AA. VV. (a cura di G. Salvatore)
Techno-Trance.
Una rivoluzione musicale di fine millennio

Castelvecchi, Roma, 1998
(contiene l’Introduzione del curatore e il saggio Dea ex machina. La trance, i rave e il "bisogno di trascendenza").

 

“Techno-trance racconta di una cultura (quella dei rave e dei techno travellers) che dall’America, passando per la Love Parade di Berlino, è approdata in Italia e qui ha messo radici (Rimini e dintorni). La raccolta di saggi ha il merito di trascurare il classico approccio sociologico a favore di un approfondimento sulla materia musicale, cioè la techno, nelle sue varianti più diffuse. Da dove proviene questa musica, come funziona, come contribuirà a cambiare la figura del musicista, il concetto di composizione e le modalità di ascolto? E ancora: come influisce sulla nostra psiche, in che modo può indurre uno stato di trance, è possibile attribuirle proprietà terapeutiche? Tutti quesiti che trovano risposte esaurienti”.
Chiara Masini – IL MUCCHIO SELVAGGIO

 


INTRODUZIONE

Gli autori dei saggi raccolti in questo volume condividono - assieme a non pochi musicologi e antropologi, sociologi della religione e storici della danza, psicanalisti e musicoterapeuti, neo-mistici ed edonisti incalliti, "psiconauti" e frequentatori di rave parties, discoteche, centri sociali - due idee forti: che quella famiglia di nuove musiche comprese sotto la definizione-ombrello di 'techno' abbiano (definitivamente?) trasformato alcuni modi tradizionali di comporre, produrre, riprodurre, ascoltare e ballare suoni organizzati; e che tanto i creatori quanto gli utenti di tali musiche vi attribuiscano un notevole potere sul corpo e sulla psiche.

Si tratterebbe, insomma, di un fenomeno complesso che ha a che fare sia con la creatività artistica che con gli stati di coscienza; con il pensiero musicale, e con la fede in un potere trascendente della musica; con un hic et nunc dell'esperienza musicale, ma anche con un suo Altrove, situato nell'acronìa di un Eterno Ritorno.

Stiamo parlando di qualcosa che, viste le premesse, sembra innescare una duplice rivoluzione, nell'estetica e nell'etica musicale, e più in generale nel rapporto tra la musica e l'uomo. Un rapporto che da circa mille anni - cioè dalla nascita nell'Occidente europeo di una musica "laica", sganciata da necessità liturgiche o devozionali, e soprattutto dal dominio della chiesa cattolica su modi e forme, occasioni e strumenti del fare musica - non si presentava più accompagnato da tali problematiche, e di tale complessità.

Alcuni aspetti di questa rivoluzione rappresentano anche l'estrema conseguenza di un secolo di musica afroamericana, cioè del radicamento del blues e del jazz - e di tutti i generi che variamente ne discendono - nelle pratiche musicali extra-accademiche, neo-popolari, di massa. Se ne riscontrano gli effetti non soltanto nei modi di fare musica, sempre più alla portata di tutti, ma anche nella competenza comune, sempre più "afroamericanizzata": si pensi a come e quanto il blues feeling sia stato acquisito, negli ultimi due o tre decenni, perfino tra gli interpreti e il pubblico della canzone italiana. Di fatto, poi, un certo "colore" afroamericano viene sentito, dagli utenti di qualsiasi musica, come il segno di una maggiore vicinanza alle "origini" della comunicazione musicale: un "atto" primordiale condividibile secondo modelli psichici, rituali e sociali che valorizzano il momento della ricezione e della partecipazione. Di conseguenza, il comportamento musicale degli ascoltatori esprime una crescente funzionalizzazione dell'oggetto musicale: nella danza o nella meditazione, nel relax o nell'eros, attorno alla vita interiore o alla vita di relazione. Di pari passo, l'ascolto musicale tende a farsi sempre meno astratto: ora somatizzato, ora psichicizzato, spesso teso verso una percezione "integrale" ma mai esclusivamente "mentale".

Eppure ci si sbaglierebbe a ritenere che tutte queste radicalizzazioni finiscano per limitare, della musica, la prospettiva strettamente estetica. Pensiamo a come le competenze del "compositore" divengano via via più diffuse anche presso i "non musicisti", attraverso l'uso ormai quotidiano del computer domestico, e di programmi e software musicali una volta assai specialistici, ma oramai sempre più alla portata dell'utente comune. Se, una volta, la semplicità della forma strofica consentiva a chiunque, magari fischiettando, di inventare una canzone, il "computer di massa" ha reso estremamente vicini (e al limite interscambiabili) compositori ed utenti della house music e poi della "techno", musica che si esprime attraverso due fattori entrati a far parte della capacità di chiunque: accesso friendly alle tecnologie informatiche, e logica sequenziale. La disponibilità di queste tecnologie, spesso a basso costo, non solo ha trasformato in potenziali musicisti i dj (come è stato rilevato anche in altre occasioni), ma ha radicato intuizioni formali, capacità strutturanti, paesaggistica sonora presso lo stesso pubblico. Tutto ciò costituisce il presupposto di una creatività diffusa, virtualmente di massa, per giunta applicata a forme aperte e perfino complesse: il che certo non limita ma espande la prospettiva estetica, democratizzando la consapevolezza del processo artistico.

E come si fa a sostenere, aprioristicamente, che una semplificazione delle procedure compositive conduca inevitabilmente ad un impoverimento delle possibilità musicali? In questo do it yourself le risorse offerte sia dalla sintesi elettronica che dal campionamento digitale del suono hanno esaltato la sensibilità timbrica, mentre la facilità di costruzione ritmica derivante dalla possibilità di produrre sequenze percussive pilotate da una tastiera e articolate in tempo "non reale", step by step, ha enormemente contribuito all'invenzione poliritmica. La combinazione di questi due fattori, col mettere in primo piano timbri e ritmi, non fa altro che portare a compimento un processo che, dal tardo Debussy a John Cage, o da Stravinskij a Xenakis e a Nancarrow, ha lungamente impegnato le più belle intelligenze del Novecento musicale "cólto", dopo un Ottocento che aveva portato il suo mito dello sviluppo melodico e della densità armonica fino all'implosiva crisi del wagnerismo.

A questo riguardo, dunque, certe innovazioni della techno potrebbero essere tranquillamente considerate nel senso della continuità storica. E' piuttosto il fatto di raccogliere attorno ad esse una sensibilità diffusa e un ascolto giovanile di massa (si pensi ai "numeri" di manifestazioni come la Love Parade di Berlino del 1997) a costituire un exploit rivoluzionario, nella rottura di ogni argine, nel dilagare "techno-logico" delle poetiche timbrico-ritmiche di questo secolo.

Stupisce, peraltro, anche l'estrema concretezza - questa sì una novità estetica, un segno di discontinuità, una frattura - con cui certi materiali musicali vengono messi in opera nella techno. Alcuni dei saggi qui inclusi mostrano chiaramente la riduzione del dato melodico fino al suo azzeramento, la definitiva trasfigurazione dello strato armonico in puro alone timbrico, o la sua sostituzione in un contrappunto forsennato, la cui unica ragione diviene ritmica. Se la techno, come scrive qui Roberto Agostini, è un "flusso sonoro stratificato e circolare", allora ogni "strato" - o sequenza di loops - può essere inteso come una "voce" che, nella tessitura complessiva, è al tempo stesso indipendente e in relazione paritetica e dialettica con le altre "voci", con gli altri "strati". E' proprio quest'idea di contrappunto amelodico a "smontare" vecchi criteri strutturali, a mescolare le carte. Ecco dunque come il dominio del timbro e della pulsazione, elevato a livelli di assoluta necessità e sufficienza, va a capovolgere il tradizionale buon senso musicale, portando i parametri espressivi (tratti prosodici, agogici, dinamiche, accenti; e volume, e sound) a farsi strutturali, e quelli strutturali a diventare accessori (melodia, armonia) o totalizzanti e invasivi (metro e ritmo).

Altri saggi di questo volume insistono invece più sul fatto - altrimenti raro ed episodico, da un millennio circa a questa parte - che proprio a tale capovolgimento di ruoli gli utenti della techno attribuiscano un effetto euforico, come in un carnevale di suoni, una "musica alla rovescia" dove tutto può accadere, e dove tutto quello che accade provoca effetti neurofisiologici e psicosomatici. Nell'insieme, tutti gli interventi qui raccolti, pur da prospettive e angolazioni diverse, osservano come queste due "rivoluzioni" stiano in una stretta relazione reciproca.

Una tale relazione può in effetti essere illuminata da vari punti di vista. La si può ad esempio registrare presso gli stessi utenti della musica techno: frequentatori di rave parties e discoteche dichiarano di ascoltare e danzare questa musica, in certe specifiche condizioni ambientali e collettive, per trarne un effetto che chiamano in vari modi: "sballo", "alterazione", ma soprattutto "trance".

Alla gente bisogna dare ascolto, anche quando si esprime in maniera "poco scientifica". Può essere oggetto di discussione cosa si intenda veramente quando nel rave viene invocata una vera e propria "trance", ma la scarsa considerazione nella quale spesso è tenuto l'argomento dipende anche da certe sue distorsioni giornalistiche o sociologistiche. Concentrandosi attorno agli aspetti più pittoreschi del fenomeno, il chiacchiericcio dei media ne ha infatti appiattito le peculiarità sui soliti luoghi comuni del sensazionalismo, la fenomenologia in semplici "si fa per dire". Si tende, ad esempio, ad accostare la danza e la trance (o certi tratti musicali - come l'iteratività - e la trance) in un acritico rapporto di causa ed effetto. Non meno sbrigativo è l'evocare - in una prospettiva tradizionalmente episcopale che ormai rischia d'essere travolta dalle recenti aperture musical-giovanilistiche del Vaticano - la demonicità della "possessione" per stigmatizzare ogni forma di trasporto fisico indotto dalla musica. Fenomeni di grande portata finiscono così per smarrire, nel vaniloquio da bar o da parrocchia, il loro significato più profondo. Ma una competenza meglio approfondita sarebbe più consona, quando si chiamano in causa due tra le più profonde esperienze psicofisiche dell'uomo: la capacità di giocare con lo spazio, il ritmo, l'equilibrio, che si esprime attraverso la danza, e quella sapienza mistica e tecnica sviluppata dai primordi dell'umanità per modificare gli stati di coscienza ordinaria, per proiettarsi "altrove", per calarsi anima e corpo nella trance.

Ma, in fondo, i luoghi comuni e le semplificazioni che si sentono in giro scaturiscono da certi automatismi che andrebbero indagati nella più recente storia delle idee. Pur nata in Europa, la dimensione del rave party deve all'America - oltre all'ispirazione afroamericana portata dalla house music - anche certe idee seminali, suggestioni potenti e versatili che si possono oggi riconoscere, ad esempio nella riscoperta della propria cultura autoctona, quella amerindia, in qualche tarda deriva dell'utopismo naturalista e proto-ecologista, alla Thoreau, nonché nel persistere di certe idee dei movimenti controculturali degli anni Sessanta, tra hippismo e dintorni, e più recentemente nel dilagare di uno spiritualismo dopolavoristico di impronta New Age. Non c'è da stupirsi di quanta eterogeneità possa raccogliersi attorno a un unico nucleo di idee iniziali. Accade semplicemente che movimenti anche molto differenti abbiano diversamente rielaborato i medesimi princìpi, distanti per scopi e identità ma solidali nella ricerca del superamento di un’idea-guida della cultura Occidentale: la dicotomia corpo/anima. Che in ultima analisi, laicizzata e filtrata da ogni sovrastruttura religiosa, si può ridurre a un'altra opposizione posta dall'antropologia culturale, quella tra natura e cultura. Parole-chiave come "neotribale" o "psichedelico", che da tempo risuonano nella musica e nella cultura giovanili, in qualche modo hanno preparato gli animi alla rivoluzione della techno-trance: culturalmente "rivoluzionaria" proprio per l'attacco che sembra sferrare a dicotomie quali quelle citate.

Ma ripartiamo dal livello della semplice evidenza. Quel che dice la gente, riferendosi a un'esperienza direttamente provata, a un proprio vissuto personale, merita sempre ascolto. Se nei rave, o in generale nel consumo musicale della techno, viene proiettato il desiderio di attivare un meccanismo in grado di intervenire sui propri stati di coscienza, e se questo desiderio viene identificato con aspirazioni nebulosamente ma dichiaratamente "spirituali", ben oltre la semplice attività psicomotoria, vuol dire che tra il ballo e lo sballo si agitano precisi contenuti latenti. Nelle caligini del "giorno dopo", dopo una notte di techno-trance, quel che resta è il senso di aver celebrato un'esperienza che forse non è solo di tipo edonistico. Se questo è quanto molti utenti della techno si sforzano di indicare, spendendo con disinvoltura un termine impegnativo e inesorabilmente "scientifico" come trance, il loro sforzo di capire se stessi andrebbe aiutato, decodificato.

L'implicazione più immediata è che, nell'attribuire oggi alla musica una funzione e un potere, si resuscita la dottrina dell'ethos platonico e aristotelico. Cioè si risveglia, dalla storia delle origini della coscienza, un'attitudine radicata in tecniche addirittura preistoriche, quando attività elementari e primarie - come contemplare il cielo stellato o immedesimarsi nel flusso di un suono naturale - cominciavano ad essere elaborate, trasformandosi in una risorsa umana, nell'intuizione di un pattern. Indispensabile anticamera del pensiero scientifico e tecnico. Ma anche della chiave ritmica che regola la nostra esistenza nel mondo, e il rapporto fra immanenza e trascendenza, e i possibili modi di inserirsi negli intestizi fra spirito e materia, imparando a servirsene, ad usare la propria persona come una batteria di energie capace di alimentare esperienze estreme. Servendosi di ogni accessorio disponibile. Fra cui anche, e soprattutto, il suono organizzato.

Su questo modo di inquadrare il problema pesa la posizione, autorevole e imprescindibile, di Gilbert Rouget, massimo studioso vivente dei rapporti fra musica e trance. Rouget ha sostenuto, sulla base di un campionario storico-fenomenologico piuttosto esaustivo, che una relazione di stretta consequenzialità fra un certo stimolo musicale e un'alterazione degli stati di coscienza non è dimostrabile. Ciò ha improvvisamente reso più prudenti tutti gli studiosi. Prudenza forse eccessiva, giacché l'imponente studio dell'etnomusicologo francese non nega la tesi di una relazione consequenziale, ma solo la sua dimostrabilità allo stato attuale delle ricerche. Anzi, il suo lavoro di documentazione mostra che, anche se non si può attribuire meccanicamente un certo effetto a un preciso parametro musicale, la presenza della musica in molti rituali estatici e di possessione è dovunque sentita come altamente significativa. Egli stesso ammette che, nei fenomeni presi in esame, la musica - pur non potendo essere considerata una causa scatenante tout court - rappresenta una sorta di medium emozionale che favorisce la creazione di quelle condizioni neuro-psico-fisiologiche da cui la trance viene appunto innescata. Ora, con l'ammissione che esistono condizioni della trance che le sono necessarie, anche se non sufficienti, e che tra i fattori che agevolano l'instaurarsi di uno stato di trance vi è anche la funzione emotiva della musica, lo stesso scetticismo di Rouget cade un po' in contraddizione, limitando la portata generale della sua tesi, ed enfatizzandone la posizione negativa: semplicemente, "non è (ancora) dimostrabile che...".

Vorrei dunque rivendicare - anche se in questa sede mi è impossibile intervenire più diffusamente sugli aspetti teorici del problema - l'opportunità, per il progresso degli studi sui rapporti fra musica e trance, di andare al più presto oltre Rouget.

Esistono, d'altronde, anche altri modi di porre il problema. Partendo ad esempio dal fatto che gli utenti della techno - esattamente come gli antichi adepti a cerimonie iniziatiche, i terapeuti o i "pazienti" dei rituali sciamanistici o esorcistici, le civiltà che ancora oggi usano la musica e la danza per entrare in contatto con le proprie divinità - ritengono che la musica li aiuti a varcare una soglia. Ciò costituisce un dato incontrovertibile, dall'enorme portata antropologica. E da qui può discendere un'ipotesi interpretativa, posta in chiusura di questo volume.

Ma tutto il libro, nella complementarità degli approcci e degli interventi che contiene, vuole rappresentare una presa di posizione adeguatamente "forte" rispetto alle due "idee forti" di cui dicevamo all'inizio di questa introduzione. Ne fa fede lo stesso titolo che a questo libro abbiamo voluto dare. "Techno-trance", infatti, è un'espressione che ha avuto fortuna soprattutto in Italia per indicare l'intero spettro antropologico-musicale del fenomeno, cioè ambedue le "idee forti". Altrove la definizione di 'techno-trance' viene attribuita solo al sottogenere di un altro sottogenere (la techno, appunto) e considerata come una delle tante gemmazioni di un movimento musicale che, pur mostrando innegabili tratti di omogeneità, si presenta parcellizzato in una miriade di definizioni, ciascuna ritenuta rappresentativa di un stile: acid house, Chicago house, Detroit techno, hardcore, Balearic, indie dance, garage, speed garage, deep house, progressive house, gabba, trance, intelligent techno, ambient, jungle, hardbag, happy hardcore, breakbeat... Si dira: non è certo cosa nuova che, nell'universo della musica extracolta, le definizioni applicate a stili e generi siano molto più numerose dei loro effettivi referenti. Ma il fatto che ciascuna di queste sotto-definizioni applicate a quanto sta tra la house music e la techno music si limiti ad indicare, il più delle volte, una differenziazione ristretta ad una singola variante di un singolo parametro (ad esempio il valore metronomico espresso dalla quantità di battiti per minuto), ribadisce con forza il carattere eminentemente funzionale di questa musica. Ogni microgenere, indatti, esprime la sua variante in maniera talmente omogenea da soddisfare tanto l'esigenza di un missaggio "fluido", sentita dalla maggior parte dei dj, quanto l'attribuzione, da parte degli utenti, di particolari "poteri" a determinate caratteristiche agogiche o sonore.

Di fronte a questa frammentazione - e tenendo conto della scarsa distanza storica che ci separa dal fenomeno, che ha solo una decina d'anni di vita, impedendo per ora la visione di quanto si rivelerà transeunte e quanto, invece, "resterà" - ho deciso di far coesistere nella sezione introduttiva del libro l'aspetto della semplice cronaca, per "flash", di singoli momenti ed eventi salienti (per restituire certi passaggi col senso paradigmatico della loro urgenza), accanto al primo abbozzo di un percorso storico, volutamente impostato come una storia delle intenzioni ed intuizioni, della diffusione e dei percorsi di una certa musica (anziché come una storia di musicisti e di opere). Questa "certa musica" viene letta, unitariamente, sullo sfondo del movimento acid che, manifestatosi verso la fine degli anni Ottanta, appare come il più chiaro contesto di riferimento.

Un'altra precisa scelta di campo sta nell'evitare di sopravvalutare l'incidenza del consumo di ecstasy e altre droghe nel contesto del rave o, più in generale, nella diffusione della techno. Mi sembra infatti che una sovrabbondanza di studi di carattere statistico e/o clinico, nell'ormai folta pubblicistica italiana sulla problematica della techno-trance, abbia finito per soffocare l'argomento sotto una cappa di sociologismi, spesso alimentati dall'idée fixe - ora neutrale, ora critica, ora perfino apologetica - della devianza giovanile. Ciò ha allontanato il discorso dalla musica, dal suo linguaggio e dalle sue interpretazioni; e dallo studio dei rapporti tra "musica" e "trance", che rimangono un campo di ricerca assai fecondo e ancora in gran parte inesplorato. Da qui la seconda e la terza sezione di questo volume, dove ogni aspetto del problema (incluso quello del consumo di ecstasy) viene riportato al discorso della musica, al discorso della trance, e alla dialettica fra i due discorsi.

Un'ultima annotazione. La maggior parte dei saggi qui inclusi considera la techno nel suo aspetto aurorale - appena ieri, ieri l'altro, oggi ancora - e incontaminato: l'abito col quale ha lanciato le sue rivoluzioni, dell'ascolto e della funzionalità, nella proposta musicale e nell'etica del suo "altrove". Diamo per scontato che domani (già oggi?) le cose si trasformeranno: la techno "pura" diventerà techno "applicata", perché ciò rientra nella logica dello stile dominante, che è il rock. Perché il rock è una culla, e ciò vale sia in senso formale che merceologico. Prima o poi il rock accoglie e fagocita, nella sua cornice e nel suo mercato, qualsiasi interlocutore eterogeneo o deviante, lambendo di continuo le musiche che crescono ai suoi fianchi, e riportando tutto ai propri denominatori comuni: sound e melodia vocale. L'ha già fatto con il blues e con il jazz, con il folk e con la canzone, col sinfonico e il punk, il soul e l'elettronica, il reggae e l'afro-beat, la World Music e certo minimalismo "New Age". Lo farà anche con la techno.

Ne verrà fuori una "post-techno" cantata e chitarristica, e di nuovo melodica e visibile, e nuovamente "eroica" e divistica. Se ne sono avvertiti i prodromi con David Bowie e gli U2, e più recentemente coi Prodigy e i Chemical Brothers: il quadro diventa cornice, e la cornice riunisce underground ed overground. Le avanguardie si trasformano in avanguardie "storiche" ma non vanno in pensione, continuando a propagare, opportunamente diluito, il proprio messaggio. In questo caso, il messaggio è che nulla sarà più come prima. Nemmeno il rock. D'altronde, siamo al nuovo millennio. Che fare?

Quel che abbiamo fatto sempre: ascoltare, per vedere "l'effetto che fa".

 

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