di successo, il talento di Battisti fu riconosciuto velocemente da produttori e discografici, e la loro collaborazione, una volta affidata allo stesso Battisti come interprete vocale, conquistò rapidissimamente il pubblico italiano. Dunque, praticamente fin dall'inizio, i due autori ebbero carta bianca e non subirono pressioni capaci di distrarli dal loro comune percorso. Per giunta, la loro creatività individuale aspettava da tempo l'occasione per "rischiare" di più sia sul piano della forma che dei contenuti. Il risultato era destinato a cambiare per sempre il volto della canzone italiana.

In particolare, Mogol - che negli anni precedenti aveva scritto anche testi alquanto "vecchio stile" - trovò nelle canzoni battistiane la materia giusta, capace di esaltare al massimo una sua dote innata ma in parte ancora latente: quella di coniare versi che illuminassero, col loro significato letterale e poetico, il senso implicito delle melodie.

Trovare questo significato nascosto nella musica (un'arte capace di esprimersi anche senza parole), e renderlo esplicito ed efficace, un tempo era il dono degli sciamani e dei musicoterapeuti; oggi, forse più modestamente, è territorio di esercitazioni per semiologi. Tra gli uni e gli altri, però, c'è l'esperienza storica e plurisecolare di quanti - dagli anonimi autori di canti popolari, a trovatori e trovieri, madrigalisti e liederisti, operisti e librettisti, autori e parolieri di Tin Pan Alley, e infine cantautori - hanno progressivamente messo a punto una concordia di musica e parole, di melodie e versi, dove i due linguaggi potessero illuminarsi l'uno con l'altro. Su milioni o miliardi di esemplari di questa multiforme materia suonata-e-cantata, in molti casi si sono prodotti simili miracoli di interazione linguistica, fra cui spiccano i frutti di Monteverdi alle prese con Tasso o Marino e Gesualdo con Tasso o Guarini, di Mozart con Da Ponte e di Verdi alla ricerca di una "parola scenica" coi suoi vari librettisti, del "tono" di Goethe con Schubert e Heine con Schumann, della reciproca empatia dei fratelli Gershwin o della solitudine creativa di Cole Porter, e poi della scuola più propriamente cantautorale di Brassens e di Dylan, per dirne solo un paio. Tutta la loro opera è importante, ma nel repertorio di ciascuno brillano alcuni "diamanti" la cui cristallina preziosità nasce nel modo in cui una musica e un testo vibrano solidali, si "interpretano" a vicenda, fino a fondersi totalmente nell'universo dell'ascolto, nella memoria storica, e nell'autobiografismo delle nostre emozioni private.

Ecco fino a che punto può essere "grande" una canzone. Ma, allora, quant'è grande una canzone di Mogol-Battisti? Spesso è molto grande, in certi casi - specie se interpretata dallo stesso Battisti - enorme, e qualcuna (credo) infinita. A presupposto di tali dimensioni c'è il processo creativo che sta dietro la loro realizzazione, e i cui risultati ci proponiamo di analizzare in questo libro. Battisti compone una melodia, la fa ascoltare a Mogol, che su quella melodia scrive un testo. E' un primo livello di "interpretazione": Mogol interpreta col suo linguaggio, che è il linguaggio poetico della parola, il linguaggio di Battisti, che è quello della musica, anzi, più specificamente, della forma-canzone. Chi realizzerà la registrazione della canzone (arrangiatore, produttore), sovrapporrà inevitabilmente altri livelli di "interpretazione" di quella canzone: tutti i 45 giri e gli album pubblicati dalla coppia da Balla Linda fino a "Il contrabbasso, la batteria, eccetera" sono stati realizzati (o prodotti) da Battisti-Mogol in tandem, ed eccezionalmente dall'uno o dall'altro. Dunque un controllo totale sul rapporto musica/testo, sulla resa vocale dell'amalgama, e su ogni altro livello di interpretazione artistica. In particolare, il lavoro maniacale di Battisti sulla scelta della strumentazione e perfino dei singoli musicisti, sugli intermezzi strumentali o sui controcanti e i cori, su dettagli di ogni genere, anche minimi, contribuisce a creare, nei casi più riusciti, il piccolo grande miracolo di cui si diceva. In quei casi, pur essendo scaturita da una collaborazione, la canzone sembra frutto di un unico autore, di una sola testa, perché i due apporti (la musica e il testo), già empatici e concordi, sono sanciti da una realizzazione discografica univoca, che porta l'imprimatur dei suoi artefici.

Tanta felicità di ispirazione e di interazione è frutto di talento, ma certo non di fortuna gratuita. Le Muse, in fondo, non regalano nulla senza chiedere impegno, audacia, dedizione: e Battisti e Mogol ci misero, oltre al lavoro in sé e per sé, un'enorme attitudine al rischio, e a vere e proprie sperimentazioni.

Tra il '66/67 e il '70/71, nel forgiare il proprio stile di autore, Battisti si muoveva su più fronti - sull'ieri, sull'oggi e sul domani - con forti capacità innovative. Mentre rielaborava i suoi gusti musicali tentandone una "via italiana", dai risultati assai personali, sperimentava nello stesso tempo varie tecniche compositive sulla forma-canzone, spesso facendole interagire fra di loro. Tanta disinvoltura, che rinnovava profondamente la scrittura della canzone italiana riuscendo al tempo stesso a non risultare né ostica né traumatica, era destinata a fare di lui un autore - ed interprete - di immediata riconoscibilità, e di forte influenza. Dopo di lui, altri autori e cantautori italiani si sentirono incoraggiati, musicalmente, ad osare di più.

Contemporaneamente, Mogol metteva a punto la sua capacità di interpretare le melodie battistiane cercandovi un'adesione con le sonorità della lingua e della metrica italiana, attraverso un lavoro assai attento a tradurre porzioni di "senso" musicale in soluzioni linguistiche che fossero affini, solidali e amalgamate con i tratti musicali. Ne scaturirono drammaturgie sempre più raffinate, dove il gioco che Battisti coltiva con le melodie e le strutture strofiche, per sagomarle in percorsi vivacemente espressivi, si rispecchia nel gioco di Mogol a costruire sempre nuove ambientazioni e sfumature alle situazioni amorose, ai ritratti di donne, ai sentimenti maschili.

Per capire fino in fondo la qualità innovativa di questi processi creativi bisognerà anche descrivere il contesto storico-artistico in cui ebbero luogo, che è quello di un generale sforzo di rinnovamento di cui la canzone italiana fu oggetto tra gli anni Sessanta e Settanta. Ma soprattutto è importante notare come Mogol e Battisti, pur partecipando attivamente a questo processo, lo facessero da una certa distanza, mantenendosi controcorrente non solo rispetto ai dettami e alle pigrizie della tradizione, ma anche agli orientamenti di altri innovatori. I due autori crearono uno stile personalissimo, e proposero un linguaggio nuovo, semplicemente col rispecchiarsi l'un l'altro, col mettere a confronto la propria creatività sul corpo stesso delle proprie canzoni. A poco a poco questo sapiente gioco di specchi prese forma in una nutrita serie di capolavori, che finiscono per indagare sui rapporti tra senso e sentimento, su un "sentire" capace di spalancare orizzonti al significato stesso della canzone.

Una creazione di Mogol-Battisti diventava rapidamente, prima nelle attese del loro pubblico e poi per la storia stessa della canzone italiana, un microcosmo esplorabile nell'emozione del momento ma anche nel suo sedimentarsi nella memoria dell'ascolto; nel consumo "affettivo" e privato dell'ascoltatore, ma anche nella lezione che la canzone italiana ne avrebbe tratto. Alcune di queste canzoni, alla prova degli anni, sembrano addirittura fornire una chiave di lettura di certe psicologie nazionali, e in particolare del rapporto tra l'"io" e gli "altri", su quel teatro dell'"amore cantato" dove forme e figure, identità e alterità intrecciano le sceneggiature della vita e dei sentimenti quotidiani, e dove l'alchimia di musica e parole si propone come un linguaggio straordinariamente penetrante, capace di insinuarsi nella coscienza e nella memoria di varie generazioni di italiani.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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