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Musica e tecnologia: industria e cultura per lo sviluppo del mezzogiorno

Atti del VI colloquio di informatica musicale, Unicopli, Milano, 1987 (contiene il saggio Videoclips. Per un metalinguaggio audiovisuale) .




 


 

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VIDEOCLIPS
(PER UN METALINGUAGGIO AUDIOVISUALE)

Il sottotitolo di questa relazione, che è dedicata ad un ripensamento linguistico e tecnico del videoclip, è: "per un metalinguaggio audiovisuale". È bene, a titolo di premessa, innanzitutto distinguere tale definizione da quella, più comune, di "linguaggio audiovisivo". Un comune videoclip è un esempio di linguaggio audiovisivo, cioè di un linguaggio che possiede un suo specifico che partecipa sia del sonoro che del visivo (inteso sotto le specie del televisivo, o in senso lato del cinematografico). Quando parliamo di "metalinguaggio" introduciamo un termine semiotico con il quale si designa un linguaggio il cui piano del contenuto è a sua volta un linguaggio: nell'esempio che ci riguarda, un videoclip è un testo metalinguistico se il linguaggio cine-televisivo che adopera si serve di segni visivi per articolare un discorso musicale.

Una conoscenza anche superficiale delle normali produzioni di videoclip rivela che questa condizione metalinguistica non è quasi mai presente: il supporto visivo che illustra una canzone esprime generalmente i contenuti "cantati" del testo e/o gli esecutori in azione, prescindendo (se non in certi tratti che vedremo più avanti) dalle strutture musicali vere e proprie.

È facile compiere un piccolo esperimento domestico escludendo l'audio del televisore durante la trasmissione di un qualsiasi videoclip: a meno di conoscere già la canzone, sarà impossibile ricostruirne la struttura, l'andamento melodico e spesso anche il ritmo e le metriche. Dal punto di vista del linguaggio, il supporto visivo ad un videoclip, preso in se stesso, mantiene della canzone solo alcune rappresentazioni didascaliche (corrispondenti alla sceneggiatura del testo cantato), e a volte alcune marche sintattiche articolate attraversoil montaggio.

Questo piccolo esperimento corrisponde all'enunciazione di un paradosso: è possibile produrre un videoclip muto? Per definizione il videoclip è un prodotto audiovisivo, cioè costituito anche da una parte sonora, che nella fattispecie coincide con un brano musicale. Ma il paradosso sussiste (e possiamo affermarlo escludendo il punto interrogativo) se in assenza del linguaggio musicale il linguaggio cine-televisivo del videoclip si comporta come un metalinguaggio, assumendo al suo piano espressivo anche la musica e alludendo sistematicamente ad una struttura musicale.

Scopo di questa relazione è mostrare come si possono utilizzare gli strumenti della semiotica per individuare (o attribuire convenzionalmente) corrispondenze lessicali e morfo-sintattiche tra il linguaggio cine-televisivo e quello musicale, tali da poter enunciare una teoria metalinguistica del videoclip, ed ipotizzare anche tecnicamente la realizzazione di un videoclip metalinguistico. Un videoclip dove la parte visiva sia così compenetrata dalla struttura musicale di un brano da poter eliminare l'audio senza perdere le caratteristiche strutturali della musica. Un videoclip, insomma, dove la parte visiva in qualche modo "suoni"; che, al limite, anche se "muto" sia ancora identificabile come un videoclip, e conforme alla sua definizione. Il presente scritto (che costituisce solo una specie di sommario di una ricerca vera e propria, e che per brevità rinuncia ad un'enunciazione semiologica molto rigorosa) trova spazio nel contesto di questo convegno perché si presuppone che le tecnologie informatiche, appoggiandosi ad un modello semiotico, possano facilitare le operazioni tassonomiche necessarie ad enunciare segni e grammatiche del metalinguaggio audiovisuale nel corso della ricerca teorica, per elaborare una sceneggiatura "metalinguistica" e guidare riprese, montaggio ed elaborazione di un'eventuale produzione del modello di videoclip ipotizzato.

In termini semiotici, bisogna innanzitutto stabilire (1) se esistono le condizioni per un isomorfismo tra il linguaggio visivo (e in particolare cine-televisivo) e quello musicale; (2) quali soluzioni tecniche possono essere impiegate, e come, per la traduzione in termini performativi di un'eventuale sceneggiatura per un videoclip metalinguistico.

Per stabilire le condizioni dell'isomorfismo possiamo rifarci a tre considerazioni.

1. Linearità. Se la musica è un'arte del tempo, si può dire altrettanto per il cinema: il loro andamento è lineare, per così dire "orizzontale", anche se per la musica si parla anche di strutture "verticali" a proposito dell'armonia. Gli eventi si muovono comunque lungo un asse temporale diacronico, anche nel caso dell'armonia musicale o della multivisione cinematografica. Da questo punto di vista, dunque, l'isomorfismo si pone facilmente, specialmente se rinunciamo ad una complessa operazione di simbolizzazione o di connotazione visiva intesa ad alludere a strutture armoniche, considerando l'andamento lineare degli sviluppi melodici e ritmici per interpretarli in termini visivi.

2. Metafore visivo-spaziali. Nella terminologia musicale, non solo quella più tecnica ma anche la più ordinaria e intuitiva, la differenziazione di un gran numero di parametri è espressa con metafore già desunte da una logica visiva e, più in generale, spaziale. I suoni si distinguono in "alti" e "bassi", le melodie in intervalli "ascendenti" e "discendenti", le intonazioni "calanti" o "crescenti", si parla di tempi "stretti" e "tagliati", di pronuncia "staccata", ecc.

3. Timbri e colori. Convenzionalmente, i timbri degli strumenti musicali si definiscono "colori" per l'affinità tra frequenze ottiche e visive, e per la possibilità di ottenere gradazioni di una tonalità-base sia nel colore "visivo" che in quello "sonoro". L'isomorfismo sussiste anche nella possibilità di articolare i colori e le loro gradazioni in rapporti, contrasti, variazioni, accumulazioni sia sonore che visive. Anche qui abbondano le affinità terminologiche e le metafore visive usate per descrivere i suoni, che si dicono "brillanti", "cupi", "opachi", ecc.

Se accettiamo le considerazioni fin qui svolte come condizioni preliminari per un isomorfismo dei due linguaggi, si può procedere da qui ad una specie di tassonomia comparata di lessici e strutture morfosintattiche. Sulla base di questa tassonomia si potrà stabilire una sorta di metodo che, in termini cinematografici o televisivi, esprima anche le soluzioni tecniche in cui tradurre il metalinguaggio. Posto che tali soluzioni vadano formulate in termini di azione scenica, fotografia, ripresa vera e propria, montaggio ed effetti di post-produzione al mixer-video, possiamo già anticiparne alcune conseguenze.

La prima, e la più evidente, riguarda il montaggio, l'unico settore che già agisce metalinguisticamente in qualche passaggio dei normali videoclip, se non altro per aver assunto una serie di convenzioni dal linguaggio del film (e da quello dello spot pubblicitario). Senza tirarla troppo per le lunghe, diciamo che possiamo riprodurre in montaggio alcune caratteristiche che riguardano il ritmo di una struttura musicale (tant'è vero che si parla di "ritmo" di un film). In particolare, possiamo creare in montaggio: effetti metrici che riproducano le durate musicali in termini di cellule ritmiche; effetti periodici, che articolino le scansioni metriche; effetti accentuativi, che alludano alle pulsazioni forti; effetti strofici, che alludano alle varie sezioni del brano musicale; e, infine, varie figure ritmiche particolari attraverso montaggi di segmenti brevi in sequenze velocissime, o anche con la tecnica cosidetta dello "scratch" video.

Tutta da formalizzare è invece ogni rappresentazione visiva degli sviluppi melodici. Rifacendoci alle metafore spaziali che si adoperano in musica per definire gli intervalli melodici, alle nozioni di "curve" e "archi" melodici, ai movimenti ascendenti e discendenti della melodia, è possibile utilizzare in tal senso le tecniche di ripresa per simulare intervalli, curve, archi e cadenze melodiche. A tale scopo saranno impiegabili le risorse dei movimenti di macchina, dell'angolazione (che anche tecnicamente si definisce "dall'alto", "dal basso", "obliqua", "a piombo", "rovesciata", ecc.), dello zoom, delle carrellate (avanti, indietro, laterali, verticali, aeree, combinate, e articolabili in velocità con il camera-car) e del dolly.

Tutto quanto riguarda l'inquadratura, anche se fissa, rientra in questo discorso di simulazione melodica. Bisogna infatti considerare anche l'azione scenica per quanto concerne i movimenti dei soggetti ripresi all'interno dell'inquadratura, che possono interpretare segmenti di un movimento melodico.

Pertinente all'inquadratura è anche la fotografia; con la sua scelta dell'inquadratura, dell'angolazione, dei campi e dei piani. In particolare, gli effetti di illuminazione possono venire impiegati nella simulazione delle sfumature timbriche della musica, secondo il discorso dell'omologia tra colore visivo e colore musicale svolto in precedenza.

Infine, gli effetti di manipolazione dell'immagine già girata, realizzabili al mixer-video, possono offrire ulteriori risorse: timbriche (con la gradazione del colore che si può ottenere in fase di post-produzione), ritmiche (attraverso le cosiddette "tendine", o con la divisione dello schermo in più immagini: effetti che consentirebbero anche un ipotetico lavoro di contrappunto), strofiche (manovrando le dissolvenze nel passare da una sezione all'altra del brano musicale), e probabilmente molte altre ancora: è proprio questa la fase tecnica che concede più ampi margini di sperimentazione.

Posto dunque l'isomorfismo del linguaggio cine-televisivo e di quello musicale in termini lessicali, morfo-sintattici e performativi (cioè, in ultima analisi, tecnici), si può lavorare su questi elementi per definire il "testo" di un videoclip metalinguistico come "metatesto", dove cioè l'isomorfismo sia leggibile non solo in chiave linguistica e tecnica, ma investa pienamente l'omologia tra le strutture, e dia la possibilità di formulare un'estetica comune ai due linguaggi. Solo due cenni al riguardo.

Il primo riguarda gli interni equilibri della testualità, il gioco di rimandi che avviene all'interno di un testo estetico manifestandosi attraverso le caratteristiche della sua struttura. Partecipano a questo fenomeno anche i semplici nessi sintattici, ma è più interessante ricordare il rapporto tema/variazione (dove l'enunciazione di un soggetto e il suo sviluppo siano paralleli ed omologhi in entrambi i linguaggi), e la funzione del refrain (con una precisa corrispondenza delle sezioni visive e musicali che ricorrono, ritornano, si chiudono in cadenze sincronizzate e si riaprono secondo una logica comune).

Il secondo accenno (doveroso, ma che purtroppo può stare in questa sede solo in forma di accenno) è il rapporto denotazione/connotazione, che essendo pertinente alla semantica è sempre l'anello più delicato di una formulazione semiotica. Va almeno detto che anche ciò che gli strutturalisti definivano un écart, uno "scarto" tra la rappresentazione "denotativa" del referente e la sua "interpretazione" connotata, è materia del nostro lavoro di isomorfismo. Ne discende una interessante ricerca di omologie tra metafore e metonimie nel linguaggio visivo e in quello musicale, e più in generale una pratica dell'allusività che è un momento cardine dell'estetica dei linguaggi non verbali.

Ma qui ci fermiamo.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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