AA. VV.
Musica, rito e aspetti terapeutici nella cultura mediterranea

Erga, Genova, 1997 (contiene il saggio Presenza di Dioniso nello scenario mitico-rituale del tarantismo).

 

 

 

 

“Musiche che accompagnano il volteggiare dei dervisci rotanti di Turchia, gli gnawa di Marrakesh, le trance rituali di Baghdad e di Shkoder, Albania, i riti dei sufi egiziani, i movimenti frenetici dei tarantolati salentini, la vita quotidiana degli ‘zen di città’. Un volume con saggi di autori come Georges Lapassade, Gianfranco Salvatore, Paolo Aldo Rossi… Una serie di interventi che illustrano le origini, l’evoluzione e lo stato della musicoterapia e dell’etnomusicologia nell’area mediterranea”.
Giuseppe Videtti – MUSICA!


“Un percorso tra le culture e le musiche del Mediterraneo, i riti e gli aspetti terapeutici nei contesti tribali, nei meeting musicoterapici occidentali e nei rave-parties metropolitani. Il libro è una ricca successione di interventi di esperti nazionali nell’ambito musicoterapico e di ricerca etnomusicologica”.
IL LAVORO

 

 

 

PRESENZA DI DIONISO NELLO SCENARIO MITICO-RITUALE DEL TARANTISMO

Il testo fondamentale sul tarantismo apulo è La terra del rimorso del grande Ernesto De Martino, un classico dell'etnografia (e, per i contributi di Diego Carpitella, dell'etnomusicologia) italiana. In quest'opera, la presenza di Dioniso nello scenario mitico-rituale del tarantismo veniva espressa in maniera fortemente dubitativa. Sulle stesse posizioni, pur da sponde teoriche e metodologiche alquanto diverse, è Georges Lapassade, il quale riprende l'ipotesi demartiniana che il tarantismo sia collegabile invece, nella mitologia greca, al coribantismo.

In questa sede non svilupperò un aspetto della questione che ritengo fondante, e cioè la necessità di ricostruire il quadro di un dionisismo che va al di là del culto del Dioniso greco, e la cui area di influenza si estende quanto meno al Mediterraneo orientale, coinvolgendo lo stesso coribantismo. Ma, avendo più volte dibattuto il problema estemporaneamente con l'amico Lapassade in convegni e occasioni private, vorrei cogliere quest'occasione per esporre estesamente la mia posizione.

A mo' di premessa e di aggancio, per discutere i presupposti della posizione demartiniana, farò riferimento a un'intervista a Lapassade pubblicata nel 1994 dalla casa editrice leccese "Madona Oriente" col titolo di Intervista sul tarantismo. In un saggio di Eugenio Imbriani contenuto nel volume si legge una critica, rispettosa ma puntuale, a De Martino, il quale – afferma Imbriani – "non poteva, e non voleva, nella lettura dei fenomeni, uscire dall'alveo teorico e metodologico dello storicismo crociano" in quanto "aveva conosciuto il sapore dell'isolamento culturale quando, un po' ingenuamente, aveva messo in discussione l'eternità delle categorie crociane dello spirito nel volume Il mondo magico, e da allora troveremo nei suoi scritti una profusione persino eccessiva di dichiarazione di fedeltà alla filosofia crociana. La terra del rimorso – conclude Imbriani – non è solo, quindi un libro sul tarantismo ma anche un nuovo atto di fedeltà teorica" a Croce.

Pur esemplare per il rigore etnologico della ricerca sul campo, per l'attenzione agli aspetti sociologici del problema, per l'approccio interdisciplinare della ricerca condotta in équipe e per una sensibilità alla sfera simbolica che raramente trovava eco tra gli studiosi della sua estrazione culturale e della sua generazione, l'opera di De Martino sul tarantismo pugliese – che rimane, nel suo complesso, insostituibile – peccava dunque di un eccesso di storicismo. Nella realtà del fenomeno, quale egli l'osservò nell'estate del 1959, lo studioso si preoccupava giustamente di misurarsi con il "processo di disgregazione subìto dal tarantismo", ne individuava la causa prima nel "sincretismo cattolico", e finiva per attribuire la causa specifica dell'involuzione alla "influenza del culto di san Paolo", che a suo avviso, "dalla fine del '700 in poi aveva profondamente sconvolto la funzionalità di tale simbolo (la taranta) con l'intrusione di un elemento culturalmente non omogeneo". Nel suo pur articolato puzzle, la figura di san Paolo non riusciva a quadrare in nessun modo: al punto da fargli sottovalutare il fatto che, ad esempio, nelle culture della trance afro-haitiane e afro-brasiliane gli attributi pagani dei divini loa e orixas erano tranquillamente confluiti nella devozione ai santi cattolici, senza che i relativi sincretismi avessero un effetto disgregante sul fondamento mitico-rituale della possessione. Lo scontro si ebbe, semmai, tra la radice pagana della fenomenologia del tarantismo e l'autorità della Chiesa, che poté tollerarlo solo entro i limiti di un fenomeno stagionale, agganciato a una precisa scadenza liturgica ed espresso nei termini della devozione a un santo cattolico: e se gli eccessi di questa devozione scaricavano la frustrazione sociale di una classe diseredata in una specie di dolente carnevale privato, rimanevano comunque circoscritti e controllabili.

Ma la scelta di san Paolo come oggetto del sincretismo pagano-cattolico non fu una forzatura sul piano dei referenti simbolici: alla luce degli scritti paolini (e dei precedenti veterotestamentari), figure simboliche e metafore dell'invasamento quali il morso del serpente e il pungolo, la "folgorazione" dall'alto o il "morso dell'inferno", si adattavano bene all'orizzonte mitico-rituale del tarantismo. Anzi, tenuto presente il fatto – ovvio, ma non per questo trascurabile – che un sincretismo del genere si forma sì sotto la pressione ecclesiale sul fenomeno pagano, ma che la scelta del "patrono cattolico" avviene comunque in seno al cristianesimo popolare, si può tranquillamente affermare che nessun santo meglio di san Paolo poteva diventare oggetto del sincretismo. Ogni eventuale sfumatura "orfica" (con Macchioro) o "sciamanica" (con Eliade) dell'esperienza mistica paolina poteva avere un effetto catalizzatore, anche sul piano storico; ma non era certo indispensabile all'omogeneità simbolica tra l'orizzonte mitico-rituale del fenomeno e la figura devozionale, popolare del santo. Se De Martino lo considera come "un elemento culturalmente non omogeneo", in fin dei conti, è perché identifica la cultura con storia: anzi con un'idea di storia alquanto sganciata da quelli che sono i processi di adattamento di certe "costanti" dell'immaginario collettivo alle trasformazioni del tessuto socio-culturale. Anche la problematica relativa ai valori simbolici di una cultura ha, infatti, i suoi aspetti diacronici: e tra i segni della continuità di questi valori andrebbero scorti, nel loro divenire storico, gli sforzi di adattamento del pensiero simbolico alle trasformazioni dei regimi sociali, politici, religiosi; sforzi talora drammatici e destinati, alla lunga, all'estinzione di certe forme storiche entro le quali si esprimono le pulsioni primarie, come è avvenuto anche nel caso del tarantismo. De Martino, pur avendo piena consapevolezza degli effetti storici del problema, mostra talvolta di ignorarne la causalità psicologica e simbolica, le sue costanti e le sue ragioni specifiche. Tali mi sembrano anche i motivi per i quali De Martino, pur riconoscendo la possibilità di un'influenza diretta del dionisismo sulla formazione del fenomeno-tarantismo, non solo trascura molti elementi genuinamente "dionisiaci" che rientrano nello scenario mitico-rituale del fenomeno, ma addirittura non riconosce, di alcuni tratti rituali ed emotivi dell'esperienza dei tarantati da lui stesso rilevati per esperienza personale o per documentazione storica, una specificità dionisiaca tipologicamente verificabile.

Ma anche Georges Lapassade – che non è imputabile di eccessi storicistici, e le cui osservazioni sul tarantismo costituiscono utili elementi di discussione attorno al fenomeno, ad esempio quando cerca di conciliare la definizione di "esorcismo coreomusicale" data da De Martino alla terapia tradizionale del tarantismo con quella di "adorcismo" avanzata invece da Gilbert Rouget – rifiuta fortemente l'ipotesi di un legame fra tarantismo e dionisismo. La rifiuta adducendo, nell'intervista citata, tre ragioni: perché crede "che il dionisismo profondo, reale, originario non sia un culto di possessione" (si noti che questa sfumatura dubitativa non viene chiarita nell'intervista); e infine perché si dice d'accordo con De Martino che "il parente stretto del tarantismo, sempre proveniente dalla cultura greca, è il coribantismo, poiché in questo rito la gente si riteneva posseduta da un coribante, e il coribante, in quanto entità soprannaturale, aveva un colore specifico, rosso, giallo, il suo ritmo specifico, le sue invocazione specifiche".

Quest'ultima affermazione, che mi sembra la più forte delle tre, dipende in parte dalla prima (cioè che dionisismo non sia un culto di possessione come invece viene ritenuto il tarantismo: perciò, nell'ipotesi di una radice greca, Lapassade come De Martino preferisce rivolgersi al coribantismo), e in parte da alcune analogie tra il rituale coribantico e quello dell'"esorcismo coreomusicale" del tarantismo.

Non discuterò qui la questione se il dionisismo si possa o meno considerare un culto di possessione, ma farò notare come, usando lo stesso metodo che porta Lapassade verso il coribantismo (cioè riscontrando analogie tra l'apparato rituale del tarantismo e possibili ascendenti greco-mediterranei, ma con una serie di riferimenti più vasta e organica, e avvalendosi della nozione di "scenario mitico-rituale"), risulti difficile escludere la presenza di Dioniso e di elementi dionisiaci dalla sfera simbolica del tarantismo.

Nel raccogliere i simboli pertinenti al tarantismo risulta innanzitutto difficile collegarlo, attraverso il simbolo del ragno, al mito di Aracne, che leggiamo nelle Metamorfosi di Ovidio, perché ne sono assenti tanto il "morso" dell'animale simbolico quanto l'invasamento che ne costituisce l'essenziale conseguenza. Per tracciare lo scenario mitico-rituale del tarantismo abbiamo solo le descrizioni storiche di vari viaggiatori e cronisti dal XVI secolo in poi (e quella etnografica dell'équipe di De Martino) e un residuo di tradizione orale che sopravvive nei testi dei canti facenti parte del repertorio rituale dei musici-terapeuti al cospetto dei tarantati. Oltre a frequenti allusioni sessuali e a qualche stereotipo di sdrammatizzazione popolaresca, il particolare essenziale in questi testi sta nell'identificazione del ragno nella figura di san Paolo invocato come "Santu Paulu meu delle tarante"; quasi fosse un dio dei ragni, o un dio-ragno, che "pizzica" il devoto o la devota infondendo così la mistica trance, un po' come certe divinità africane, haitiane o brasiliane "cavalcano" il posseduto. In quella che De Martino chiama la "fase al suolo" del ciclo coreutico bipartito, l'identificazione della tarantata con il ragno è evidente, perfino più esplicita dell'identificazione con il cavallo nei soggetti in trance di religione afro-brasiliana.

Potremmo addirittura affermare che questa prima fase della danza dei tarantati esprime nel ragno una condizione particolarissima: il passaggio dalla posizione supina, che per l'insetto costituisce uno spasmodico handicap, a quella prona, come in seguito a una perdita di orientamento, a uno smarrimento dei sensi.

Se la figura di san Paolo è con tutta probabilità il risultato di un sincretismo che ha proiettato sul santo cristiano una più antica figura pagana di dio-invasatore, è difficile stabilire se l'epifania zoomorfica dell'originale divinità invasatrice sia stata dall'inizio il ragno, o se invece quelle che De Martino definisce le "reali crisi di aracnidismo in cui incorsero gli eserciti cristiani" al tempo delle Crociate abbiano proiettato sul ragno una diversa identità animale, sia pur con analogo carattere di morso velenoso. Certo è che la figura di san Paolo si inserisce perfettamente nel disegno mitico-rituale dell'invasamento, partecipando anzi sia della dinamica della trance che di quella estatica. Ci è noto infatti dagli Atti degli Apostoli che san Paolo fu folgorato sulla via di Damasco.

La fede cristiana aveva, in un certo senso, "preso possesso" di lui cadendo dall'alto in forma di luce. Si tratta di una tipica figura di possessione iniziatica, con la "discesa" dello spirito in un corpo umano e l'illuminazione che ne consegue, anche se ovviamente l'esegesi cristiana non userebbe una tale definizione. San Paolo ebbe in seguito anche altre visioni; finché nel 43 d.C., come riferisce nella Seconda Lettera ai Corinti, fu "rapito sino al terzo cielo", in quella che è invece un'evidente figura di rapimento estatico. Certo san Paolo non è l'unico mistico della tradizione cristiana ad accedere a questa elevazione: il tema, dal profeta Isaia agli gnostici, è ricorrente. Ma, tra i mistici, Paolo sembra l'unico ad aver conosciuto tanto l'esperienza dell'estasi (con tanto di iniziazione "auditiva") che quella della possessione (con la relativa "conquista della luce"); anzi, in lui le due esperienze coinvivono.

Ora, questo complesso quadro iniziatico accentrato intorno alla figura di san Paolo è arricchito da una metafora talmente vicina allo scenario simbolico del tarantismo, da darci serie ragioni di ritenere che la presenza del santo come nume titolare del fenomeno non sia casuale, né puramente calendariale. Dopo aver descritto il suo rapimento estatico, infatti, Paolo aggiunge: "e quanto all'eccellenza delle rivelazioni perché io non abbia a insuperbirmene, mi fu dato uno stimolo nella carne, un angelo di Satana…". Ora, nella Vulgata, la parola stimulus sta per "pungiglione", e può riferirsi tanto all'immagine di uno sprone per gli animali quanto al pungiglione di un insetto. Mettendo a confronto questo passo con uno analogo negli Atti degli Apostoli (9, 6), si deduce che, in ambedue i casi, lo stimulus corrisponde a una minaccia di morte: una morte, però, da cui si risorge, secondo la classica chiave iniziatica. In un passaggio escatologico della Prima Lettera ai Corinti, infatti, Paolo annuncia di voler rivelare "un mistero": si tratta della resurrezione dei morti dopo la fine del mondo, quando il corpo mortale si "rivestirà" di immortalità; "e quando questo (corpo) mortale rivesta l'immortalità, allora si avvererà la parola che è scritta: 'E' stata assorbita la morte nella vittoria. O morte, dov'è la tua vittoria? dov'è, o morte, il tuo pungiglione?'".

Questo stimulus che "morde" san Paolo trova negli scritti paolini anche un'immagine di carattere zoomorfico: e l'immagine è quella di un serpente. A Malta, nel suo viaggio dal Medio Oriente all'Italia, Paolo fu morso infatti da una vipera uscita fuori dai rami secchi che il santo aveva gettato su un fuoco per ravvivarlo, ma il suo morso velenoso non gli procurò alcun danno. Traendo spunto da questo episodio, il cristianesimo popolare ha fatto di san Paolo un protettore contro il veleno ofidico, e contro i serpenti in generale, anche intesi come entità diaboliche e pagane, come nell'episodio degli Atti degli Apostoli in cui il santo esorcizzava in Macedonia un'indovina invasata dal dio-serpente Pitone.

Ci sono già, fin qui, elementi sufficienti a formulare una piena ipotesi di lavoro, e cioè che dietro la "fase a terra" del ciclo coreutico del tarantismo si profili uno scenario mitico-rituale di cui si è persa la memoria, ma che descriveva la trance come l'invasamento di una divinità terimorfa manifestantesi nelle forme di un animale velenoso, come aracnide o più probabilmente come rettile; che questo nume pagano sia stato sostituito, nel contesto devozionale del cristianesimo popolare e di una tradizione locale, con la figura di san Paolo, anch'essa legata alla simbologia ofidica e iniziatica del "morso" (o del "pungiglione"); e che di quell'antica forma di trance il tarantismo costituisca l'eredità più tarda, quando l'insorgere di crisi di aracnidismo trasferì sulla sintomatologia del morso della tarantola la memoria di crisi coreutiche più antiche. D'altra parte, si vede qui una certa analogia con gli effetti tossici indotti dall'ingestione di droghe, che altre culture utilizzano per provocare la trance o l'attività oracolare, o dal morso di un animale velenoso, di cui pure si conoscono utilizzazioni "sacerdotali" per finalità rituali. Il tarantismo potrebbe dunque avere alle sue origini, o almeno in un suo stadio ancora arcaico, la pratica di una volontaria intossicazione rituale, ottenuta attraverso l'intervento (il "morso") di un animale simbolico, sacro a un dio invasatore.

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© Gianfranco Salvatore 2001

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